Maria Flora Cocchi: la fotografia al di là della tecnica

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ilgiornaleoff Ha fatto per gran parte della sua vita la costumista, divenendo anche docente di Disegno e Storia dell’Arte. Alla fine Maria Flora Cocchi è ritornata alla sua prima passione, quella della fotografia, tramite la quale sta ottenendo interessanti risultati, vincendo anche primi premi a diversi concorsi. La sua fotografia a dire il vero è un po’ particolare. Si tratta di fotografia digitale, in cui è presente un forte lavoro di post-produzione. L’artista infatti realizza in un primo momento più fotografie, per poi assemblarle, dando luogo infine all’opera finita, che mira sempre a tematizzare un certo concetto, senza fermarsi alla bellezza formale, ma andando verso la ricerca di significati più profondi. Prendiamo per esempio “Il risveglio della Nike” del 2013. Qui la Cocchi mette insieme la Nike di Samotracia e l’interno della piramide del Louvre, dando risalto in questo caso a una figura imprigionata, che potrebbe svelarci diverse chiavi di lettura. Potremmo per esempio pensare alla vita, che risulta in qualche mondo incatenata dalle sovrastrutture sociali, o potremmo pensare, e forse questo è il punto di vista più intuitivo, all’antichità ormai imprigionata dalla modernità, contraddistinta, certo, non dalla stessa bellezza. D’altra parte il tempo va avanti e la storia cambia, ed è proprio “Il Tempo” a rappresentare un’altra opera dell’artista. Questo lavoro, creato nel 2017, mette insieme più dimensioni. Determinati meccanismi sono rappresentati in un tutt’uno in cui emerge anche l’orologio di Dalí. Le immagini sembrano venire letteralmente fuori dall’opera, dando un senso di tridimensionalità. Si tratta dei dinamismi del tempo, rappresentato dalla fotografa alla foggia fantascientifica, che danno bene l’idea dei dispositivi temporali che regolano l’universo. Più volte si nota nella Cocchi la tematica di uno splendore in preda a essere distrutto. Così accade per esempio in “Bellezza negata” del 2008, dove una maschera arcaica viene letteralmente spezzata sopra una scacchiera insanguinata. Colore sanguigno si nota anche in “Nettare di Debora” del 2017, ma con un altro significato: qui la Venere di Milo è la Debora della Bibbia, la Madre di tutti gli ebrei. Il rosso che sprizza è il succo della melagrana, simbolo di abbondanza e fertilità.

Il tema della morte dell’antichità a favore di una modernità che non sempre corrisponde ai canoni della grazia pare comunque essere una tematica ricorrente per l’artista, brava nel trattare i soggetti in modo non scontato, dando prova della sua abilità nel lavoro digitale e di post-produzione, che altri artisti utilizzano soltanto per creare opere dalla mera attrattiva formale. Ella invece non solo raggiunge la piacevolezza tecnica, ma attraverso queste fotografie riesce anche a parlarci dell’uomo e del mondo.