Marianne Mirage: “Per mio padre non avrei fatto la cantante perchè non ero nera”

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marianne 2E’ cresciuta in mezzo ai pennelli del papà, seguendolo in giro per l’Europa, nei viaggi in barca a vela. Capelli afro, occhi azzurri e voce sensuale, Marianne Mirage, all’anagrafe Giovanna Gardelli, romagnola di Cesena, si è fatta conoscere dal grande pubblico all’ultimo festival di Sanremo con “Le canzoni fanno male”, una grintosa ballad soul con un ritornello immediato, che si fissa nella testa al primo ascolto. Sul palco dell’Ariston è arrivata dopo il debutto, a marzo del 2016, con l’album “Quelli come me” (Sugar), un mix di sonorità pop, soul e urban che lasciava intuirne tutto il talento, fino a far affermare che la cantautrice è una delle novità più interessanti della scena musicale made in Italy.

Sono passati un po’ di mesi dalla tua partecipazione a Sanremo. Che ricordi hai di quella esperienza?

Proprio pochi giorni fa ci ripensavo. Quest’anno sono successe talmente tante cose che solo d’estate, con la mente calma, sono riuscita a mettere a fuoco quali sono stati i punti i salienti. I miei ricordi di Sanremo partono dalla scelta del brano, senza il quale non sarei mai salita sul palco dell’Ariston. Il mio orgoglio è di aver scelto “Le canzoni fanno male”, che ho voluto fortemente, ed il mio riconoscimento va Francesco Bianconi (dei Baustelle, ndr) e Kaballà, che me l’hanno affidata. La trovo una canzone con tantissima personalità, che racconta qualcosa che prima non si è detto. Mi sono divertita a cantarla tutta l’estate sia nei piccoli live che nelle grandi piazze perché si presta ad essere ascoltata da un pubblico diverso, ovvero quello più ricercato e quello più abituato alle canzoni della radio. L’altro ricordo del festival è la sveglia alle sei di mattina, dopo aver dormito due ore. Ma non mi è pesata, sono una ragazza che non dorme molto, abituata a stare in mezzo alle persone ed a parlare tutto il giorno.

La musica quando è entrata nella tua vita?

Quando ero molto piccola perché mio padre, mentre dipingeva nel suo studio, ascoltava musica.  Sentiva soprattutto il jazz dei primi anni Venti fino agli anni Cinquanta, con qualche incursione nella musica classica di Wagner, Beethoven. Inoltre, mio padre faceva lo skipper e mi portava con lui in barca a vela. Grazie ai nostri viaggi sono sempre stata ben disposta nei confronti delle altre culture, soprattutto musicali. Anche perché ero sempre sola in barca, per me la musica era uno sfogo alla mia solitudine. Ricordo che quando dissi a mio padre di voler fare la cantante mi rispose che non avrei potuto, perché non ero nera. Lui aveva come riferimento le cantanti black. Ho capito che si poteva cantare anche se non si era nere ascoltando Édith Piaf, con una voce altrettanto potente. Forse inconsciamente ho scelto un nome d’arte francese per darmi quella forza in più.

Il nome d’arte, appunto. Perché hai scelto di farti conoscere dal pubblico con un nome diverso da quello di battesimo?

I miei cantanti preferiti non hanno mai avuto il loro vero nome quando si presentavano sul palco. Penso a Bob Dylan, Billie Holiday, Édith Piaf. La mia scelta è stata proprio quella di essere qualcun altro quando si sale sul palco perché è talmente importante il momento che si vive in quelle due ore che non vorrei essere la stessa che tutti i giorni va a comprare il pane o il latte. Diventi qualcosa di etereo, che rimane invariato nel tempo. Marianne, nome francese, e Mirage, che è un miraggio come quello che si manifesta sul palco, mi sembrava il nome adatto.

Oltre alla passione per la musica tuo padre ti ha trasmesso quella per la pittura…

Mio padre anche nei nostri viaggi portava sempre un taccuino e disegnava. Mi ha sempre detto di scrivere tutto perché il tempo passa e si dimentica tutto. E’ stata una piccola mia quella di annotarmi cosa facevo ogni giorno, da quando ho 16 anni. In casa ho quasi una piccola biblioteca con tutti i miei taccuini, che contengono anche tutte le canzoni che mi sono venute in mente in questi anni.

Hai accennato alla solitudine vissuta da bambina. In quegli anni soffrivi di dislessia. Ha condizionato in qualche modo la tua infanzia?

I bambini dislessici devono faticare molto di più. Ricordo momenti spiacevoli, in cui facevo delle figuracce, come quando, mentre si leggeva a scuola, sbagliavo e i miei compagni di classe ridevano. Inventavo le parole per leggere più velocemente; ad esempio, invece di leggere “l’abate” leggevo “l’abete”, come se il mio cervello volesse arrivare prima, come se la mia immaginazione, il mio emisfero destro, prendesse il sopravvento. Sentivo dentro di me di non avere qualcosa che gli altri avevano. La logopedia mi vedeva studiare di più rispetto agli altri bambini. Con la pratica sono riuscita ad avere una lettura buona, fino a laurearmi in Lettere e Filosofia. Ho superato i miei limiti, con fatica, come fanno tutte le persone che prendono consapevolezza. Ho cominciato a leggere tanto e i miei libri preferiti, come “Il ritratto di Dorian Gray”, mi hanno aiutata.

