L’ultima corsa di Andrea Salvarani

0
363

L'ultima corsa di Andrea SalvaraniNon lo avrebbe potuto evitare, non lo avrebbe potuto intuire, non avrebbe potuto immaginare che quella corsa sarebbe stata l’ultima della sua vita. «Mio fratello Andrea era un cinquantenne garbato, sorridente, pignolo, entusiasta, chiacchierone», così lo descrive suo fratello Paolo, gli amici e i familiari, gli stessi che, ancora oggi, a distanza di dieci anni dalla sua scomparsa, cercano di tenere vivo quel ricordo, quel doloroso ricordo di un uomo ucciso senza un perché durante il suo turno di lavoro, la memoria di una  vittima innocente che non sapeva chi stava per salire  a bordo della sua vettura.

L’INCASSO DELLA SERATA CON VINCENZO SALEMME IL 18 DICEMBRE AL MANZONI CULTURA SARA’ DEVOLUTO PER BENEFICENZA ALL’UNIONE NAZIONALE VITTIME

D’altronde come avrebbe potuto sospettare Andrea, che di tipi bizzarri ne vedeva a dozzine ogni giorno, che quel ventenne dall’aria cupa, avesse appena ucciso una ragazzina di diciassette anni, lasciando il suo corpo per terra, accanto ad una panchina?  Era il mattino del 28 marzo 2006 quando Stefano Rossi, ventiduenne residente a Barbiano Felino, in provincia di Parma, uscì di casa armato di una 357 Magnum con il tamburo pieno, circa quaranta proiettili di scorta, un nunchaku, ovvero la coppia di bastoni tenuta insieme da una catena, utilizzata nelle arti marziali, e un coltellaccio da cucina. Stette tutto il giorno fuori casa, con quell’arsenale nascosto all’interno del suo zaino, in attesa… aspettando  di imbattersi su una “preda” innocente. La ignominiosa scelta  ricadde sulla diciassettenne Maria Virginia Fereoli, massacrata con un’infinità di fendenti, per poi essere abbandonata accanto ad una panchina all’interno del parco.

Non ancora soddisfatto del suo efferato gesto, il criminale chiamó l’amico Marco Ghirardi, chiedendogli un passaggio per Parma per  andare a trovare la zia; ad un certo punto decide di scendere dall’auto e ritornare indietro e sale sul taxi di Andrea Salvarani. L’amico non immaginava che lo avrebbe rivisto all’interno di un’aula di Tribunale, dove anche lui si sarebbe dovuto difendere dall’accusa di favoreggiamento. «Alle 23.30 Andrea ricevette una chiamata dalla stazione che lo indirizzava ad una ragazza in attesa a piazza Garibaldi. Era quella la sua meta, la sua ultima cliente prima di rientrare a casa. Ma il suo taxi non arrivò mai a piazza Garibaldi. Ad uno dei semafori fu la morte a salire sulla sua auto. Uno sparo. Un colpo solo sparato alla testa di Andrea dal sedile posteriore, per poi derubarlo e, infine, gettarlo ancora vivo in un fosso lungo la strada. Dopo aver vagato col taxi di mio fratello, si presenta ai Carabinieri dichiarando di essere stato rapinato, ma messo sotto pressione confessa i due omicidi, permettendo così di far trovare durante la notte il cadavere di Maria Virginia e la mattina del 29 marzo viene trovato anche il cadavere di Andrea».

Dopo perizia psichiatrica e controperizia il processo penale si conclude con la condanna all’ergastolo per Rossi, con l’aggiunta dell’isolamento diurno per due anni, ma nel 2012 deciderà di togliersi la vita dando il colpo di grazia a quelle due famiglie rimaste senza i loro cari, senza risposte e, infine, senza giustizia e, portando con sé la verità su quella vicenda.

Segui la pagina facebook Unione nazionale Vittime @Unavi2017
Seguici su twitter @UnioneVittime
Sul canale Youtube Unavi Unione Nazionale Vittime
Scrivere a presidenza.unavi@gmail.com