Chiara Capobianco: “Sono la moglie di uno Sbagliato”

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Chiara Capobianco - Ph. Rosa Amato
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Chiara Capobianco – Ph. Rosa Amato

Per definire Chiara Capobianco si fa una gran difficoltà. È un’artista, questo è certamente il comune denominatore di tutte le attività che svolge. Oggi, a pochi giorni dal suo nuovo impegno teatrale, che la vedrà al fianco di Edoardo Sylos Labini nello spettacolo Uno sbagliato, in scena al Teatro Golden di Roma dal 24 ottobre al 19 novembre, si racconta per Il Giornale Off.

Sei una cantante, un’autrice, un’insegnante, e – ormai da anni – sei impegnata anche nel teatro e nel musical. Sfuggi a ogni definizione, per questo vorrei fossi tu a raccontarti.

Sai, le definizioni a volte ti incastrano, rimani schiacciato sotto il peso di qualcosa, che è vero solo parzialmente. Posso dirti che ho lavorato duro e lavoro duro tutt’oggi per essere una musicista completa e per poter fare sempre quello che mi piace. Credo che quello del musicista sia un lavoro a tutti gli effetti, strano e complesso, che richiede tanta competenza, professionalità ed educazione. Quando decisi di fare il conservatorio, avevo bisogno di una visione più completa della musica, più profonda e mi impegno ogni giorno per raggiungere quest’obiettivo.

Hai vissuto per due anni all’estero, a Londra, dove è nato il tuo primo progetto solista. Cosa ti ha insegnato questa esperienza? Si è soliti chiedere cosa abbia spinto qualcuno a partire. Io, invece, vorrei domandarti quando e perché hai capito che era arrivato il momento di tornare.

Quando sono partita, avevo un estremo bisogno di conoscenza. Ero curiosa di conoscere gente nuova, posti nuovi, musica nuova. Avevo vent’anni, tante sicurezze ingenue e tante fragilità: a quell’età sei una ragazzetta, sai a malapena cosa ti soddisfa, cosa ti tormenta, e avevo iniziato a pormi il problema di certe questioni. Tutto quello che mi circondava qui era diventato improvvisamente stretto. Con Roma poi, ogni tanto, ci litigo: sembra così grande e poi invece diventa così piccola, così sono andata via. Vivere in un posto dove nessuno ti conosce e nessuno sa chi sei ti spinge a tirare fuori tutte le carte che hai a disposizione e, quando non ne hai, è lì che viene il bello. Ho fatto tanti incontri a Londra, mi ha fatto crescere tanto, sono stata fortunata. Poi un giorno ho capito che il mio tempo lì era finito, avevo scritto tanto, raccolto e registrato idee. Mi sentivo tranquilla, a posto con me stessa, avevo sciolto il nodo e sono tornata.

Dopo il tuo ritorno a Roma, è iniziato per te un periodo importante: hai realizzato un tour nei club di tutta Italia e hai aperto i concerti di Petra Magoni, di Ferruccio Spinetti e della cantante inglese Zee Star. Che ricordo hai di quel momento?

Ho un ricordo splendido di quel periodo, iniziai a girare con diverse formazioni, un giorno mandai una demo alla manager di Petra e Ferruccio pensando: “ma sì, al massimo non mi rispondono”, e invece! Con Zee, invece, fu diverso, la conobbi quando ero a Londra e lei ascoltò alcuni dei miei brani, le piacquero molto e, quando venne in Italia per il suo tour, ho avuto l’onore di poter aprire un suo concerto.

In quegli anni, hai iniziato ad occuparti anche di teatro e di musical. Com’è cambiato il tuo approccio alla musica quando hai iniziato la tua attività teatrale?

Il teatro è sicuramente diverso rispetto a qualunque altro palco. In teatro la musica ha una funzione differente. Non sei solo tu, o tu e la tua band. Sei “un accessorio-necessario”, ma senza la musica, quella particolare scena, quel personaggio, magari risulterebbe differente. La musica è importante quanto l’attore, ma non è in primo piano come lui. È come se fosse “al servizio” della parola, rafforza quella parola, racconta uno stato d’animo.

