A Milano la grande “festa della pittura”, in barba ai critici trendy

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Nicola Verlato, The Cave, 2017, Olio su lino, 170x170 cm
Nicola Verlato, The Cave, 2017, Olio su lino, 170x170 cm
ilgiornale off, emanuele beluffi
Demetrio Paparoni , ph. Timothy Greenfield-Sanders

«Vorrei essere considerato più un saggista che un curatore, perché mi sento fragile e debole: amo lavorare sui testi, scrivere, e la mia più forte necessità è quella di capire». Così si racconta Demetrio Paparoni, noto critico d’arte e curatore, inaugurando la mostra Le nuove frontiere della pittura in Fondazione Stelline a Milano: una preziosa occasione per la città e per la realtà artistica italiana di uscire da un ingiustificato snobismo nei confronti della pittura figurativa contemporanea. Narrazione e simbolo fanno da trait d’union al percorso espositivo da opere legate fortemente alla realtà personale e geografica dell’artista, corredate da schede esplicative che invitano ciascuna ad un viaggio. Una mostra sulla pittura dopo la rivoluzione telematica.

Demetrio, può raccontarci la genesi di questo progetto?

Questa mostra è stata pensata per l’occhio. Vi sono mostre finalizzate più che altro alla mente: non è questo il caso. Qui propongo una grande festa della pittura, partendo da una constatazione: nonostante essa sia una dei linguaggi fondamentali nella storia dell’arte di sempre, curiosamente, in molte occasioni viene spesso minimizzata, se non emarginata. Molti critici pensano che allontanare lo spirito della pittura o ridurne il ruolo li renda più trendy. Questa considerazione, unitamente ad altre, mi ha portato a pensare di proporre una mostra a tema. Pensiamo alla Biennale di Venezia: oggi, quasi sempre, si preferisce impostare dei titoli sommari, in cui farci stare dentro tutto. Se invece ti proponi un obbiettivo, tutto diventa più complicato, sia dal punto di vista teorico che da quello di costruzione della mostra stessa. L’equilibrio di questo progetto corrisponde alle mie passioni, le opere non sono interscambiabili. Questa non è una mostra enciclopedica basata su una logica di inclusione ed esclusione secondo un merito, non ha questa pretesa.

Qual è stata per lei la logica trainante nella scelta delle opere proposte?

Faccio un passo indietro: Clement Greenberg in un saggio del 1948 sosteneva che narrazione e simbolo non appartengono al linguaggio delle arti visive, ma solo a quello della letteratura. Questa tesi venne originata anche a supporto dell’espressionismo astratto statunitense, contrapposto alla figurazione e al surrealismo europei. A prescindere da questo contesto storico, è un fatto che negli anni ’50 a prevalere fu l’arte astratta e le nuove forme di concettualismo sviluppatesi da Duchamp in poi. I pittori figurativi non scomparvero, però: ci sono sempre stati. Qui voglio porre in evidenza pittori narrativi che si muovono nell’ambito della figurazione e del simbolo.

In una linea tesa tra un approccio ideologico di impostazione di una mostra in cui ho già qualcosa da dimostrare e uno più esplorativo-maieutico, dove posizioneresti il tuo approccio critico curatoriale?

Certamente sul secondo polo: creo l’idea di una mostra per capire ciò di cui mi sto occupando. Mi interrogo sempre partendo dal presupposto: “so di non sapere”. Il vero sapere è quello che sperimenti dentro di te. Molti critici sostengono l’idea che l’artista sia un visionario che progetta il futuro: non sono assolutamente d’accordo. L’artista non riesce più a progettare il futuro: dopo la rivoluzione telematica, i concetti di tempo e spazio sono completamente cambiati. Lo spazio è diventato una dimensione enorme – al contempo – le distanze si sono accorciate. Nella situazione di crisi attuale, l’artista non è più interessato a progettare il futuro ma a capire come può modificare il presente, pur non avendone il potere. Se pensi di progettare il futuro, la scienza ti supera. Se pensi di progettare il presente, la politica avrà certamente un potere più forte del tuo.

E quale può essere quindi il ruolo dell’artista contemporaneo?

Quello di dare immagine al qui e ora, caricandolo di quel potere evocativo che la pittura è in grado di avere: questa è un’azione sociopolitica straordinaria, che scienza e politica non possono svolgere.

Pensiamo ad un’immagine di fotogiornalismo ripresa nel linguaggio di un artista: quando la pittura tratta quel tema, sfugge alla tautologia di sé stessa, acquisendo una tale quantità di implicazioni da toccare l’umanità intera, trascendendo il singolo evento. Questo trovo sia il suo grande potere.

Che peso hanno avuto le varie appartenenze nazionali degli artisti scelti?

Venendo subito agli italiani, che sono cinque su trenta in totale: non sono pochi, considerandoli in uno scenario mondiale. Tanti quanti i cinesi, che sono più degli americani. Ho seguito un mio percorso fuori dalle logiche del politicamente corretto: ho assemblato uno scenario. C’è un artista di Manila, uno di Bangkok: sono artisti per cui ho lavorato o di cui sto curando le monografie. Una mostra è lo specchio di un critico e dovrebbe essere del tutto scevra da favoritismi. Ho perso degli amici che si sono sentiti offesi per non essere stati coinvolti, senza considerare che alcuni artisti qui presenti non li conosco personalmente. Non ho esposto amici, ma bravi pittori.

Il carisma politico di un Paese impatta anche sull’incisività globale della sua produzione artistica?

Direi di sì. Se ci facciamo caso, gli artisti che rappresentano lo scenario internazionale sono quelli provenienti da Paesi forti. Tedeschi, cinesi, americani, pochissimi francesi: Paesi che sanno difendere i propri artisti. L’arte italiana, purtroppo, sta scomparendo nel mondo.

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