A Cremona ‘il Genovesino’ fa bella mostra di sé

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Luigi Miradori detto Il Genovesino,
Riposo nella fuga in Egitto,
Tela, cm 320 x 220,
Cremona, Chiesa di Sant’Imerio

Colori accesi, forme generose, eccentriche, iconografie bizzarre. Il Genovesino stupisce per l’originalità della sua pittura in un Seicento che sta sfornando geni, oltre ai supernoti. Giusto dedicargli una mostra, “Il Genovesino. Natura e invenzione nella pittura del Seicento a Cremona” (Cremona, Museo Civico, fino al 6 gennaio 2018). Curata da Francesco Frangi, Valerio Guazzoni e Marco Tanzi, la rassegna riunisce una cinquantina di opere, di provenienza italiana ed estera, tra cui una decina inedite e molte restaurate. Dipinti religiosi, ritratti, scene di genere, allegorie, Vanitas, tutto il repertorio di quel secolo sempre più affascinante.

Tipo curioso Luigi Miradori (c. 1600-1656) detto il Genovesino per la sua nascita a Genova. “Allegro, bizzarro, faceto”, buon suonatore, “di spagnolesca baldanza” lo descrivono le fonti sei-settecentesche. Berretta rossa alla genovese, mostacci alla spagnola e barbetta al mento. Un pittore, che non ha fortuna nella città natale ed eleva Cremona a suo centro di vita e attività. Due mogli, numerosi figli, lavora per ordini religiosi e collezionisti. Gran successo a Cremona, sostenuto dal governatore spagnolo, don Álvaro de Quiñones, che, secondo il primo biografo del pittore, stava “giornate intere” a vederlo dipingere.

Dopo una ventata di sfortuna critica ottocentesca, il pittore torna alla ribalta nel Novecento con Roberto Longhi e con la sua allieva Mina Gregori, oggi una delle maggiori specialiste del Seicento, che nel 1949 esordisce con una tesi dedicata proprio a Genovesino. Da allora gli studi progrediscono con revisioni critiche e documentarie importanti, ora presentate nel catalogo (Officina libraria).

Un linguaggio da gran sperimentatore, che mescola realismo caravaggesco, teatralità barocca, invenzioni compositive, ricordi della pittura cremonese.  Uno stile colto, libero, di cui lo stesso artista era conscio, tanto da firmare il suo magnifico Riposo durante la fuga in Egitto della chiesa di Sant’Imerio di Cremona, datato 1651, “gioco di pennelli di Luigi Miradori”.

Ogni tematica affrontata sorprende. Le Vanitas, ad esempio, giocano su contrasti e colpi di scena: dalla suggestiva Suonatrice di liuto di Palazzo Rosso di Genova, con una bella fanciulla che suona il liuto, sovrastata da un macabro teschio, sino ai floridi putti accompagnati da dettagli macabri, “orrorosi”, come si diceva allora. Un esempio? Il bel Cupido dormiente (Vanitas) del Museo Civico di Cremona, in cui un bimbo dorme appoggiato ad un teschio. Evocazione dei tremendi tempi di peste e della mortalità infantile.