Nell’ultima dimora di Volonté il Festival dedicato al grande attore

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Nell'ultima dimora di Volonté una scuola ispirata al grande attoreGiovanna Gravina Volonté è doppiamente figlia d’arte: sua mamma è Carla Gravina, suo padre, invece, Gian Maria Volonté, uno dei più grandi attori della storia dello spettacolo italiano. Un artista moderno, camaleontico, paragonabile ai grandi divi del cinema hollywoodiano, ma antidivo per eccellenza. È morto improvvisamente, sul set, a 61 anni, il 6 dicembre del 1994, e adesso riposa nel cimitero dell’isola di La Maddalena, in Sardegna. Solo una piccola lapide a forma di vela con una citazione di Paul Valéry: “S’alza il vento. Bisogna tentare di vivere”. E Giovanna, dopo la morte del padre, si è trasferita in quest’isola magnifica, cercando di portare, in una terra lontana dai riflettori delle grandi città, quel cinema e quell’arte di cui i suoi genitori sono stati interpreti mirabili. Dal 2003 organizza a La Maddalena una manifestazione dedicata al lavoro d’attore e intitolata a suo padre: La valigia dell’attore.

Perché hai deciso di organizzare questa manifestazione a La Maddalena?

Nel 1995, quando mi sono trasferita stabilmente a La Maddalena, era stata chiusa l’unica sala cinematografica e, con l’Associazione Quasar, che avevamo appena costituito, abbiamo deciso di riportare il grande schermo sull’isola che Gian Maria aveva tanto amato e scelto come sua ultima dimora. Di conseguenza, è stato naturale dedicargli una rassegna che proponemmo in collaborazione con il Centro Teatro Ateneo de La Sapienza Università di Roma. Da quell’evento, con il prezioso aiuto del Professor Ferruccio Marotti, abbiamo creato un appuntamento annuale dedicato al lavoro d’attore, fino ad organizzare anche un laboratorio di alta formazione che, dal 2010, affianca il festival.

Negli anni, è stato condotto da grandi nomi dello spettacolo italiano come Toni Servillo, Paolo Rossi, Pierfrancesco Favino, Sonia Bergamasco, Fabrizio Gifuni, Elio Germano e Michele Riondino. Com’è nato questo progetto di formazione attoriale?

Mi piaceva l’idea di partire da una figura (quella del padre, Gian Maria Volonté, ndr), cui molti attori dicono di essersi riferiti come modello, per dare la possibilità a nuove generazioni di formarsi e confrontarsi. L’aspetto che mi sembra più interessante di questi laboratori è che non c’è un maestro, ma un lavoro alla pari. Ritengo sia molto importante anche il confronto tra didattiche differenti: partecipano, infatti, le più importanti scuole di cinema e di teatro italiane. La selezione è sempre difficile, tante richieste da ogni parte d’Italia e pochi posti disponibili. Inoltre, in Sardegna non ci sono scuole di formazione attoriale permanenti. Credo possa essere una buona occasione anche per gli abitanti di questa regione. Il “Valigialab” è un’esperienza unica anche per i docenti: Toni Servillo e Pierfrancesco Favino, per esempio, non avevano mai insegnato prima. Pierfrancesco, dopo quest’esperienza, ha iniziato a dedicarsi alla formazione e ora dirige la Scuola di Recitazione del Teatro della Toscana.

Quest’anno siete riusciti a organizzare anche un laboratorio teatrale intensivo per gli studenti della scuola media di primo grado di La Maddalena. Raccontaci questo progetto.

Credo sia importante offrire anche ai ragazzi del posto un’opportunità di formazione creativa – espressiva. Questo laboratorio è stato tenuto dall’attore e regista Francesco Origo, direttore della compagnia teatrale Cajcka di Cagliari. Uno stage ispirato al tema del mare. Attraverso esercizi individuali e di gruppo, gli studenti coinvolti, hanno messo a fuoco le potenzialità della scrittura creativa, della respirazione, dell’impostazione della voce, dell’articolazione delle parole e dell’espressività del corpo.

Tuo padre è ricordato per il suo approccio meticoloso al lavoro d’attore, tanto che molti studiosi hanno parlato del “metodo d’inchiesta Volonté”, vista la grande attenzione prestata al momento del lavoro sul personaggio. Qual è stato l’insegnamento più importante che ti ha trasmesso?

Gian Maria ha avuto un’importante formazione teatrale. Ha frequentato l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico” di Roma e ha avuto tra i suoi maestri Orazio Costa, regista e ottimo docente che gli insegnò un metodo unico di analisi del testo. Io, invece, ho totalmente un’altra formazione; non ho mai voluto fare l’attrice, anche se lui ha sempre sostenuto che avessi le qualità giuste. I miei genitori mi hanno trasmesso una bella qualità: la curiosità e, di conseguenza una grande apertura alle diversità del mondo. Credo che la qualità fondamentale per un attore sia proprio la curiosità e la capacità di confrontarsi con il diverso da se stesso.

Pierfrancesco Favino con i ragazzi del Laboratorio 2012- 3 - ph. Nanni Angeli
Pierfrancesco Favino con i ragazzi del Laboratorio 2012- 3 – ph. Nanni Angeli

Anche se non hai fatto l’attrice, la tua attività è ricca di creatività e ottime idee. I tuoi prossimi progetti?

Sarebbe fantastico creare un centro permanente di formazione creativa a La Maddalena. Vorrei dare l’opportunità ai giovani che partecipano ai laboratori di realizzare anche delle opere conclusive, un cortometraggio o una rappresentazione teatrale.

Tuo padre è stato il massimo interprete di un cinema che ha raccontato l’attualità e la storia in modo impareggiabile. Credi che il cinema di oggi sappia ancora affrontare questi temi?

Non si può negare che il cinema italiano oggi racconti emozioni più intimiste e private, tuttavia ci sono ancora esempi di quel tipo di cinema. Il problema vero è che “quel cinema” non esiste più, è cambiata la produzione. È tutto più veloce. Si assiste a un altro tipo di approccio. Non ci sono più né il tempo, né la cura di una volta. Non si possono fare paragoni. Viviamo in un mondo dove gli ideali e i valori sono pochi o diversi. È sempre più difficile proporre pellicole d’essai. La maggioranza degli spettatori preferisce distrarsi, non vuole pensare e riflettere, ma cerca evasione a tutti i costi.

Lui è stato anche uno dei primi attori ad avere successo grazie al mezzo televisivo. Verso la fine degli anni ’50, fresco di diploma conseguito all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica, è stato protagonista di sceneggiati molto popolari, come la celebre versione de L’Idiota di Dostoevskij diretta da Giorgio Albertazzi. Credi che la televisione possa ancora aiutare a diffondere e promuovere arte e cultura?

Oggi c’è totalmente un altro approccio. All’epoca era tutto in diretta, era teatro ripreso. La televisione, inoltre, aveva una funzione pedagogica e culturale molto importante. È stato il principale mezzo di diffusione della lingua italiana, per esempio. In un’epoca in cui nel nostro Paese il tasso di analfabetismo era ancora altissimo, ha permesso a molte persone di istruirsi. Con Non è mai troppo tardi molti italiani hanno preso la licenza elementare. Tuttavia, non mi sento assolutamente di demonizzare la televisione attuale. Vedo dei prodotti televisivi ottimi, eccellenti. Il film tv In arte Nino, per esempio, che ha raccontato la vita del grande Nino Manfredi, mi è piaciuto moltissimo.