I mille volti di Mussolini al cinema

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ilgiornaleoffPochi lo sanno, ma la Coppa Mussolini fu il più antico premio cinematografico istituito dopo l’Oscar. Creata nel 1934, fino al 1942 fu il riconoscimento ufficiale della rassegna di Venezia e veniva assegnata al miglior film italiano e straniero, antesignana dell’attuale Leone d’oro.

Era particolarmente prestigiosa per il fatto che la Mostra internazionale d’arte cinematografica in Laguna era stata concepita e riconosciuta come la più importante (e l’unica assieme agli Oscar) cerimonia di premiazione cinematografica al mondo, primato che poi dovette dividere con altre nazioni nell’immediato dopoguerra, con la creazione di eventi quali il Festival di Cannes ed il Festival di Berlino.

A partire dal 1940 molti critici internazionali accusarono il regime fascista di attribuire la Coppa unicamente a film prodotti dall’alleato tedesco. Gli eventi bellici successivi portarono prima alla sua mancata assegnazione, poi alla sua soppressione.

Nel dopoguerra il cinema italiano, sul quale ebbe notevole influenza un giovane sottosegretario di nome Giulio Andreotti, si pose immediatamente il “problema” di come raccontare il Fascismo e la recente storia patria, lacerata da una guerra civile e con un Paese diviso in due dal referendum, tra vincitori e vinti, tra monarchici e repubblicani, tra partigiani e repubblichini.

Il neorealismo, pur lambendolo (come nel capolavoro di Rossellini “Roma città aperta“), non narrò direttamente il regime, ma preferì soffermarsi sulla situazione economica e morale della società, provocando la stizza dello stesso Andreotti, secondo cui “i panni sporchi” si dovevano lavare in casa. Fu Monicelli, con “La Grande Guerra“, a rappresentare verità storiche prima inconfessabili, pur se riferite al ’15-’18. Il mito del glorioso conflitto, prosecuzione e completamento del Risorgimento, veniva demolito attraverso il soldato Busacca (Vittorio Gassman) e il soldato Jacovacci (Alberto Sordi), che incarnavano vizi (molti) e virtù (poche).

Dopo la Seconda Guerra Mondiale il mito da tenere vivo era quello della Resistenza e del buon partigiano, mentre erano da tacere i molti episodi di violenza, commessi da tutti gli schieramenti combattenti, militari e non. Non è un caso se nel 1994 fu rinvenuto in un locale di palazzo Cesi-Gaddi (sede di vari organi giudiziari militari) a Roma, 695 fascicoli d’inchiesta e un Registro generale riportante 2274 notizie di reato, relative a crimini di guerra commessi sul territorio italiano durante l’occupazione nazifascista. Tutti insabbiati nel cosiddetto Armadio della vergogna.

Solo trovare un interprete per il ruolo di Mussolini fu problematico e per anni non prese forma nessun progetto fino agli anni Settanta, un decennio ricco di pellicole sul tema.

Rod Steiger ha interpretato il Duce due volte: in “Mussolini ultimo atto” di Carlo Lizzani e in “Il leone del deserto” di Moustapha Akkad. Lo straordinario Mario Adorf l’ha interpretato in “Il delitto Matteotti” di Florestano Vancini, con un cast di livello altissimo: Gastone Moschin nei panni di Filippo Turati, Vittorio De Sica in quelli del magistrato Mauro Del Giudice, Fabio Testi in quelli di Gramsci, Franco Nero nel breve ruolo di Matteotti e Renzo Montagnani nel collaboratore di Del Giudice.

Film d’autore e di livello alto, ma storiograficamente “allineati”. Qualcosa di nuovo lo portò la televisione con “Io e il Duce“, in cui Mussolini era Bob Hoskins e la sceneggiatura, basata sui diari di Galeazzo Ciano, verteva soprattutto sul rapporto, spesso conflittuale, tra suocero e genero.

Non male due fiction Rai dei primi anni Duemila: “Edda“, sulla figlia prediletta del Duce, interpretata da Alessandra Martines, mentre il padre era Claude Brasseur e Ciano, Massimo Ghini. L’altra è “L’ultima regina“, sulla vita di Maria Josè/Barbara Bobulova, girata anche questa da Carlo Lizzani. Qui Mussolini è Claudio Spadaro,che detiene il record delle interpretazioni del Duce: ben quattro. Dapprima nel film “Un tè con Mussolini” di Franco Zeffirelli, successivamente in “Maria José. L’ultima regina“, “Mafalda di Savoia. Il coraggio di una principessa” e “Trilussa. Storia d’amore e di poesia” di Lodovico Gasparini.

Il dittatore ha avuto anche il volto di Antonio Banderas, nel film “Il giovane Mussolini“. Non poteva mancare il Mussolini di Marco Bellocchio, che per la pellicola “Vincere” scelse Filippo Timi, che interpretò anche suo figlio illegittimo Benito Albino.

Il cinema e la tv avevano ormai “aperto un po’ le finestre” rispetto agli anni Settanta e le immagini regalate dai prodotti sopra citati, quasi tutti supportati dalla presenza di fior di storici tra i consulenti, hanno sicuramente restituito un affresco del ventennio meno ideologico e più godibile.