Felipe Cardeña e il Kitsch consapevole

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Superman-Reload-lowSfuggevole e misterioso come Banksy, il cubano Felipe Cardeña sbarca nel Mondadori Store di piazza Duomo a Milano. Non si sa se veramente ci sia stato lui, celato dietro una delle maschere con cui erano agghindati i ragazzi della sua crew che simbolicamente hanno occupato il negozio proclamando in africano e spagnolo la libera repubblica dei fiori e dell’immaginazione, ma di sicuro c’erano le sue opere appese, a decine, e i suoi multipli.

Bellissime e coloratissime tele che si possono ammirare fino al 12 novembre, esempi perfetti di quello che un mostro sacro della critica come Gillo Dorfles, un vero highlander 107enne, ha definito “Kitsch elitario”. Perché l’operazione artistica di Cardeña che di primo acchito sembra essere solo lo sfruculiare dei miti pop della contemporaneità, in un ideale sincretismo tra super eroi, manga e divinità indiane, in realtà nasconde una sapienza “camp”, di quando cioè si utilizza il linguaggio kitsch in modo consapevole e raffinato per dire altro.

E cosa vuole dirci Cardeña? Dietro il primo messaggio, incarnato dall’icona centrale del quadro, ci si immerge nel pattern floreale che fa da sfondo, vera cifra stilistica di questo artista ultra pop, è un magma di altri simboli celati che compongono una grammatica precisa del posizionamento lato sensu politico, oseremmo dire rivoluzionario, di queste composizioni che non sono l’elogio del secolo, semmai l’epifania del suo disgregarsi. Il mondo che ne verrà dopo potrà essere il ricomporsi della classicità apollinea, delle sue forme perfette e sensate, oppure il concretizzarsi di un paradiso psichedelico e dionisiaco in cui prevale l’istinto e il mito. La risposta sta nell’occhio di chi guarda.