Federica Rosellini: Ronconi mi disse…”Vai via da qui!”

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federica_rosellini2Alla 74esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia è stata la prima vincitrice a esser annunciata. Ci riferiamo alla giovane e talentuosa Federica Rosellini, che si è aggiudicata il Nuovo Imaie Talent Award come attrice rivelazione. Il film di cui è protagonista (accanto a lei una signora attrice qual è Elena Cotta), “Dove cadono le ombre” diretto da Valentina Pedicini, ha appena ricevuto un importante riconoscimento: il Premio del Pubblico al Festival Annecy Cinéma Italien. Con intensità la Rosellini ha affrontato il ruolo complesso di un’infermiera in un istituto per anziani, in un lungometraggio che, ispirandosi a fatti realmente accaduti, affronta il genocidio che dal 1926 al 1986 interessò quasi 2.000 bambini di etnia jenisch. L’attrice trevisana, classe 1989, ha esordito sul grande schermo grazie a quest’opera, ma noi di OFF vi avevamo parlato di uno spettacolo con cui era in scenaFaust Marlowe Burlesque” (regia di Massimo Di Michele, anche in veste di interprete) e ci teniamo a evidenziare quanta gavetta teatrale – e non solo – ci sia dietro.

«Così eri: anche sul ciglio del crepaccio/ dolcezza e orrore in una sola musica» si legge sul profilo dell’artista sul sito della sua agenzia (Volver Consulenze Artistiche). Queste parole di Eugenio Montale che ha scelto suggeriscono molto di lei. Scopriamola in quest’intervista in cui si è raccontata.

 

Cos’ha significato per te immergerti nel mondo di Anna?

È stata un’esperienza molto importante trattandosi del debutto cinematografico ed è stata una sfida poiché è un personaggio che la co-sceneggiatrice Francesca Manieri ha scritto in un modo meraviglioso, con una complessità e un’umanità splendida e poi Valentina Pedicini mi ha diretta magistralmente, aiutandomi moltissimo. Immergermi nel suo mondo è stato impegnativo umanamente, mi ha richiesto anche di portar tanto del mio sul piano emotivo. Secondo me è un film  sulla rielaborazione di un lutto, in primo luogo privato e poi collettivo, per cui si avvertiva la responsabilità di raccontare questa storia e non sarebbe stato giusto rimanere distanti lasciando fuori il proprio mondo, i propri lutti, fantasmi e ombre. Dal punto di vista professionale ha richiesto molta preparazione: ho trascorso un mese in una casa di riposo per anziani per imparare cosa volesse dire essere un’infermiera, lavorando molto sul corpo di Anna tanto più che provengo da un teatro molto fisico. Desideravo che la gestualità, che volevo fosse molto piccola, ma super-precisa. Questa donna ha, infatti e soprattutto nella prima parte, una corazza fatta di gesti che gradualmente si rompono. È un personaggio molto silenzioso che adopera le mani come canale verso il mondo.

Eri a conoscenza di questo programma eugenetico che era stato promosso dal Governo svizzero nei confronti dei figli appartenenti a famiglie di etnia nomade?

Prima di incontrare Valentina non ne sapevo nulla niente e, quando me l’ha raccontato, sono rimasta molto sorpresa di non saperne poiché è una vicenda incredibile e trovo assurdo che nessuno ne parli. La prima cosa che ho fatto è stata leggere tutta l’opera della Mehr (una delle sopravvissute, di cui Fandango Libri pubblicherà “La trilogia della Violenza”, nda) visto che purtroppo non esistono neanche tante testimonianze né documentarie né video. Ho avuto la fortuna di accedere a tutte le interviste che la regista ha fatto a Mariella, in cui narra la vicenda personale.

Direttamente non hai incontrato nessuno?

Non ho potuto trattandosi di una storia molto delicata.

La stessa scheda dei personaggi evidenzia come questi personaggi siano «intrappolati nel tempo e nello spazio». Tenendo conto del lavoro che si compie con questi elementi, quanto la tua formazione teatrale ti ha aiutata?

Tanto. Io penso che il teatro sia sempre il miglior punto di partenza e credo che sia un pregiudizio sostenere che gli attori teatrali non siano adatti per il cinema. Bisogna imparare ad usare il mezzo, dandone anche l’occasione. Mi sono formata al Piccolo, sono stata anche assistente di Luca (nel “Panico” di R. Spregelburd, nda), andai a parlare con lui in una fase di crisi chiedendogli supporto e lui mi disse: «io penso che siamo in un momento difficile e ci sono pochi attori giovani che sopravviveranno. Credo tu sia tra questi, anzi ne sono sicuro e ritengo tu debba andar via da qui». Devo dire che all’inizio è stato spiazzante per me, dopo, riflettendoci, ho capito quanto fosse vero. È esattamente ciò che è accaduto iniziando a fare teatrodanza, ricollegandomi con qualcosa che per me era nodale e cioè la mia urgenza comunicativa nel fare questo mestiere. Sento che, in fondo, il corpo dell’attore sia il suo veicolo e che sia ciò che fa la differenza. Lungo il cammino è arrivato l’incontro con Antonio Latella e quindi un lavoro molto performativo.

In questo ha influito anche la formazione musicale?

