Francesco Montanari: “Stavamo per bere la pipì in scena”

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Ph Alessandro Montanari
CREDITS Alessandro Montanari.
Ph. Alessandro Montanari

In questi giorni, Francesco Montanari – l’ex Libanese di “Romanzo Criminale” – è al Teatro Parioli di Roma con “Poker”, commedia nera tratta dal testo inglese di Patrick Marber. L’attore romano è Pollo, un personaggio ancora “capace di sognare”, come ci racconta Montanari, in un microcosmo impregnato di pessimismo. Da gennaio, poi, l’attore sarà Astrov in “Zio Vanja”, riduzione teatrale del capolavoro di Anton Čechov, mentre da febbraio tornerà in tv con “Il Cacciatore”, nuova serie di punta di Rai 2, nei panni del procuratore Antonio Sabella. Insomma, il Libanese ormai è storia vecchia.

Partiamo da “Poker”. Di cosa parla?

Lo spettacolo racconta di un ristorante, in Inghilterra, nel quale ogni domenica sera si gioca a poker. Al tavolo sono seduti lo chef, il proprietario e il figlio, e i due camerieri. Una sera, però, arriva un personaggio esterno che nessuno conosce, tranne il pubblico. Detto ciò, io sono Pollo (il cameriere, ndr), un ragazzo che gioca d’impulso, un fanciullo senza filtri, e per questo spesso vessato dagli altri, seppur in maniera tenera, perché come dicono loro “Pollo è vivo”. Gli altri invece sono degli adulti, che però peccano di coraggio.

C’è infatti una netta differenza tra il tuo personaggio e gli altri, frustrati, pessimisti…

Esatto. Pollo ha un’indole fanciullesca, gli altri invece sono tutti disillusi. È l’unico sognatore ma non è poi così “pollo” come sembra… Marber è sempre stato un drammaturgo molto pessimista, per lui nulla è destinato a cambiare. In questo senso, Poker è particolarmente significativo, perché alla fine il gioco diventa emblema di una micro società, nella quale ognuno ha un ruolo ben preciso. “Poker” è una black comedy, molto umana, onesta, con un retrogusto di amarezza.

Come ti sei preparato a questo ruolo?

Io cerco sempre di trovare delle connessioni con il personaggio che interpreto. In questo caso, il mio punto di connessione è stato ricercare e riscoprire dentro di me quel lato fanciullesco, quello del tutto è possibile.

Nonostante la tua giovane età (33 anni appena compiuti), hai alle spalle una lunga gavetta a teatro. Poi, grazie alla tv e a “Romanzo Criminale” hai ottenuto una grande popolarità. Eppure non hai mai abbandonato il palcoscenico…

Mi concedo sempre uno spettacolo all’anno. Per me il teatro è una grande palestra, come tutte le cose più le fai e più sei bravo a farle. Penso che il vero lusso del mio lavoro sia essere pagato per conoscere te stesso, per riflettere, per crescere come uomo. È questo che a me interessa. Amo questo lavoro a 360° e non credo ci siano differenze nell’approccio recitativo. Credo che l’unica sia quella di linguaggio, tra teatro e macchina da presa, per l’attore, però, si tratta sempre dello stesso lavoro.

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La prossima stagione sarai sempre a teatro con un testo impegnativo, questa volta russo: “Zio Vanja” di Anton Čechov, per la regia di Vinicio Marchioni…

 La cosa bella che rende grande un testo come “Zio Vanja” o “Il Gabbiano” è la grande analisi umana. Čechov era anche medico e sapeva descrivere perfettamente le psicosi, le nevrosi, le instabilità e le vulnerabilità dell’uomo. E quando parti da un testo di questo tipo, il lavoro attoriale diventa più “semplice”, più naturale.

“Zio Vanja” è un dramma russo del 1896 eppure è ancora attuale, come del resto lo è il testo di Marber. Non a caso, si possono ritrovare diversi temi comuni, come la disillusione, l’incapacità di cambiare e realizzare i propri sogni.

