“Tanto di cappello al signor Berlusconi”

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iacAnche chi non ha sponsorizzato politicamente Berlusconi, lo riconosce come un grande uomo italiano. Nel giorno del suo ottantunesimo compleanno il ricordo di Enzo Iacchetti, in un’intervista CULT in cui ripercorre gli anni di lavoro al Biscione.

Ci racconta un episodio OFF divertente o imbarazzante dell’inizio della sua carriera?

Nel 1986 lavoravo in un villaggio turistico e una volta, durante uno spettacolo della sera, mi sono accorto che uno spettatore dormiva. Allora sono sceso dal palcoscenico e sono andato lì a battergli forte le mani sotto il naso per svegliarlo, e la signora seduta di fianco a lui mi ha detto: “Guarda che è sveglissimo, è un non vedente”! Chiaramente ho chiesto centomila volte scusa, e lui, da grande persona che era, ha risposto di essersi molto divertito. Però, per il resto dello spettacolo c’è stato un clima di gelo totale, e io ci sono stato male tutta la notte.

Lei ha fatto praticamente di tutto, durante la sua carriera: dalla radio al cabaret, dai matrimoni alle pizzerie… insomma, ha avuto una gavetta lunghissima. Che cosa ha imparato?

Quando lavori nelle pizzerie, mentre tutti mangiano, ruttano, e fanno casino, impari che l’arma migliore è l’improvvisazione: se sali sul palco e cerchi di seguire un copione, puoi essere sicuro che tutti ti tireranno degli ortaggi. Se invece vai lì e cominci a improvvisare con quelli che mangiano, loro stanno al gioco e partecipano. Quel tipo di gavetta serve molto a imparare l’improvvisazione, che ancora ogni tanto uso. Non ho difficoltà a esercitarla perché l’ho imparata in posti più tremendi, come nelle discoteche, quando verso l’una di notte il disc jokey si fermava e diceva: “Signori e signore, ora dal Derby Club di Milano un giovane e promettente comico: Enzo Iacchetti!”; invece la gente voleva solo ballare e bisognava coinvolgerla, in un modo o nell’altro.

Negli anni ’70-’80 c’erano molti spazi, anche piccoli o magari in situazioni sgradevoli per un professionista, dove però i giovani potevano crescere e crearsi una professionalità. Oggi c’è ancora questo background?

Adesso ci sono un po’ troppi comici. Una volta c’era più selezione: c’erano più locali che facevano cabaret, ma quello fondamentale a Milano era il Derby Club. Se non passavi da lì, non succedeva niente, e arrivarci non era semplice. Adesso vedo tanta confusione: ci sono tanti comici, anche bravi, di cui però non ricordo i nomi, per esempio. Perché basta inventarsi un tormentone e si va subito in TV, allora non era così facile.

È complicato anche per i giovani che vogliono fare musica… Ricordo un contrasto tra lei, Gianmarco Mazzi e Gianni Morandi a proposito di Sanremo Social. La cosa si è appianata, finalmente?

All’epoca, io rappresentavo le etichette indipendenti e loro rappresentavano il Festival di Sanremo: mi ero preso la responsabilità di far notare che ci sono dei talenti anche nelle piccole case discografiche, e volevo usare un sistema “forte” per attirare l’attenzione… Invece mi sono ritrovato una querela di una cifra micidiale. L’offesa che ho lanciato soprattutto a Gianni, che era mio amico e che stimo molto per quello che ha fatto nel mondo della musica, era un pretesto. Loro purtroppo rappresentavano “il nemico”, e io volevo difendere i giovani, come ho sempre fatto.

Le sembra che il sistema delle major, che fino a pochi anni fa era padrone della musica, stia scricchiolando un po’, oppure è ancora forte?

Scricchiola la discografia in generale: sono solo tre o quattro in Italia le persone che vendono i dischi. Io li vendo quando faccio i concerti: se il pubblico è soddisfatto, con dieci euro si compra il disco. Ma a livello commerciale, a parte Laura Pausini, Vasco Rossi e pochi altri, è un mercato in crisi.

Dopo una gavetta lunghissima, lei è stato portato all’attenzione di tutti da Maurizio Costanzo: com’è avvenuto l’incontro? Ricordo le “Canzoni Bonsai”, che erano una parentesi divertente al “Costanzo Show”…

Lui aveva bisogno di idee originali, allora ho pensato a queste canzoni corte. Maurizio Costanzo non provinava i comici, e la prima volta fui scartato dal suo redattore. Per me era l’ultima spiaggia, in vent’anni di tentativi non c’era stato verso di sfondare. Invece, un altro redattore ha trovato il materiale del provino e mi ha richiamato, dandomi la chance di fare una puntata. Poi sarebbe stato Costanzo a decidere se farmi continuare o no. Ho fatto 137 puntate! Poi, nel ’94, Antonio Ricci mi ha chiesto di condurre Striscia.

