Le mille e una “Divina”: Maria Callas in un florilegio di celebrazioni

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Maria Callas nel 1958 nel ruolo di Violetta (La traviata)
Maria Callas nel 1958 nel ruolo di Violetta (La traviata)

Il soprano Rajna Kabaivanska disse che Maria Callas aveva rovinato tutte le cantanti liriche: non era solo una di loro, era semplicemente un’epoca. E lo è ancora, dopo 40 anni dalla sua morte. È ancora in corso, infatti, il quarantesimo anniversario della sua morte, nel 1977, e il settantesimo dell’esordio in Italia, nel 1947 all’Arena di Verona con La Gioconda di Ponchielli.

Della cantante greca nata a New York nel 1923 e naturalizzata italiana, dalle mille peripezie biografiche, morta in solitudine a Parigi nel 1977, si è già scritto di tutto. Non era facile, dunque, per il mondo editoriale italiano omaggiare «la Divina» in modo fresco e originale. Eppure, grazie all’imperdibile eccelsa miscellanea Mille e una Callas (Quodlibet, pagg. 640, euro 26, a cura di Luca Aversano e Jacopo Pellegrini), la letteratura callasiana si arricchisce di nuove luci, molto spesso off.

Si tratta di una vera e propria summa in 37 studi. Il felice criterio seguito dai due curatori è bifronte: «La Callas come professionista della musica e interprete, ossia soggetto attivo; la Callas come soggetto passivo, o meglio, oggetto del discorso creativo, critico, antropologico, sociologico». Ed ecco le pagine sulla sua voce fuori dagli schemi («vociaccia» la definì Tullio Serafin, primo direttore della Callas in Italia nel ’47), sulla scenicità, sulle interpretazioni, sul mito. Degne di menzione, per la loro novità, sono le pagine di Marco Emanuele sul culto della Callas nel mondo gay e di Chiara Tommasi sul rapporto della Callas con le arti figurative: curioso è l’indissolubile legame della cantante con un particolare dipinto (una Sacra Famiglia del Cignaroli), dono del marito Meneghini alla vigilia del suo debutto italiano e dal quale la diva non si separò mai, nemmeno dopo la rottura del matrimonio.

Ci sono poi le testimonianze di chi l’ha conosciuta che offrono un ritratto della cantante molto spesso inedito. Nell’impossibilità di scrivere di ogni saggio dell’imponente volume, del quale non vi è nulla che possa ritenersi superfluo, sarà utile segnalare proprio la sezione Ricordi, ricca di elementi nuovi. Il primo a comparire è il saggio Mille e una Callas, che dà il titolo al libro, di Alberto Arbasino, reo debitore della Medea callasiana alla Scala nel ’53 per l’avvio della trama del suo L’Anonimo lombardo, che ricollega la greca «divina» alla divinità greca: «Apollo la saettava ogni volta che metteva piede in scena; e gli occhi vertiginosi a loro volta saettavano per intravvedere il gesto del direttore d’orchestra oltre la nebbia della miopia».

Particolarmente spassoso è il contributo del direttore d’orchestra Bruno Bartoletti che ricorda le collaborazioni artistiche («Apprendeva rapidamente, era una spugna») e un inedito episodio sulla tirchieria della cantante: quando la Callas e Meneghini vennero a sapere delle nozze del direttore vollero fare un regalo alla coppia: «Ci portarono in un bar e il dono si risolse in un caffè e un analcolico rigorosamente consumati in piedi».

Altra perla finora inedita è il testo di Paolo Poli (si tratta dell’ultima intervista rilasciata prima della morte) nel quale l’attore ricorda la «sua» Callas, «artista misteriosa e sconvolta», ascoltata per la prima volta nel ’48: «A Firenze la Callas non era ancora famosissima, noi andavamo a farle festa in camerino e lei era molto avvicinabile, le piaceva stare in mezzo alla gente, ricevere complimenti». Dopo il successo, però, ricorda Poli, «era sempre gentile, ma un po’ distante».

Molto personale è il ricordo di Franca Valeri che rivela le ultime parole sussurratele dalla «Maria»: «L’ultima volta che l’ho ascoltata, alla Scala, nella Medea del congedo, sottilissima, non contenta, mi ha detto col suo incancellabile accento veneto: “Franca… son stanca”». Era la stanchezza di una vita perennemente da copertina, di una carriera folgorante, di una presenza artistica divisiva. Destino che un critico musicale d’eccezione, Eugenio Montale, prevedette già nel ’55: «Sacerdotessa e Pizia invasata, quando non canterà più lascerà dietro di sé una leggenda; e anche allora avrà i suoi fanatici e i suoi avversari».