A proposito di teatro, vorrei parlare di Uno sbagliato, lo spettacolo di Edoardo Sylos Labini, che dal 24 ottobre sarà in scena a Roma, al Teatro Golden. Com’è iniziata la vostra collaborazione?

Ho conosciuto Edoardo quasi sei anni fa, ormai. Collaboravo con un dj, con il quale facevo musica elettronica, si trattava di un progetto molto sperimentale. Edoardo aveva già iniziato a lavorare con questo dj al progetto del disco teatro. Gli piacque subito quell’atmosfera, si innamorò dei nostri brani e ci chiese di musicare alcuni dei suoi progetti teatrali, tra i quali, appunto, Uno sbagliato. Ci siamo trovati subito in sintonia, lui sa entrare bene in empatia con le persone con le quali lavora. Un po’ di tempo fa mi ha richiamato, proponendomi di tornare in scena con lui, ed io, memore della bella esperienza, ho accettato!

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Come racconteresti questo spettacolo a chi non l’ha ancora visto?

È la storia di un uomo che racconta le proprie sbandate e le proprie debolezze. La cosa bella dello spettacolo è che Michael, il protagonista, puoi ritrovarlo nel vicino di casa, nel collega del lavoro, nell’amico, ma Michael puoi essere anche tu. Io, attraverso la musica, racconto il personaggio della moglie, è una donna disperata ma forte, che tiene il colpo, ha tante sfumature. Pensando al personaggio nella sua interezza, ho scritto il brano con il quale si chiude lo spettacolo, una vera e propria dichiarazione d’amore, si intitola Declaring love.

Chiara_Capobianco_FBCome dicevamo all’inizio, sei una cantante, un’interprete, un’autrice, ma anche un’insegnante e, negli anni, hai prestato la tua voce al teatro, agli spot pubblicitari, alla radio. In quale di tutti questi ruoli ti senti più a tuo agio?

Mi sento a mio agio in tutte queste cose, io sono tutte queste cose. Il punto di partenza è sempre la voce. Trovo che questo strumento sia estremamente affascinante, malleabile. Con la voce puoi dire la stessa frase e dargli un significato diverso ogni volta. Ci pensi? È uno strumento che non vedi, non tocchi, ma che puoi modellare e utilizzare in ogni modo, ha una potenza unica.

Vorrei concludere questa intervista parlando di sogni. Tu hai iniziato a studiare canto sin da piccolissima, avevi appena undici anni. Cosa sognavi allora? Quanto è complicato far scontrare i sogni con la realtà?

Provengo da una famiglia normalissima, come tante altre, con un lavoro “normale”. Mia madre è un’appassionata di teatro, mio padre era un grande amante della musica classica, ho dei fratelli che hanno scelto un lavoro più “convenzionale”. I miei genitori ci hanno sempre spinto ad inseguire le nostre passioni, a fare tutto quello che ci appaga, impegnandoci. Sono convinta fermamente, e lo sono sempre stata, che la musica sia lo strumento che abbiamo a disposizione per elevarci, spiritualmente e culturalmente. Fare la cantante è sempre stato il mio sogno ed ora che è diventato il mio mestiere mi rendo conto di essermi scontrata con la realtà, passando per l’accettazione di quello che sono, facendo dei sacrifici che non avrei mai pensato di poter fare. È stato ed è tuttora un percorso che ha implicato e implica delle fatiche che io, da ragazza spensierata, non mi sarei mai immaginata, ma è la regola della vita e del lavoro. Attraverso la disillusione ci passiamo tutti, tutto sta in come reagisci. Cerco di essere sempre propositiva, come quando ero bambina. La curiosità, la voglia di mettermi in gioco, l’umiltà, la voglia di fare sempre meglio e sapere che tutti possono insegnarmi qualcosa, è quello che mi mantiene viva e che mi fa pensare che il lavoro che ho la fortuna di fare sia il più bello di tutti.