Alberto Cova, Helsinki 1983: 10000 metri in un urlo

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Alberto CovaQuanto sono lunghi diecimila metri? Un’infinità di sudore, una litania di passi, un conteggio infinito di attimi. Tutto condensato in ventotto minuti o meno, se va bene. Alberto Cova conosce quei metri centimetro per centimetro, li ha percorsi migliaia di volte. Li ha contati passo dopo passo. Non ha il fisico imponente degli uomini del Nord, non ha le gambe snelle ed eleganti degli africani. Ha la calma di chi è nato a due passi dal Lago di Como. Conta i passi, studia i secondi, analizza ogni singolo minuto.

Lo chiamano il ragioniere. Per diploma, fisico e modo di correre lo è indubbiamente. A guardarlo da lontano o in mezzo al gruppo non gli daresti una chance di arrivare in fondo, figuriamoci di vincere. Eppure Alberto fa male negli ultimi metri. Il 6 settembre del 1983 alla partenza della finale dei 10.000 metri piani, dei primi campionati del mondo, lo sanno tutti. I favoriti sono altri anche se lui è il campione d’Europa. Gli esperti pensano sia stato un caso. È stato semmai un calcolo, esatto.

I diecimila metri sono un viaggio. Si passeggia, poi si corre, poi di nuovo si passeggia. È un elastico che avvolge tutti, che ti sballotta da una curva all’altra. Rischi di perdertici se non hai una bussola salda in mente. Cova conta i passi, guarda i numeri, sente i battiti. Potrebbe correre ad occhi chiusi. Scattano gli africani, una corsa libera, senza strategie, senza calcoli. Vinca il migliore, il più forte, non sono loro. Scoppiano.

A tre quarti di gara ci prova l’idolo di casa Martti Vainio. È un eroe per la Finlandia e lo stadio di Helsinki è tutto per lui. Corre impettito a testa alta, bello come un dio di Asgard. Gli vanno dietro in pochi. Poi di nuovo l’elastico. Il passo lento. Il tempo scorre. Conta i passi, studia i secondi. A un giro dalla fine lo strappo decisivo. Cova è ottavo, sbanda, poi recupera. Quinto. Scappa via Werner Schildhauer. Il tedesco colpito a morte un anno prima non vuole ripetere l’esperienza. Apre un solco.

Gidamis Shahanga, il signore degli altipiani, lo richiude con lunghe falcate. Cova è quinto. duecento metri. Vaino sembra una gondola in mare aperto. Annaspa. Due tedeschi, un finlandese, un tanzaniano e un italiano. Non ride nessuno. Cento metri. Cova è quinto. Un groppo alla gola. Conta i passi, studia i secondi. Parte. Parla solo il telecronista della Rai. A modo suo conta anche lui: “Cova, Covaa, Covaaa, Covaaaa, Covaaaaa, Covaaaaaa, Covaaaaaaa…Magnifico!”.