Arnone: ” Dopo 25 anni di finanza, la svolta a teatro”

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alessandro arnone

alessandro arnoneLa stagione 2017-2018 del Teatro Manzoni di Milano inaugura il 2 ottobre con la prima intervista di Manzoni Cultura di Edoardo Sylos Labini a Davide Van De Sfroos. Abbiamo incontrato il direttore, Alessandro Arnone, per farci raccontare cosa ci aspetta – e non solo.

Qual è il bilancio della stagione conclusasi?

Siamo molto soddisfatti. La formula introdotta ormai quattro stagioni fa, di differenziare la programmazione, affiancando alla prosa i cartelloni di cabaret, cultura, extra e family ha funzionato sin dall’inizio. Continua il grande successo degli spettacoli dedicati ai bambini, che rappresentano anche un momento importante per riunire la famiglia, tanto che abbiamo deciso di aggiungere alla rappresentazione del sabato pomeriggio quella della domenica mattina alle 11. Il cartellone del cabaret ha inoltre registrato il tutto esaurito, portando a teatro un pubblico giovane e poco abituato a frequentare la nostra sala. Si è poi riconfermato il gradimento del cartellone di prosa, sempre più incentrato sulle commedie di autori contemporanei.

Come definirebbe quella 2017-18?

Varia e attuale, con tematiche legate all’attualità, ai rapporti di coppia, alla famiglia.

C’è uno spettacolo che potrebbe spiazzare la platea?

Spero di non spiazzare mai il mio pubblico, se s’intende questo termine in un’ottica negativa, piuttosto mi auguro di sorprenderlo anche con commedie inedite. Penso ad esempio a Regalo di Natale di Pupi Avati o a Non mi hai più detto ti amo, che vede riunita, dopo vent’anni, la coppia storica di Grease Giampiero Ingrassia-Lorella Cuccarini (quest’ultima a cimentarsi per la prima volta con un testo di prosa). Per non tralasciare la prima volta in scena di Raul Bova, diretto da Luca Miniero (regista di tanti film di successo, fra cui Benvenuti al sud) alla sua prima regia teatrale.

Cosa pensa di aver apportato dal 2013?

Una maggiore apertura verso la città e le sue esigenze di intrattenimento. Ricordo che quando ho assunto l’incarico è apparsa stridente l’idea d’introdurre spettacoli per i più piccoli, ma per me era un aspetto rilevante perché i bambini costituiranno il pubblico teatrale del domani. Attraverso spettacoli a loro dedicati i bambini scoprono la possibilità di interagire dal vivo coi personaggi delle loro storie e fiabe più belle, superando la barriera degli schermi digitali ai quali sono sempre più abituati. Tra le novità del cartellone family della prossima stagione mi piace ricordare Le avventure della Fabbrica di Cioccolato e il primo musical dallo Zecchino d’Oro.

A proposito di questo, il Manzoni è un teatro prestigioso, ma visto ancora un po’ distante soprattutto dai giovani. Cosa si può fare?

Credo che la percezione la si possa cambiare avendo pazienza e seminando. Creare delle stagioni parallele alla prosa è stato un modo per avvicinare un “nuovo” pubblico. Talvolta, anche nell’immaginario di alcuni artisti, chiamati ad esempio per il cabaret, ho riscontrato un “timore” nel proporre questo tipo di spettacolo alla nostra platea. Bisogna innovare a piccoli passi, senza fare le rivoluzioni. Abbiamo ricevuto riscontri positivi che ci confermano di essere sulla strada giusta. Stiamo effettuando un restyling anche sul piano della comunicazione visiva: realizzando, ad esempio, uno shooting fotografico con tutti i primi piani dei protagonisti della nostra stagione.

Esiste ancora qualcosa che le piacerebbe realizzare?

Il Manzoni era stato molto OFF con la proposta della stagione dedicata al movimento nel 2013-’14, con artisti internazionali come i Familie Flöz, che riscossero un grande successo in termini di qualità. Non escludo che iniziative simili possano ripetersi in futuro.

Cosa vuol dire essere un teatro privato?

È evidentemente faticosissimo e a fine stagione, per quanto possa andare bene, non si finisce mai in pari. Dal FUS (Fondo unico per lo spettacolo) riceviamo solo piccoli contributi. Ci teniamo in questa prospettiva a ringraziare gli abbonati, che rappresentano lo zoccolo duro del nostro pubblico e che ripongono in noi la loro fiducia, acquistando e pagando l’abbonamento in anticipo.

C’è un episodio OFF del suo percorso?

Sicuramente sul piano lavorativo ha coinciso con la richiesta di occuparmi di teatro dopo venticinque anni di finanza, ed è stata una svolta di carriera avvenuta a cinquant’anni.

Lei che tipo di spettatore è?

Estremamente curioso. Provenendo da un settore differente in questi cinque anni ho visto un numero considerevole di pièces, e quando vado in altri teatri ci vado più come spettatore che come direttore generale e artistico del Manzoni. Mi piace ascoltare le opinioni della gente, proprio come faccio qui al Manzoni.

Qual è il suo polso della situazione teatrale?

Parlando di Milano sono molto ottimista, credo che questa città rappresenti un’isola felice, con un dinamismo ed un’effervescenza culturale contagiosa, in un contesto nazionale ancora piuttosto difficile.

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