Tornare uomini. Ecco come non essere schiavi del politicamente corretto

0
53

COPERTINA-NUOVA-TORNIAMO-UOMINIDite la verità, se solo fino a qualche anno fa vi avessero parlato di uomini femministi avreste pensato a una variante moderna dei femminielli, oppure vi sareste chiesti da quale bizzarria massmediatica fossero saltati fuori.

Quello dei “femministi”  è solo uno dei tanti esempi dello slittamento, semantico ma non solo, della società verso il dogmatismo politicamente corretto, che con la scusa di difendere presunte minoranze ne ammazza di vere: una di esse è il merlo maschio, specie in via di estinzione di cui grazie ad Alberto Angela  conserviamo il ricordo (scherzo, è grazie al celebre lungometraggio dell’indimenticato regista dal nome ridondante Pasquale Festa Campanile).

Nei Settanta le possibilità del maschio alfa erano incarnate da Lando Buzzanca,  adesso invece le applicazioni della tecnica ci danno Vinny Ohh, il venti-e-qualcosenne che ha speso cinquantamila euro per trasformarsi in un’entità senza sesso piallandosi fino a sembrare una creatura aliena.

E se una volta c’era il profumo per l’uomo che non deve chiedere mai, ora le domande ce le facciamo eccome e ci chiediamo dove sia finito quest’uomo.

Interrogativo che potrebbe essere il sottotitolo immaginifico sulla copertina del pamphlet di Emanuele Ricucci: Torniamo uomini. Contro chi ci vuole schiavi: come tornare sovrani di noi stessi.

In realtà il j’accuse contro l’eroticamente corretto è solo una delle innumerevoli spie che nel libello di Ricucci rappresentano la condizione dell’uomo massa, pirandellianamente tutti e nessuno, con una dose di autocoscienza che s’è fatta  miserabile rispetto al famigerato consumismo degli anni Ottanta, quando almeno Zuckerberg era solo un bimbo e i nazi-liberal di Berkeley manco erano nati.

Ricucci guarda il momento attuale dal di fuori, dal punto di vista cioè di chi è immerso nella contemporaneità vedendone i limiti e le contraddizioni, un po’ come il bambino della favola che, unico in  mezzo alla folla, grida a tutti l’evidente: il re è nudo! E allora non solo il sesso e i moderni, ma l’Europa a mille velocità, i social a difesa delle minoranze ma che capitalizzano i post dell’Isis, il Dio dei cristiani ridotto a folklore metafisico, l’incontro-scontro con culture altre. In pochissime parole: la nebulizzazione dell’identità operata dall’attitudine oggi in voga, il politically corrett.

Che no, non è sinonimo di rutto libero, come vogliono far credere i guardiani della moralità alla Michele Serra per difendere se stessi e la loro eccezione culturale dai burini, ma una nuova ideologia che vuole l’uomo nuovo, anzi l’essere umano nuovo, cioè neutro, asettico, congelato  e asessuato.

E’ il nuovo pensiero dominante, che come tutti i grandi sistemi crede di perseguire una cosa buona –libertà, uguaglianza et cetera – ma in realtà prefigura, ancora e sempre, una schiavitù.

Ma Emanuele Ricucci – che scrive di cultura per Il Giornale, alla terza pubblicazione in allegato al quotidiano e già caporedattore di OFF –, con attitudine (malgré lui!) sartriana, ci dice che le idee sono astratte e prima di loro ci sono gli uomini in carne e ossa, i quali uomini però sono scomparsi insieme a Dio. Oggi Diogene il Cinico, il matto che viveva in una botte e cercava l’uomo con un lanternino, quest’uomo non lo troverebbe nemmeno con una fanaleria per concerti, shakerato com’è nella melma della mediocrazia e della polizia del pensiero

“Innaturali, prodotti del politicamente corretto, stiamo perdendo la battaglia semantica, la quale, per sua natura, non è un esercizio di stile dei migliori a scuola, ma lo svilimento infame dei significati e, quindi, dei concetti, che porta ad una pericolosissima relatività da applicare a qualsiasi cosa si muova. Ridicola. […] Storditi, gli uomini si sono fatti surgelare dalla politica, che gioca sulle paure, sulle sottili minacce, dal buonismo di Stato. […] Abbiamo colto la disgrazia di essere tutti uguali, svuotati, tolleranti, buonissimi”,

scrive Emanuele Ricucci. Anche se proprio all’apogeo del “male” ci viene in soccorso la dialettica servo/padrone di hegeliana memoria, quando “[…] si gioca il destino dei sudditi o dei sovrani. L’homo novus contro l’homo oeconomicus. L’uomo protagonista contro l’uomo-massa”. 934735_10207471575299511_6784932173234071857_n

Vogliamo fare una scommessa? Se in Svezia oltre a produrre le Volvo continueranno imperterriti con l’edu-castrazione di genere finalizzata alla produzione di bambini neutri (insegnanti di asilo che anziché rivolgersi agli infanti coi pronomi maschile e femminile utilizzano un semiconosciuto sostituto linguistico neutro, aboliscono i termini “mamma” e “papà” con il generico “genitori” e abituano i marmocchi alla mescolanza di vestiti e giochi, al punto che ad oggi pare siano aumentati i casi di bambini e bambine che decidono che no, non si sentono per niente a loro agio nel corpo maschile o femminile che la natura gli ha dato), mentre là fanno gli psico/poliziotti a presidio democratico delle sensibilità fru fru, qui da noi il merlo maschio non tramonterà mai e insieme alla fimmina continuerà a fare il paracarro di genere.

Perché l’uomo-massa, l’uomo-moltitudine, potrà riappropriarsi di se stesso solo quando, conclude Ricucci, “nel singolo come nel grande numero […]avrà coltivato se stesso, preferendo l’uomo al replicante […]. Ritornando al sole, a noi stessi, ancor prima che alle urne, alle accademie, nelle strade. Ponendoci come frazione del tutto. In operazioni che dobbiamo compiere noi singoli […]. Viaggiando verso la sovraumanità, uomini e sovrani”.