Graziano Villa, quando l’architettura diventa metafisica

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DSC_7809_1Non è facile fotografare l’architettura, specie quando si tratta di monumenti iconici che hanno fatto da soggetto a milioni di clic. Per restituirceli, reinventati, Graziano Villa ha cercato spunti nella sua approfondita conoscenza della cultura artistica e nell’eterno bisogno di riflessione. La sezione fotografia del Margutta Creative District della Capitale (manifestazione ideata e curata da Antonio Falanga e Grazia Marino del Premio Margutta), gli dedica ora una mostra dal titolo “Roma Caput Mundi”, tributo alla città eterna visibile fino al 6 novembre all’Hotel Art di via Margutta 56.

Ha fotografato esponenti del jet set, dell’economia e della cultura internazionale. Nato come autore commerciale a ventidue anni, si definisce “old fashion” perché appartiene a quel mondo di professionisti vecchio stampo che operavano a 360 gradi specializzandosi in tutti i grandi settori della fotografia commerciale.

«Sono un artigiano. Ho iniziato con la moda negli anni ’70. Collaboravo coi giornali e le agenzie di pierre, ma a 26 anni ho abbandonato quel ramo e sono passato allo still life. Lavorare con il banco ottico era per me la vera fotografia. A quei tempi esplose la tv e molti colleghi iniziarono a occuparsi di video, io preferivo fermare momenti nel flusso troppo veloce della vita.  Il primo ritratto della mia carriera l’ho scattato nel 1986 all’allora art director di Capital Rudy van der Velde per una foto di copertina. Uno dei più bei momenti fu quando fotografai Desmond Morris a Oxford, lui è sempre stato un mio idolo, e il Dalai Lama a casa sua in India. Tutti mi chiedevano di scattar loro una foto con sua santità, lui chiese invece di farne una proprio con me e mi prese le mani sorridendo».

Che cos’è per lei la fotografia?

Il nostro cervello è come un serbatoio: se si riempie di benzina, poi puoi partire. Nel corso della mia vita ho viaggiato molto e ho collezionato circa 2500 volumi di fotografia, storia dell’arte, grafica. Senza una base culturale, anche quello che produrrai sarà povero. Molti intellettuali pensano che la tecnologia digitale abbia reso facile fotografare, ma non è così. Per fare il professionista serve tanto impegno e profondità. Fare qualche scatto buono non significa essere in grado di realizzare un lavoro o raccontare una storia. La fotografia è l’ottava arte, è uno strumento potente di comunicazione, ma serve trovare il nostro linguaggio unico.

Anche alle architetture fa dei ritratti che sono pieni di rimandi iconografici?

Hanno scritto di me che spello i monumenti. Io li spoglio della loro materia, tolgo e scavo nella loro anima grafica. Se potessi parlare con i progettisti che li hanno realizzati nell’antichità, mi direbbero che ho fotografato i loro disegni originali. Non tocco l’essenza e il significato simbolico, li rendo contemporanei dandogli una dimensione metafisica. Ho cercato di restituire visivamente l’impatto emozionale che ogni architettura ha suscitato in me: un’impressione altamente soggettiva e dunque non comune perché, alla fine, lo sguardo di ciascuno di noi è unico e inimitabile. Vengo affascinato dalle strutture, ma un simbolo come il Colosseo racconterà comunque la sua verità.

Come è avvenuto il suo ultimo cambiamento professionale?

Per scelta di vita a un certo punto ho abbandonato Milano e il lavoro. Potendomi permettere una lunga pausa, ho iniziato a riflettere e mi sono reso conto che nel corso del tempo avevo realizzato immagini di molte architetture antiche, che sono il segno lasciato dagli uomini nel tempo. Si tratta spesso di monumenti iconici, riconoscibili, che io ritraggo e trasformo. Credo di avere in fondo trovato una nuova strada, le persone devono sempre migliorare.

Si definisca in soli tre aggettivi

Ricerca. Riflessione. Comunicazione.

Chiudiamo con la rivelazione di qualcosa di inedito che la riguardi, ci racconta un aneddoto che pochi sanno di lei?

Ho talmente tanti episodi che ho finalmente deciso di scriverli, alcuni sono divertentissimi. Nel 1974 a Rio de Janeiro fui arrestato insieme ai miei colleghi e assistenti dalla polizia militare brasiliana. Mi videro fotografare uno di loro e ci fermarono. Ognuno aveva un colore diverso della pelle, dal più nero al bianco candido, tutti minacciosi e con dei bastoni lunghi in mano. Era il decennale della Rivoluzione dei Generali e loro erano molto tesi. Ero lì per il mensile Quattroruote, mi salvai perché con nonchalance dissi che lavoravo per Playboy, cambiarono subito umore e mi chiesero se fosse vero che fotografavo donne nude. Alla fine mi offrirono il caffè e mi diedero i permessi per qualsiasi tipo di scatto, raccontai perfino il Carnevale stando dentro ai carri.