Il re dei “poliziotteschi” ci ha lasciati e ora siamo più soli

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ilgiornaleoffGli anni Settanta sono quelli che più hanno influenzato il nostro cinema. Anche il decennio successivo, ammantato di yuppismo, edonismo, reaganismo, non fu da meno, ma i Settanta avvolsero il paese in una cappa plumbea la cui risposta, o meglio una delle risposte, fu la produzione seriale e bulimica delle commedie sexy, quelle in cui Alvaro Vitali, Lino Banfi, uno sprecatissimo Renzo Montagnani spiavano dal buco della serratura le docce delle varie Gloria Guida, Lilly Carati e naturalmente Edwige Fenech, assurta ad icona della sensualità e del sogno proibito.

Il resto di registi e sceneggiatori prese atto che la violenza, a partire dalla bomba di Piazza Fontana e forse anche prima, aveva trasformato la nostra società, con la conseguente irrappresentabilità degli italiani, per perdita irreversibile di tutti i caratteri positivi.  In sostanza, non c’è più nulla da sperare, da credere, da ridere rispetto alla positività respirata negli anni del boom economico.

Per queste ragioni Ettore Scola nel suo “C’eravamo tanto amati” avviò una riflessione sui primi trent’anni dell’Italia Repubblicana, concludendo che gli ideali dei partigiani, la fiducia in un paese migliore erano destinati a trasformarsi anch’essi e ad infrangersi. Il Gassman/ Gianni Perego praticante avvocato idealista, viene cambiato lui dal suocero Aldo Fabrizi avido, corrotto, disonesto e naturalmente immortale (“Io nun moro!”) e non viceversa.

Mario Monicelli certifica la crisi della commedia all’italiana nel 1975 con Amici miei, in cui si ride ancora ma si ride amaro e si intravedono le ombre cupe del dramma, per poi decretarne definitivamente la morte con “Un borghese piccolo piccolo”, in cui la trasformazione di Alberto Sordi/Giovanni Vivaldi da ministeriale mite in giustiziere ormai assetato di sangue esemplifica quella di un intero paese.

Umberto Lenzi da Marina Marittima, provincia di Grosseto, prese una terza via: quella del poliziottesco e questo genere aderì a lui, persona di grande cultura che seppe annusare e sperimentare più generi dietro la macchina da presa, come un guanto alla mano.

A differenza dei suoi colleghi non elucubrava riflessioni filosofiche sulla società, semplicemente la rappresentava, meglio di un manuale di Sociologia, in tutta la sua essenza: brutta, sporca e cattiva.

Ed ecco allora : Milano odia: la polizia non può sparare, Il giustiziere sfida la città, , Roma a mano armata, Napoli violenta, Il trucido e lo sbirro, Il cinico, l’infame, il violento.

Due i suoi attori feticcio: Maurizio Merli, nei panni dei Commissari Betti e Tanzi e Tomas Milian a cui cuce addosso l’abito di Er Monnezza, che accompagnerà l’attore cubano per tutta la vita. Il sodalizio tra i due si interromperà  quando Milian interpretò questo personaggio nel film di Stelvio Massi, La banda del trucido.

Il pubblico lo premiò sempre, la critica mai, ma questo era un buon segno, perché di solito ha più fiuto il primo per il talento, basta rileggersi, ad esempio, le recensioni sui film di Totò e sulle sue qualità attoriali. Il resto lo fece il suo carattere, spigoloso, duro, fedele a se stesso, in un ambiente di ipocriti.

Umberto Lenzi continuerà a sperimentare, a scrivere libri, a sedersi dietro la macchina da presa, sempre più solo, fino all’epilogo, ieri, a 86 anni, in una casa di riposo di Ostia.