La verità è che sono entrambi testi “classici”, ovvero che affrontano temi universali, dalla famiglia all’amicizia, dall’odio all’amore, e si rivolgono a qualsiasi condizione umana. Marber lo fa con il suo stile, Čechov anche. Dunque, la connessione se c’è è proprio questa: una grande capacità di trattare gli archetipi dell’essere umano.

In “Zio Vanja” che ruolo avrai?

Io sarò Astrov. Sono molto felice di farlo, perché penso sia uno dei personaggi più belli nella storia del teatro e ho sempre desiderato interpretarlo. Vinicio è un mio grande amico e mi ha fatto un regalo chiedendomi di prendere parte a questa avventura. Astrov è un personaggio meraviglioso, molto carnale, quasi filosofico, che ha un rapporto particolare con la spiritualità e con la natura.

Dopo tanto teatro, spazio anche alla tv. Prossimamente ti vedremo ne “Il Cacciatore” nei panni di Alfonso Sabella, procuratore responsabile della cattura di numerosi boss della mafia. Cosa puoi anticiparci?

La serie è tratta dal romanzo “Cacciatore di mafiosi” di Alfonso Sabella, una persona straordinaria che ho anche conosciuto. Saranno 12 episodi, per la regia di Stefano Lodovichi e di Davide Marengo. La storia è un po’ romanzata, il mio nome infatti è Saverio Barone, ma ci tengo a dire che non è una “fiction”, né una “canonica serie Rai”. È una serie tv che non ha nulla da invidiare a quelle oltreoceano, è stata presentata al Festival di Cannes, al MIA (Mercato Internazionale dell’Audiovisivo) 2017 e potrebbe segnare un punto di svolta nella tv generalista. Andrà in onda su Rai 2 e poi su Netflix.

A proposito di Netflix, di recente sulla piattaforma è arrivato “Suburra”. Hai avuto modo di vederla?

No, non ancora. Ora ho iniziato “Mindhunter” e mi sta piacendo molto, perché segue la storia di un agente dell’FBI che prova a capire come entrare nella mente di un serial killer.

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“Suburra”, “Il Cacciatore” ruotano sempre intorno alla criminalità e alla mafia, tematiche già ampiamente esplorate in passato. Non temi ci sia una saturazione del genere?

Il crimine, o meglio il male, è sempre un oggetto interessante da indagare. Quindi non saprei, forse sì, ma è giusto che ci sia perché comunque funziona.

Ci racconti un episodio OFF della tua carriera?

Interpretavo Romeo a teatro in “Romeo e Giulietta”. Lo spettacolo durava oltre 3 ore, era la versione integrale del testo di Shakespeare, e dunque, in mancanza di tempo, utilizzavamo delle bottigliette per fare la pipì. Alla settima replica, però, per la stanchezza, abbiamo iniziato a bere l’integratore Polase, che ha lo stesso colore dell’urina. Ad un certo punto, nel mezzo della scena dell’esilio – una scena davvero straziante per Romeo – mi sono accorto che Andrea Di Casa (Mercuzio) stava per bere dalla bottiglia nella quale avevo appena urinato. Allora, urlando la mia battuta, dico: “Il mondo all’infuori di Verona non è il mondo, è l’inferno. Non è Polase! È una tortura…” Così, ho salvato Andrea ma ancora mi chiedo: chissà cosa è arrivato agli spettatori!

Ultima domanda: ti manca il Libanese?

No. Perché dovrebbe?

Il tuo personaggio di “Romanzo Criminale” è entrato nell’immaginario collettivo di molte persone. C’è chi addirittura si è tatuato il tuo volto sul proprio corpo…

Sì, è tutto vero. Ma penso che si sia esaurito l’arco drammaturgico della serie, dunque non ho mai sentito il bisogno di approfondire ancora.

 

Francesco Montanari Prossimamente farà tappa a Camogli (GE) l’11 novembre, Oleggio (NO) il 12 novembre, Mondovì (CN) il 14 novembre, Meldola (FC), il 15 novembre, Pergine (TN) il 16 novembre, Mori (TN) il 17 novembre, Albano Laziale (RM) il 18 novembre e Civitavecchia (RM) il 25 e 26 novembre.