Giuseppe Di Stefano, il tenore che scandalizzava i benpensanti

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Copertina di stefanoMentre si sta ancora celebrando il quarantennale della morte di Maria Callas, il mondo della musica lirica si appresta a commemorarne un altro importante: il decennale della morte del tenore Giuseppe Di Stefano, avvenuta nel 2008 nel buen retiro in Kenya, il quale proprio con la “Divina” costituì un’insuperabile sodalizio artistico.

Il mondo editoriale musicologico non si fa trovare impreparato a quest’evento: Zecchini, infatti, ha dato alle stampe Giuseppe Di Stefano. Voglio una vita che non sia mai tardi del musicologo Gianni Gori, storico critico musicale de Il Piccolo di Trieste (Zecchini, pagg. 168, euro 20).

Sgomberiamo il campo dagli equivoci: il volume, precisa lo stesso autore, non è una monografia, ma “un modo di trasvolare un settantennio di glorie. Vorrebbe essere una carrellata sulla fortuna artistica del tenore e sul suo tempo”. E, nel farlo, Gori ci riesce egregiamente, tratteggiando il “cantante che aveva sempre privilegiato l’istinto rispetto alla cosiddetta tecnica, la sregolatezza rispetto al genio”. E tutto questo era maggiormente percepibile nel “baldo meridionale” se raffrontato alla generazione di cantanti a lui precedente incarnata dalle rassicuranti figure di Beniamino Giglio o Tito Schipa.

Ma Di Stefano si impose su tutti perché aveva quel qualcosa in più: “È quel modo di sbalzare la parola nella melodia, in quella ricchezza di armonici che la caratterizza; di farne sentire l’intera fragranza. Come spezzare un pane croccante appena sfornato”. È questa modernità di vocalità ad essere apprezzata dal pubblico assieme al suo antistrionismo abbinato allo charme del divo.

Gori ricorda anche la lungimiranza artistica del tenore che “per avere buona anzi miglior fama da vivo non esita a fare una scelta che oggi sarebbe nella logica del costume, ma nel ’66 suscita lo sdegno dei benpensanti”: nel 1966, appunto, Di Stefano partecipò al Festival di Sanremo con Per questo voglio te (testo di Mogol e musica di Mansueto De Ponti). E ai suoi detrattori rispose con una frecciata al vetriolo: “Faccio il cantante e canto quel che mi offrono. Non capisco che differenza ci sia fra una canzone e una romanza d’opera… Noi facciamo i cantanti per i quattrini, perché la gloria l’attacchiamo al tram”.

Ad uno sguardo d’insieme, la figura del grande tenore italiano si innalza: “Di Stefano riaffiora come il lacerto di una intemperanza geniale, l’eco di un modus operandi tanto disdicevole quanto avvincente, tanto vituperato quanto rimpianto”.

Non sarà una monografia, eppure l’essenza di Giuseppe Di Stefano è tutta in questo libro.