Certamente. La musica per me è un pregresso, sono partita da lì, cominciando a suonare il violino e a cantare a cinque anni e mezzo. Ho proseguito fino al liceo, durante l’accademia non sono riuscita e ultimamente ho ripreso. È un bagaglio significativo perché la musica ti dà una percezione del ritmo e un’attenzione al suono.

Da dove nasce, invece, il desiderio di realizzare tue regie teatrali?

Ho iniziato già da diciott’anni mettendo in piedi la mia prima compagnia, costituita da attori non professionisti e danzatori, affiancando così alla mia trasformazione d’attrice pure quella di regista. Tendenzialmente come attrice lavoro molto d’improvvisazione – ed è un aspetto che ho molto amato del cinema – faccio un enorme percorso e tendo a proporre molto, tanto più se chi mi dirige me lo chiede com’è accaduto con Latella e ne “Le Baccanti” curato da Andrea De Rosa. Quando vesto i panni io di regista è frutto di conseguenze del modo di intendere il lavoro attoriale e di come esso sia appunto cambiato. 

il giornale offC’è un episodio OFF che hai voglia di condividere?

Probabilmente il mio momento OFF professionale è stato uno spettacolo in cui ho interpretato un’Alice attraverso lo specchio tutto in arrampicata (“Alice” di Matteo Tarasco, nda). La scenografia era verticale, ci si trovava di fronte a una stanza come se fosse vista dal soffitto ed ero diventata una sorta di valchiria.

Sei giovane, ma sei riuscita a rientrare nella fascia di attori che ha avuto modo di incontrare dei maestri. Consiglieresti questo mestiere a chi si sta affacciando adesso?

Tendo ad essere “cattiva”: credo che non lo possano fare tutti.

Direi che sei più onesta che cattiva…

Penso che la proliferazione delle scuole sia un enorme problema perché ha dato vita a un’inflazione di attori e non è giusto. Ho incontrato tanti attori di enorme talento, ma “senza testa” nel senso che è una professione che richiede talento, sensibilità, ma anche una forza mentale per diverse ragioni. Questo film, ad esempio, ha messo fortemente alla prova i miei nervi emotivi com’è accaduto per una scena, girata per tre ore, in cui piangevo e ogni volta dovevo ricominciare, appunto, a piangere dal niente. Ci vuole poi una grande forza per i periodi di inattività, che si spera sempre che non ci siano e, inoltre, è una professione dove sono richieste una grande diligenza e un’intelligenza nelle scelte.

Sei stata sostenuta dai tuoi genitori?

Sì, anche se loro non volevano che facessi questo percorso, non credo lo vogliano neanche adesso temendo che possa finire da un momento all’altro e certo non è rassicurante [si confessa con queste parole, da cui traspare un grande senso di realtà già dimostrato nelle precedenti risposte e al contempo gratitudine per chi magari l’ha sostenuta economicamente pur non condividendo fino in fondo la strada intrapresa, nda].

Tornando ai maestri e, nello specifico, a Ronconi, mi sembra bellissimo il gesto di “lasciar andare”…

Lo ha fatto a modo suo. Il nostro era un rapporto molto affettivo e di grande stima, il suo è stato un gesto feroce e allo stesso tempo affettuoso. Penso sempre, come dice mia madre, che sotto le mani del medico buono e paziente le ferite diventano purulente. Quella ferocia, invece, a lungo andare nella vita ti aiuta perché devi capire esattamente cosa vuoi fare da grande e quale vuoi che sia l’immagine che abbiano di te come attore. Non è sempre facile capirlo.

Tu credi di averlo capito o di essere in cerca?

A teatro penso di aver capito cosa mi interessa concretizzandolo in questo lavoro sul corpo molto forte e con la libertà d’improvvisazione. Sto capendo pure registicamente cosa mi affascina.

Questo mi dà il la ricordando come Ronconi avesse parlato di riscoperta della parola nell’ultima conferenza stampa; tu, come sottolinei, ti sei allontanata da questa direzione. Come mai? Perché pensi che si possa comunicare diversamente?

“I padri vanno sempre uccisi” [e lo dice sempre con rispetto e riconoscenza, nda] e questo avviene anche in “Dove cadono le ombre”, in quel caso, vale “le madri vanno abbandonate”. Credo fosse necessario. Io penso che Ronconi fosse capace di analizzare il testo come nessun altro e ti insegnava a tradirlo come nessun altro; però ho compreso che quel lavoro non mi corrispondeva, avevo bisogno di molta più carne, sudore, un contatto più vivo coi miei compagni di scena. In questo ho sentito maggiormente vero il lavoro sul set perché a teatro c’è il pubblico, ciò che fai lo realizzi per gli spettatori lì.

Quali sono i tuoi prossimi progetti?

In autunno uscirà “Non uccidere 2” per la regia di Claudio Noce, dove sono protagonista di una delle puntate; è stata un’esperienza molto bella, mi ha interessata anche per l’impostazione un po’ svedese. Per quanto riguarda il teatro, in novembre-dicembre sarò in tournée con “Le Baccanti” di De Rosa e poi riprendo “Santa Estasi” di Latella toccando a maggio 2018 il Piccolo Teatro di Milano.