“Malarazza”, lo splendore dell’umanità disperata nella banlieue catanese

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15 MALARAZZA_ Paolo BrigugliaSempre più nel nostro cinema contemporaneo si sta dando voce a quegli spazi talvolta considerati “altri”, ma che tanto hanno da raccontare, costringendoci ad affrontarne le ombre. Malarazza, opera seconda di Giovanni Virgilio, rende co-protagonista la periferia catanese insieme ai protagonisti di questa “piccola” storia, in cui umano e disumano si miscelano senza soluzione di continuità. Nanni Moretti, in sella alla vespa, in Caro diario ci aveva trasmesso come il mondo periferico (in quel caso romano) andasse attraversato e conosciuto in presa diretta, anche per scardinare certi immaginari. In Malarazza si avverte come il regista conosca bene i quartieri della sua città, chi li abita e le difficoltà quotidiane in cui versano. Uno degli aspetti che emerge sin da subito è quello legato all’abitudine che la gente ha nei confronti di una condizione esistenziale che appare immutabile.

Rosaria (Stella Egitto) è una giovane mamma, moglie di Tommasino Malarazza (David Coco), esponente di una nota famiglia mafiosa del quartiere Librino a Catania. Se una volta il nome Malarazza faceva tremare chi lo pronunciava, oggi non è più così e Tommasino è solo un boss in declino, privo di mezzi e denaro. Costretta a sposarsi perché rimasta incinta, Rosaria viene maltrattata e umiliata sistematicamente dal marito, che le chiede persino i soldi che guadagna giornalmente con il suo lavoro in lavanderia. La donna ha paura a ribellarsi e può contare solo sull’aiuto di suo fratello Franco (Paolo Briguglia), uomo colto con cui si sfoga e confida. Franco è però anche un transessuale che vive ai margini della società, ricevendo clienti in un pied-à-terre all’interno del quartiere di San Berillo. È proprio qui che la giovane si rifugia una notte dopo aver portato via di casa il figlio Antonino (Antonino Frasca Spada), ma entrambi vengono immediatamente rintracciati e il ragazzo viene riportato a casa dal padre [dalla sinossi].

Non si può scegliere dove nascere e assistendo alla visione di questo lungometraggio sorge spontaneo chiedersi se si può almeno decidere come e dove vivere (non spoileriamo, il finale ve lo facciamo provare sulla vostra pelle).

Dopo l’esordio con La bugia bianca la cui protagonista era una giovane donna forte e con una grande ferita (l’opera era un un omaggio alle donne vittime di violenza nella guerra in Bosnia ed Erzegovina), anche in Malarazza il fulcro è il personaggio femminile (intensissima la Egitto), che a fatica riesce a compiere il primo passo, schiacciata dalle logiche malavitose e dalle pressioni psicologiche, ma dopo inizia ad acquisire sempre più la forza della libertà riconquistata. Ottima anche la prova di Briguglia in un ruolo non semplice, ha saputo vestirne i panni sempre con la giusta misura. 

“Ci sono frammenti di città felici che continuamente prendono forma e svaniscono, nascosti nelle città infelici“, scriveva Italo Calvino ne Le città invisibili, lo cita Virgilio esplicitamente nel film attraverso una lezione dell’insegnante di Antonino: “La grande scommessa è questa: le periferie diventeranno o no urbane, nel senso anche di civili? Di certo se non ci riusciremo saranno guai, come dimostra la cronaca di tutti i giorni. La prima cosa da fare è non crearne nuove, per la semplice ragione che sono insostenibili. Oggi la crescita delle città deve essere implosiva e non più esplosiva, bisogna completare le aree abbandonate da fabbriche e ferrovie, c’è un sacco di spazio a disposizione. Si deve intensificare la città, costruire sul costruito, sanare le ferite rimaste aperte nei nostri quartieri”.

Malarazza rappresenta con echi di “verismo” quel microcosmo, evitando con cura sentimentalismi e retorica. L’opera è nelle nostre sale da giovedì 9 novembre, distribuita da Mariposa Cinematografica.