Coi talent show la musica diventa accessorio della TV

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ilgioraleoff, emanuele beluffi, Televisione_in_cinema_per_Lascia_o_Raddoppia

ilgioraleoff, emanuele beluffi, Televisione_in_cinema_per_Lascia_o_RaddoppiaChe il filo che unisce la televisione e la musica sia stretto a doppio nodo, è risaputo. Che la musica sappia essere spettacolo, ce l’hanno insegnato Mina, la Carrà e le milleluci di un decennio irripetibile, quello degli anni Settanta, che ha cambiato la storia della televisione e che – è il caso di dirlo – ha anticipato il futuro. Ogni artista, perché a buon diritto fosse definito tale, doveva rispondere a un solo requisito: la poliedricità. E, di fatto, a definire le già citate Mina e Carrà soltanto cantanti, sembra di svilirne la storia e il destino, perché hanno fatto musica – è vero – ma hanno saputo fare anche qualcosa di più: musica in televisione, che è ben altro. Ci sono riuscite senza uscirne compromesse; questo, più probabilmente, è stato possibile grazie ad un pubblico che – dell’arte – ha saputo apprezzare la totalità, senza sentire l’esigenza di dividerla in compartimenti stagni. Il pubblico, certamente non ancora imbastardito dalle tante e stratificate offerte che la televisione oggi propone, sapeva riconoscere il talento e non sentiva il bisogno di etichettarlo, di identificarlo o di definirlo. Era arte, passava attraverso la televisione e non serviva sapere di più.

Negli anni, il legame tra la televisione e la musica non è venuto meno; è cambiato, certamente. Ha soltanto assecondato tempi nuovi ed imprevisti, ma è rimasto pressoché intatto. La musica in tv, nell’ultimo decennio, ha soltanto cambiato volto: ha abbandonato i lustrini dei grandi varietà (anche se – a dire il vero – qualche tentativo, nostalgico e modesto, di annullare le distanze col passato è stato fatto) e ha indossato il meccanismo imprevedibile e abbagliante del televoto. Con un click, il pubblico è diventato protagonista. Questo fatto, irresistibile sin dalla sua introduzione, ha cambiato definitivamente le sorti della musica in televisione. Quindi le sorti della televisione stessa. È così che è iniziata l’era dei talent-show. È iniziata all’insegna della partecipazione attiva del pubblico da casa, all’insegna della gara, del duello sfrenato e senza esclusione di colpi. All’insegna dello scontro. La musica in televisione, che era soltanto intrattenimento, è diventata una competizione.

Ma andiamo con ordine: siamo nella prima decade degli anni 2000 e la musica inizia ad attraversare una fase complicata, di transizione, vive un cambiamento inevitabile e, probabilmente, persino prevedibile. Si tratta di un cambiamento epocale, perché la discografia inizia a fare i conti con la realtà digitale, le vendite dei dischi diminuiscono considerevolmente e la possibilità di fruire facilmente della musica (il più delle volte, a dire il vero, illegalmente) non dà grandi speranze al mercato discografico. La profonda crisi che ne consegue, quindi, individua – nella televisione – un’ancora di salvezza, un approdo sicuro, certamente appetibile; forse temporaneo, ma poco importa, perché la musica ha imparato in fretta ad adeguarsi ai (nuovi) tempi dell’arte. È così che, a partire dagli ultimi anni del decennio scorso, la musica ha iniziato a sfruttare l’enorme e inaspettato potere della televisione: i discografici hanno capito che soltanto la tv può saziare il desiderio (mai del tutto pago) del pubblico di conoscere i retroscena di un artista, il suo passato, il suo carattere, le sue abitudini: il pubblico, guardando attraverso il buco della serratura, appaga la propria sete di verità (nata, probabilmente, dall’avvento dei reality show, anche questi figli degli anni 2000). Quindi, i talent-show, a metà strada tra un reality e un moderno Festival di Sanremo, sono quello che serve perché la gente torni ad affezionarsi ad un cantante e, di conseguenza, a comprare i dischi.

