Dove cadono le ombre, racconto del genocidio Janish

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Un tentato sterminio, un’altra pagina nera della storia più recente che ha macchiato l’apparente candore della tranquilla Svizzera. Vittime  tragedia gli Janish, popolazione nomade europea nota come “zingari bianchi”. Dal 1926 al 1975 il programma Pro Juventute (simile alla nostra Croce Rossa), finanziato dalla Confederazione Elvetica, prevedeva di strappare in maniera sistematica i figli alle famiglie Jenisch per affidarli alle cure di strutture in cui, con un chiaro esperimento di eugenetica, si tentava di sterilizzarli e rieducarli attraverso violenze fisiche e psicologiche di ogni tipo – bagni gelati, coma glicemico, elettroshock – col folle obiettivo di eliminare in loro ogni traccia dell’originario nomadismo e renderli onesti cittadini svizzeri. In Concorso alle Giornate degli Autori della 74ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia “Dove cadono le ombre”, primo lungometraggio di finzione della documentarista Valentina Pedicini è giunto nelle sale il 6 settembre con Fandango, portando sul grande schermo una storia vera, che affonda le sue radici nell’orrore dei circa 2000 bambini coinvolti.

La Pedicini racconta attraverso gli occhi di Anna e Hans, lei infermiera in un vecchio istituto per anziani, un tempo un orfanotrofio, il loro, lui il suo assistente. Anna e Hans sono due anime bambine intrappolate nel tempo e nello spazio, vittime di un passato traumatico e difficile da cancellare. Per quanto orribile e pieno di fantasmi, quell’istituto sembra l’unico luogo in cui siano capaci di vivere.

D’improvviso la loro monotona routine viene interrotta dall’arrivo di Gertrud, un’anziana distinta signora. Con il suo arrivo i mostri sembrano riprendere vita e la pellicola si snoda quindi in un continuo andirivieni di presente e passato; l’istituto perde i suoi contorni di ricovero per anziani tornando ad essere quel tempio dell’orrore guidato dalla crudele Gertrud, dottoressa aguzzina del programma.

Con lei tornano a galla ricordi tremendi, tensioni mai sopite e il mistero irrisolto della scomparsa di una delle bambine, Franziska, la migliore amichetta di Anna.

Quel che emerge è un serratissimo confronto al femminile tra la vittima e il suo carnefice, rispettivamente Federica Rossellini (Anna), nel suo primo ruolo da protagonista, e Elena Cotta nei panni dell’anziana Gertrud. Tra i corridoi dell’istituto c’è anche Hans (Josafat Vagni), sul quale il programma ha fatto danni irreparabili, rendendolo una sorta di inconsapevole automa.ombre3

Straordinarie le interpretazioni delle due attrici. Nella regia si rinviene l’abilità documentaristica di indagare tra le “ombre”, anche se il girato in interni, unito alla lentezza esasperante tendono ad assumere effetti claustrofobici per lo spettatore che perde il filo della narrazione tra i numerosi non detti. Il merito è certamente quello di aver riportato a galla un “piccolo genocidio” mai raccontato, emerso solo grazie all’attività artistica e sociale di Mariella Mehr, una delle poche sopravvissute, autrice de “La trilogia della violenza”, in arrivo in Italia con Fandango Libri.