Di quella Giovanna cos’è rimasto oggi?

Mi son portata dietro la voglia di lavorare sui miei difetti, non per cambiare, perché una persona non deve mai cambiare se stessa, ma deve migliorarsi. Se qualcuno mi fa notare un difetto ho imparato a non prenderla sul personale, a non essere permalosa, ma a dire: “Ci lavorerò”. Quando firmai il contratto con Caterina Caselli mi disse che c’era ancora molto da fare. Io le risposi esattamente così, che ero disposta a lavorare tanto.

L’incontro con lei com’è avvenuto?

E’ stato del tutto inaspettato, come se un angelo dal cielo mi avesse detto: “Voglio scegliere te”. Da Torino sono arrivata da sola a Milano, una città nuova. Un ragazzo della Sugar mi sente cantare e mi dice: “Perché non vieni con la tua chitarra a conoscere Caterina Caselli?”. Vado, mi ricordo ancora com’ero vestita, avevo calzoni argentati, e canto le mie sessanta canzoni in inglese, francese, portoghese, italiano. Furono quattro ore di pura musica, davanti a Caterina e al suo team, giovane e solido. Pensai che non avremmo mai lavorato insieme, invece dopo una settimana arrivò il contratto.

E’ l’attitudine al lavoro di cui parlavi prima che non ti ha portata a partecipare ad un talent show?

Proprio così. Credo che il motivo reale sia questo.

Nel pezzo sanremese canti: «Non voglio più amore. Per la vita, per un anno, per favore». Hai sofferto per amore? Ora sei innamorata?

Ho sofferto tantissimo. Sono sempre stata lasciata e non ho mai capito i motivi. Per questo era ancora più doloroso. Io ho sempre parlato d’amore, mi ritrovo tantissimo in quello che cantavano Billie Holiday, Édith Piaf, Amy Winehouse, nel loro modo sofferto di cantare l’amore. La mia voce diventa diversa quando penso a quanto sia forte questo sentimento, che considero la cosa più importante che ci sia. Adesso sono in quella fase in cui i sogni mi condizionano le giornate e mi destabilizzano molto. Sono molto altalenante, in balia degli eventi. Trovo pace nella musica.

E nello yoga.

Sì, un altro sfogo oltre al canto è proprio lo yoga. Riesco a farlo tutti i giorni e mi ha aiutata tanto soprattutto nella scrittura del mio primo disco, “Quelli come me”, perché è molto difficile sapere veramente chi siamo poiché possono esserci condizionamenti esterni oppure, a volte, pensiamo di essere qualcuno che in realtà non siamo. Lo yoga mi ha fatto conoscere le mie vere debolezze e le richieste del mio corpo. Mio padre mi ha sempre cresciuta, piuttosto che con un credo religioso, con le massime dei tempio greco di Delfi come “Nulla di troppo”, “Conosci te stesso”, “Vivi nascosto”. Sembra strano parlare ai tempi dei social di vivere nascosti, ma magari possiamo farlo con la parte più intima di noi. E conoscere noi stessi è ciò che invita a fare la filosofia dello yoga, in cui mi sono ritrovata.

Ti sei diplomata al Centro Sperimentale di Cinematografia con Giancarlo Giannini. Ti manca fare l’attrice?

C’è una cosa bellissima che è successa, che ha a che fare con la recitazione e che vedremo molto presto, aMarianne dicembre. Non posso dare ulteriori informazioni. Comunque attingo sempre molto al mondo dell’arte, ricorro alle immagini quando scrivo le canzoni o le canto davanti al pubblico. Come dicevo prima, non sono io quando salgo su un palco, sono Marianne Mirage.

In che momento della tua vita e della tua carriera sei?

Nella ricerca. Ho capito che mi è permesso di fare questo mestiere ed è come se mi chiedessero cosa voglio dire. Sono nel pieno della ricerca per la scrittura del disco nuovo e suono tanto. Trovo che il live sia la cosa più importante e che i musicisti siano fondamentali per la ricerca sonora.

La ricerca si conduce, in genere, quando non si ha qualcosa. Cosa ti manca?

La cosa più bella della ricerca è che hai smesso di pensare a quello che non hai. Una volta ho suonato per Umberto Veronesi e mi son resa conto dell’affinità con un ricercatore scientifico, che quando si domanda come funziona una cosa e avvia la ricerca ha già trovato ciò che sta cercando. Mi sento in questo modo, i buchi che avevo prima li sto colmando. Adesso ce ne sono ancora tanti, a volte mi fanno cadere, ma non mi sento nel vuoto. Sono più dall’altra parte. È un percorso lunghissimo, ma riuscirò a ritrovarmi sempre di più.