E la televisione? Non penserete mica che sia rimasta a guardare. Non penserete mica che non abbia tratto alcun vantaggio. Nient’affatto. Anzi, a dire il vero, con l’arrivo del nuovo decennio, ha capito come sfruttare al meglio il potenziale della musica. Per comprendere come abbia fatto, non serve certamente un occhio esperto, basta osservare i due talent più importanti d’Italia: Amici di Maria De Filippi e X-Factor. La musica ha imparato i tempi televisivi. Cosa significa? È presto detto: le canzoni imbastiscono lo spettacolo, i musicisti fanno da ornamento, la musica, invece, da sfondo. Perché, in fondo, si tratta di televisione. Questa è la prima legge a cui è necessario restare fedeli: un talent show è innanzitutto tv, lo spettacolo è intrattenimento, l’intrattenimento ha delle regole severe a cui non può sfuggire. Se la musica in televisione funziona, è perché la televisione non si è mai svestita dei propri panni. Ha finto di mettersi al suo servizio, ma – di fatto – è rimasta fedele a se stessa, pur avendo imparato a rispettare i tempi che cambiano. Basti pensare al già citato meccanismo della gara: perché la musica sia appetibile, è necessario farne una competizione; perché sia coinvolgente, le storie dei concorrenti vengono messe alla mercé del pubblico, per soddisfare il desiderio morboso di reality (che, dunque, diventa show); perché sia imperdibile, i giudici sono innanzitutto personaggi con un seguito importante, raramente ci si interroga sulla loro competenza, perché la fama e il gradimento del pubblico li precedono. Quindi è la musica a sfruttare la televisione per risollevare le proprie sorti o è il caso di dire che sia la tv a trarne i maggiori profitti? A conti fatti, la discografia continua ad arrancare, a cercare escamotage, più o meno sensazionali, per prendere una boccata d’aria. La tv, invece, non sembra dare alcun segno di cedimento: il pubblico continua ad apprezzare la musica che passa attraverso la televisione, tant’è che – dal 2000 ad oggi – i talent show proposti sono stati tanti e quasi tutti, anche se per breve tempo, hanno incontrato il favore della gente. Qualcuno, a dire il vero, è rimasto mero show (un caso lampante è The Voice of Italy, discograficamente irrilevante); qualcun altro (come, ad esempio, i già citati Amici e X-Factor) hanno cambiato il mercato discografico italiano.

Dimenticati i fasti dei grandi varietà del passato, che riuscivano a combinare musica e spettacolo senza svilire né l’uno, né l’altro, è il caso di dire che i talent show (che, di fatto, in Italia, insieme al Festival di Sanremo, rappresentano l’unica occasione di musica in televisione) di limiti ne hanno tanti. Probabilmente, hanno tutti i limiti della nostra società, perché ne sono specchio fedele. Ma non vanno colpevolizzati, del resto si tratta di opportunità, che – colte e sfruttate bene – possono rappresentare una reale occasione di bellezza. Infatti, superate le prime e inevitabili reticenze, vinto lo snobismo che ha tenuto lontana, per lungo tempo, una importante fetta di pubblico dai talent, oggi tanti giovani artisti sembrano più propensi a parteciparvi. Non si tratta più, però, soltanto di belle voci, ma di belle personalità: sembra che i talent show abbiano smesso di essere officine di voci importanti e abbiano iniziato a cercare l’arte oltre l’immediato, oltre il visibile, oltre il gusto del pubblico medio. Nel caso di X-Factor, questo importante traguardo è da attribuire, più probabilmente, alla scelta di alcuni giudici: Levante, giovane cantautrice siciliana, e Manuel Agnelli, leader degli Afterhours, nascono dalla gavetta, da un attitude indie (sebbene il cantautorato di Levante sia pop), da un percorso che ha trovato, nella televisione, la sua consacrazione, non la prima formazione.

In definitiva: talent si o talent no? A giudicare dai dati auditel, pare che al pubblico italiano piacciano. Ma, ancora una volta, è di televisione che sto parlando. È la televisione ad aver usato sapientemente la musica. È la televisione ad aver cambiato la musica. È la televisione a uscirne trionfante. Del resto «è tutta musica leggera, ma la dobbiamo imparare». Dalla tv, a quanto pare.