Giulio Regeni. Quando la poesia diventa la voce del dolore

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vera lucia de oliveiraDare voce, con rispetto e pudore, al sentimento del dolore, attraverso la parola poetica che si fa testimone del male del proprio tempo, ricercando altresì una qualche “luce” quale approdo per l’anima, precipitata nel buio più totale. Questa la difficile prova affrontata da Vera Lucia de Oliveira nella sua più recente silloge Ditelo a mia madre (Fara editore, 2017), dedicata alla memoria di Giulio Regeni, barbaramente ucciso in Egitto nel 2016. E’ la stessa autrice, nel post scriptum dell’opera, a spiegare come, ascoltate al telegiornale talune parole di Paola Regeni – che si interrogava sugli ultimi momenti della vita del figlio – sia rimasta tanto colpita da scrutare il percorso introspettivo che il dolore obbliga a fare. Come può una madre, ma anche un padre, un fratello, un amico, ognuno di noi, scendere all’inferno riuscendo poi a risalire, senza che il male prenda il sopravvento? Il risultato di questo scandagliare l’anima si traduce da parte del poeta nella forza di dire, attraverso parole esatte, scelte con cura estrema, l’oscurità del nostro tempo, senza paura di specchiarvisi: per guardare in faccia il male / c’è un tempo dentro il tempo / in cui mi ascolto morire. Prisca Agustoni sottolinea nella postfazione all’opera come si tratti di un “dire che non si impone, che non vuol far tacere l’altro, al contrario, lo interroga, chiede dialogo, tende la mano. È una voce corale e sofferta, tutta protesa verso la trascendenza”. Sono versi autentici che parlano anche di amore e di Dio (uno per uno / devo scendere / i bui gradini / della terra // ma dentro mi porto / una scala segreta / che mi riconduce a Dio) e dove la capacità di amare dell’io poetico trasmette con tutta la forza possibile il messaggio che non siamo ancora vinti.