750 anni di Giotto, tra mito e realtà

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Cinque_maestri_del_rinascimento_fiorentino,_XVI_sec,_giottoFu un giorno di sangue e morte quel sabato 11 giugno 1289. Nella piana di Campaldino si scontrarono, senza pietà, l’esercito ghibellino e quello guelfo. Tra questi ultimi c’era anche Dante Alighieri che, come feditore, era in prima linea, tra gli stendardi che garrivano al vento. Poco dietro c’era, assieme ad altri centinaia di soldati improvvisati, anche Giotto di Bondone, armato di alabarda, probabilmente.

Già, perché anche se è facile dedurre la sua partecipazione (tutti i maschi tra 15 e 70 anni furono arruolati), in realtà, non ci sono né documenti né testimonianze ad attestare la sua presenza. Come, d’altronde, non ce ne sono su gran parte della sua esistenza.

Infatti, se è vero che le numerose opere di Giotto sono universalmente note, è altrettanto vero che sulla sua vita si sa molto poco, e tanti, tantissimi sono ancora i dubbi, le domande, i pezzi mancanti della parabola umana di un artista rivoluzionario. Infatti, della straordinaria rottura con il passato operata dal “pictor eximius” si accorsero subito tutti i suoi contemporanei. Visto che, come scrisse Cennino Cennini, “rimutò l’arte di greco in latino e la ridusse al moderno”. 

Ma se la portata dirompente della sua pittura è stata ampiamente analizzata, ad esempio, anche sulla sua nascita, non si hanno documenti. Anche se viene, ormai da lungo tempo, comunemente dedotta da una testimonianza del cronista Giovanni Villani che Antonio Pucci riprese nel “Centiloquio”: “Maestro Giotto passò di questa vita a dì otto di gennaio 1336”, all’età di settant’anni. Considerando che il calendario fiorentino è un anno indietro rispetto al nostro, si deduce che Giotto morì nel 1337. Ergo era nato nel 1267. Ecco, allora, quest’anno, il settecentocinquantesimo anniversario della nascita.

Per l’occasione a Venezia, nella Scuola Grande della Misericordia, è in corso un’avvolgente mostra multimediale e multisensoriale (che rimarrà aperta sino al 5 novembre) mentre, per il 16 settembre, a Vicchio, è prevista una giornata di studi, curata dallo storico dell’arte Angelo Tartuferi, dal titolo “Intorno a Giotto, nel suo Mugello, a 750 anni dalla nascita. Approfondimenti critici e nuove ipotesi”.

Lunedì, invece, a Cortina d’Ampezzo, alle ore 11, nella sala convegni del Grand Hotel Savoia, sarà presentato “Il magnifico ribelle. Il Mugello di Giotto”, edito dalla fiorentina Polistampa, in cui  Riccardo Nencini cerca di dare risposta ad alcune, antiche, domande. Prima fra tutte se Giotto nacque a Firenze o nel “Mugel selvoso”. E lo fa, conscio che all’epoca non esistevano registri battesimali, partendo da una frase di Leonardo da Vinci: “venne Giotto fiorentino il quale, nato in monti solitari, cominciò a disegnare”.

Riccardo Nencini, vecchio socialista, senatore, viceministro delle Infrastrutture e dei Trasporti e, non per ultimo, scrittore (come non ricordare il suo straziante “Morirò in piedi” in cui racconta gli ultimi giorni della sua amica Orianadownload (90) Fallaci), è bene ricordarlo per chi non lo sapesse, è nato e cresciuto nel Mugello. È, quindi, una questione ancestrale per lui questa ricerca delle origini giottesche.

Con l’ausilio di documenti, editi e inediti, noti e meno noti, Nencini ricostruisce i primi passi di un artista divenuto, ben presto, un pittore richiestissimo che girava, in lungo e in largo, la Penisola con un piccolo carro pieno di colori e pennelli. E Nencini si sofferma, forse per deformazione professionale, anche sulla viabilità e i trasporti dell’epoca, aspetti, come fa notare Cristina Acidini (attuale presidente dell’Accademia delle arti del disegno di Firenze), “non sempre presi nella dovuta considerazione nel “classico” approccio storico-artistico e invece cruciali per immedesimarsi negli artisti in trasferta, assai più numerosi di quanto si possa credere”.

Viaggiava Giotto. Viaggiava e dipingeva. E le sue opere sono lì a testimoniarlo: Assisi, Firenze, Milano, Napoli, Padova, Rimini, Roma. Proprio guardando i suoi dipinti, Nencini formula un’altra, interessante, domanda: i suoi paesaggi, così diversi da quelli dei suoi predecessori e coevi, erano frutto di fantasia o traevano ispirazione dalla realtà?

Secondo Nencini, Giotto traeva spunto dalla realtà. Ad esempio, “in uno degli affreschi del ciclo di Assisi è perfettamente riconoscibile la chiesa di Santa Maria sopra Minerva. La riproduzione è fedele, una fotografia perfetta, emozionante”. Ma Nencini è riuscito a scoprire un altro ritratto paesaggistico che viene proprio dal suo Mugello…

Certo il libro non ha la pretesa di essere esauriente e definitivo. Ma ha il merito di porre interessanti quesiti con “confronti suggestivi e convincenti”, parola di Vittorio Sgarbi. Insomma, “un’indagine che mancava”, come scrive nella sua sentita introduzione Franco Cardini, per (ri)scoprire un’artista che appartiene alla storia dell’umanità pur rimanendo, per dirla sempre con Cardini, “una gloria che profuma dei nostri fiori, delle nostre acque, del nostro olio, del nostro vino”.