La felicità è l’unica risorsa di cui avrai mai bisogno

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Fuoco unanime

1

L’urlo delle cornacchie squarcia l’aria.
Sul piano d’orizzonte, tra i palazzi,
all’ora in cui s’attardano i pensieri e sfumano parole nei racconti di giornate
– diafane e imprensili, non catturanti –
piega la poca luce verso sera.

Convergono
dal prima all’ora, ciascuno dal suo carcere,
nell’ora d’aria che riscatta il tempo,
nel tempo che consuma, tesi ad afferrarlo, a farne brama.
Tracce di fango umido sotto le suole, si fermano alla soglia
immemori, ciascuno fisso al proprio punto,
attesi al corpo della polvere, votati alla schermaglia, al fremito
dei gomiti sul tavolo.
 
4

Signora del pruneto
ardente nella coltre di dicembre,
Madre delle madri,
Signora degli afflitti e degli inconsolati,
salute degli infermi,
ausilio dei piagati.

Tu che hai portato in grembo il fuoco del divino
conservaci il favore della notte,
l’amore della carne, il coraggio del mattino.

Daniele Gigli
(da Fuoco unanime, Joker, 2016)
 
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Ci parli del fuoco – fisico e metafisico – che dà il titolo alla sua più recente silloge poetica Fuoco unanime.

Fuoco unanime è un’espressione che mi è letteralmente ‘venuta incontro’ un mattino di dicembre del 2009, dopo una furiosa litigata con un amico carissimo e sta a indicare quel desiderio che anima tutti noi, quando al mattino ci alziamo e – sapendolo o meno, credendoci o meno – speriamo dalla nostra giornata un bene assoluto e definitivo. Un bene che chiameremmo, in epoche meno scettiche della nostra, felicità.

“Non pare tuttavia estraneo allo spirito di Fuoco unanime quanto scriveva Teilhard de Chardin: – Non vi sono concretamente la Materia e lo Spirito, ma esiste solamente una Materia che diventa Spirito –”. Sono parole del poeta e saggista Alfredo Rienzi. Vorrebbe raccontarci di questa non contrapposizione?

Rienzi è un poeta molto bravo e un amico troppo caro, ma devo ammettere che non sono molto a mio agio con questo particolare aspetto della sua bellissima lettura di Fuoco unanime. Io non credo a una materia che si fa spirito. Quello che l’evidenza delle cose mi spinge a credere è piuttosto che nella materia si manifesti qualcosa – chiamiamolo convenzionalmente Dio – che ne è totalmente oltre, ma che al tempo stesso la sorregge e le dà forma. E che perciò la materia non vada osteggiata, ma amata.

Così si muore:/ assassinati in preghiera o nei palazzi a vetro, dagli amici./ Figliano giudizi, rivoluzioni inerti, / nel fuoco bruciano bandiere, cadono le croci. Commenti per noi questi versi tratti dal componimento “Cade, s’inabissa l’occidente” della sua silloge.

Questi versi – già pubblicati nel 2008 in Presenze – non vanno granché spiegati. Li scrissi dopo l’assassinio di don Andrea Santoro, accoltellato in Turchia mentre era inginocchiato in preghiera. Quando li scrissi pensavo di aver steso una cronaca, a distanza di dieci anni sembra che fossero invece una profezia. Amerei non fosse così, ma non siamo noi a decidere la forma e le prove del tempo che ci è dato da vivere.

Lei è attento studioso nonché profondo conoscitore di T.S. Eliot. Quali le caratteristiche della scrittura di Eliot che più interessano e appassionano la sua ricerca poetica?

E come scegliere… Facciamo così: se fossi sul letto di morte e dovessi ‘lasciarlo in eredità’ a qualcuno che amo, gli direi: leggilo e non lasciarlo mai, perché le sue parole fanno vedere i pensieri e intuire l’anima che dà forma alle cose. Che altro non è, in fondo, se non la sua definizione di allegoria come «chiare immagini visive», come dice nel secondo dei suoi saggi su Dante.

Al piano mezzanino è il titolo della sezione conclusiva del libro. Siamo idealmente nella metropolitana milanese. Quali sono le “immagini” predominanti di questa sezione?

I personaggi che si muovono in questa sequenza, pur ridisegnati con coloriture espressionistiche, sono tutte figure incontrate realmente. Nell’economia del poemetto, direi che il perno sul piano tematico e simbolico è la coppia dantesco-caproniana di ‘orgoglio e dismisura’; sul piano iconico e narrativo, l’orrendo mendicante che «striscia nel vagone lercio come un cancro». Un orrendo mendicante che – fuori dall’aspetto artistico – è stato per me un incontro importantissimo sul piano esistenziale.

Quali i suoi progetti futuri, poeticamente parlando?

Quando comincio un progetto poetico, di norma, non so che lo sto iniziando. Appunto riflessioni, intuizioni, frammenti di versi e aspetto che un elemento catalizzatore mi faccia capire dove sto andando. Ecco, da qualche mese, mi sono reso conto che sto lavorando a un poema in frammenti che si intitolerà La resa del Giappone e sarà ambientato nel mese trascorso tra il bombardamento di Hiroshima e la firma della resa da parte dell’impero nipponico. Di più, per adesso, non so dire. Sarà come sempre un percorso curioso: faticoso, ricco di insofferenza, ma anche di quell’allegria artigiana che solo il modellare l’ignoto può darti.