“Vulva Mundi”, il tabù femminile in mostra nella Cappella Orsini

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ilgiornaleoff«Poteva giocare a nascondino, aprirsi e chiudersi. Era una bocca. Era il mattino. E poi, per un istante mi è venuto in mente che era me, la mia vagina:era chi ero io. Non era un’entità a sé. Era dentro di me». Da “I monologhi della vagina” di Eve Ensler, pièce teatrale off che negli anni ’90 ha spopolato sui palcoscenici di Broadway a una mostra, “Vulva Mundi”, che alla Cappella Orsini di Roma sdogana in potenza un tabù senza sconvolgere lo spettatore, piuttosto accompagnandolo tra installazioni d’arte e pittura in un percorso non convenzionale che sublima l’organo genitale femminile spesso stigmatizzato da preconcetti etici legati a complessi edipici freudiani. E che, forse, appartengono al passato.

Con la curatela del direttore del Centro Studi Cappella Orsini Roberto Lucifero e il coordinamento di Gaia Raccosta, in collaborazione con Luxluxury Group International, “Vulva Mundi” è un’esposizione ricercata, visitabile fino al 4 dicembre, che fa delle battaglie femministe degli anni ’70 il fil rouge espresso dall’estro artistico contemporaneo ma anche da celebri maestri italiani.

In mostra tele e opere provenienti da collezioni private e artisti emergenti, tra cui Lucio Fontana, l’omaggio di Roberto Crippa ad Alberto Burri, Tano Festa, André Masson, Weichen, Mimmo Rotella, Pino Pascali, Omar Ronda, Omar Galliani, Pep Marchegiani, Luigi Petracchi, Becky Hetherington, Francesco Paglia ma anche Adelaide Innocenti, Letizia Girolami, Marta Cavicchioni, Anna Zilli, Ilaria Porri, Olympia Dotti e altri.

Più di una ventina i lavori esposti, un sunto creativo che mescola descrittività, rimozione ed esaltazione del soggetto rappresentato, offrendo al visitatore non solo le immaginarie e visionarie fantasie degli artisti maschili che l’hanno dipinto, ma diventando attraverso un nuovo simbolismo l’emblema di una conquista da parte delle artiste  che ne hanno fatto motivo di vanto e ludica narrazione, anche erotica, del proprio corpo.

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ilgiornaleoff«Esiste un tabù rimosso relativo alla questione della vagina, negli anni ’70 e ’80 sono state sdoganate la parola e le immagini dal movimento femminista che per abbattere il pregiudizio verso le donne si è proposto di dare visibilità all’oggetto come se fosse un’arma di battaglia. Un fenomeno importante che è durato circa un decennio. Poi è andato nel dimenticatoio e non si è più parlato di emarginazione delle donne, probabilmente perché il fenomeno era prettamente elitario. Quando la parità dei sessi si è andata diffondendo, il fenomeno è diventato comune all’interno di società prevalentemente maschiliste dove la prevaricazione maschio-femmina era sistematica», spiega il curatore Roberto Lucifero, che aggiunge: «Attualmente, grazie ad una nuova forma di espressione, le donne prevaricate lo dicono con i nuovi media. Un nuovo veicolo possibile, uno strumento espressivo che ha spalancato le porte al disagio che molte donne avevano, dando la parvenza che i fenomeni di prevaricazione su di loro fossero aumentati. In realtà è così solo perché lo hanno detto, lo hanno divulgato.Parlare quindi della vagina attraverso una mostra, recuperando quell’idea degli anni ’70, non solo come organo in quanto tale  ma come incubatore culturale in cui il tema può essere trattato».

Molte opere sono testimonianze, altre sono realizzate da persone comuni che, accanto a quelle di celebri esponenti dell’arte italiana e non solo, si esprimono con la scultura, la pittura, mediante assemblaggi. Una selezione di lavori emblematici, come confida Lucifero, che rappresentano un racconto corredato da testi, molti scritti dagli autori, altri tratti da “I monologhi della vagina”, colonna portante dell’intera esposizione. In uno dei testi  tratti da “The vagina monologues” si legge: ‘Oggi nel mondo una donna su tre subirà una violenza fisica o sessuale nel corso della sua vita. Di solito questa violenza è inflitta  da qualcuno che la donna conosce. L’instabilità politica e i conflitti armati, alimentati da forze religiose, etniche ed economiche minacciano di accrescere ulteriormente il rischio di questo tipo di violenza, perché lo stupro, le percosse e la schiavitù sessuale sono usati sempre più come armi di guerra’. Era il 1996. Per non dimenticare.

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