Nietzsche al cinema

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Pietro Germi e Lars von Trier sono l’alfa e l’omega de Il cinema delle stanze vuote di Isabella Cesarini e Luigi Iannone (La scuola di Pitagora, pp. 90, € 11). Non tanto perché siano i registi semanticamente più importanti tra quelli analizzati dal critico cinematografico e dal giornalista e saggista de Il Giornale. E neanche perché Germi apre il libro con il saggio della Cesarini, mentre von Trier lo chiude con Melancholia in quello di Iannone. Infatti, se il Germi dei film meno 9k=commerciali, come L’uomo di paglia, socchiude la porta sulla “mestizia” che è “sempre dentro lo sguardo chinato alla prepotenza del quotidiano detto dalla nube della non conoscenza esalata dalle sigarette del protagonista, von Trier con quel titolo emblematico dice chiaramente di cosa si tratta qui: della malinconia.

Torna in queste pagine l’antesignana dell’odierna depressione, denigrata con il marchio infamante della malattia impostole da una società egra di imperativi salutisti: è il sottile male di vivere di chi non si piega, di chi resta anarchico, ostinandosi a essere un fiore bianco in un aiola rossa. La malinconia è il genio, mediocre per fatalità, del Martin Venator di Ernest Jünger, il quale sfugge al miserabile termitaio contemporaneo rifugiandosi nel bosco, ossia negli “esili spazi” rimasti a disposizione, luoghi della mente in cui la vita somiglia ancora a se stessa, per quanto nella dimensione dello spleen.

Il richiamo ai boschi e ai giardini non è casuale, perché nel monumentale – e per chi scrive anche un po’ pretenzioso – Melancholia von Trier indugia sulle lunghe carrellate su paesaggi naturali e giardini destinati a essere spazzati via dall’impatto imagescon il pianeta che presta il nome al titolo del film. Justine, la sposa, che qui rovescia il senso di sacra ierogamia tra i sessi foriera di vita nel suo opposto, ovvero nel tetro ruolo di sposa della morte, in una sequenza compare nella posa pensosa del capolavoro di Albrecht Dürer, Melencolia I. La fine si avvicina dunque, alla faccia della fede cieca nel dio della scienza.

Fin dal Novecento, il cinema ha detto in ogni modo il sentimento della morte, la paura della fine, lo spaesamento e il nichilismo dei veri filosofi, che della scienza si sono fatti beffe perché la sapevano lunga. Perciò troviamo qui le cupe nebbie padane di uno dei registi più fraintesi e minimizzati, Fellini, e il monologo nicciano di Nostalghia del sommo Tarkovskij nonché ovviamente, tra gli altri, Il settimo sigillo di Bergman (quanti l’hanno visto come esercizio pedagogico capendoci nulla?). Insomma: il mondo non è bello come vorrebbero farci credere e chi ancora pensa con la sua testa non ci vive troppo bene, sembrano dirci gli autori tramite la voce visiva dei registi. Che altro dire? Così è se vi pare. E così è anche se non vi pare affatto.