Mi ricordo che al “Costanzo Show” tutte le sere le portavano una tartina con un’acciuga e della marmellata… come mai?

Quello era un dispetto di Maurizio, a lui piaceva vedermi in difficoltà. Ci fu un soprano, ospite nella stessa puntata in cui c’ero io, che raccontava cosa si fa per mantenere la voce bella, e diceva che prima di andare scena mangiava una fetta di pane con marmellata e acciughe…

Ma è orrendo!

Sì, vomitevole. Costanzo mi chiese: “E lei, Iacchetti, ha mai provato?”, e per qualche puntata mi costrinse ad assaggiare questa tartina finché mi venivano i conati. Ma io ero disposto a tutto, pur di stare lì, avrei mangiato tutte le acciughe del mondo.

Poi lei è diventato un personaggio molto noto con Striscia La Notizia. Come si sente, da cabarettista e uomo di teatro, ad aver avuto successo come presentatore satirico?

Striscia la vedevo da casa, e pensavo che vicino a Ezio Greggio ci sarei stato benissimo. Vedevo un avvicendarsi di persone di cui mi ritenevo più capace. Seguo il metodo americano, nel senso che secondo me la disciplina dell’attore contempla diversi mestieri: saper far ridere, cantare, saper fare il drammatico. Anche ballare, adesso non è più il caso perché ho 61 anni, però l’ho fatto in qualche musical. Saper fare teatro è soprattutto studiare e imparare sempre. Cosa che molti giovani adesso non fanno e si limitano a sfruttare il tormentone. Per questo non ho mai voluto identificarmi come comico, a me è sempre piaciuto il termine attore, o attore brillante.

Lei ha avuto donne bellissime. Di solito, le donne bellissime vanno a cercare il calciatore: come fa un uomo normale a conquistare una pin up?

Se fossi stato un uomo normale, tipo un operaio della Breda, non avrei avuto le donne bellissime di cui lei parla. Che in realtà non sono state neanche tante, perché sono uno che allunga le storie d’amore più che può.

Quindi non c’è nessuna ricetta magica per noi che facciamo un altro mestiere?

In realtà non c’è neanche per me, che faccio questo mestiere ma sto invecchiando. Ormai i tempi andati sono andati, però è stato bello.

Concludiamo con una domanda politica… Lei è notoriamente un antiberlusconiano, e ultimamente è vicino a Grillo… Come si sente nella “rete del Biscione”?

Vorrei chiarire una cosa: ho sempre detto da dentro l’azienda di non aver mai votato Berlusconi. Ho sempre rifiutato proposte più vantaggiose che mi faceva la Rai proprio perché in questa azienda nessuno mi ha mai chiuso la bocca. Quindi, indipendentemente dal fatto che io sia un simpatizzante delle minoranze come sempre, sono felice di poter cambiare idea ogni volta che l’idea di prima mi sembra sbagliata. Per anni non ho votato, per anni ho votato sinistra, per anni ancora non ho votato, l’ultima volta ho votato Beppe Grillo. Non ho vergogna a dirlo. Quest’anno sono molto indeciso e probabilmente non voterò. Però, posso dire che “quando c’era lui”, come si dice anche in un’altra circostanza meno felice, la televisione era più bella. Poi la politica lo ha allontanato molto, e anche l’azienda ne sta soffrendo. Purtroppo se ne è andato via senza lasciare un sostituto bravo come lui, e credo che la crisi della televisione commerciale sia dovuta al fatto che abbia portato tutti i migliori che aveva alla politica. Non mi è piaciuto come ha fatto politica, ma come imprenditore televisivo l’ho sempre difeso: tanto di cappello al signor Berlusconi.

Secondo lei, qual è il motivo del successo del Movimento Cinque Stelle?

Noi italiani abbiamo sempre bisogno di un riferimento. Anche quando Berlusconi arrivò in politica, ci sembrava il salvatore della patria. Quando è arrivato Grillo ci sembrò anche lui il salvatore della patria. E fu così anche quando arrivò Mussolini. Quando arrivò Renzi e ci sembrò che fosse lui. Siamo un popolo che si sposta in questo modo perché abbiamo sempre bisogno di un guru da seguire, sperando che sia quello giusto. In realtà, hanno tutti tanti bei propositi, poi entrano in Parlamento e si fanno fottere da quei meccanismi della politica arraffa tutto. Nonostante questo, credo che abbia delle cose da dire anche Beppe, per esempio il suo non voler mai mettersi in contatto con nessuno, devo dire che le cose stanno un po’ migliorando. Mi sta simpatico ancora, il Movimento, ma gli ho trovato anche dei difetti ultimamente. Quindi sono un po’ confuso come sempre, di nuovo.

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