Blu Yoshimi: “Litigare per il matrimonio omosessuale? Una buffonata!”

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foto3_fabio_lovinoSpontaneità allo stato puro, questa è Blu Yoshimi, giovane attrice di soli vent’anni, ma con già alle spalle alcuni lavori importanti e le idee chiare sul futuro. Al contempo, però, è sempre pronta a lasciarsi sorprendere da ciò che verrà. Alla XV edizione del Sa.Fi.Ter Film Festival Internazionale, dove ha ricevuto un premio, ha accompagnato “Piuma” di Roan Johnson, che l’ha consacrata con un ruolo da co-protagonista e in cui non era semplice mantenere l’equilibrio tra i registri. La presentazione dell’opera nella seconda tappa della kermesse itinerante pugliese è stata l’occasione per approfondire con lei il percorso sin qui realizzato e scoprire aspirazioni e progetti.

Partiamo dal film che hai presentato durante il Sa.Fi.Ter, hai qualche lato caratteriale in comune con Cate?

All’inizio pensavo di sì, la verità, però, è che lei è un po’ più seria, sorride poco forse anche a causa delle circostanze. Io, invece, sono un tipo che, nonostante le contingenze, rido tanto. Questo ci distingue abbastanza. Cate è sicuramente una persona responsabile e anche io mi ritengo tale, seppur in altre situazioni. Ad oggi non ho ancora avuto occasione di avere un bambino quindi non saprei se anche in quel caso lo sarei così tanto. Una cosa bella che penso mi abbia lasciato è la grande dolcezza, lei mi ha dato la libertà di esprimerla ancora di più.

Hai scoperto, quindi, qualcosa di te?

Sì, ha sempre fatto parte di me, ma è come se non l’avessi mai lasciata esprimere, come se ci fosse uno standard da seguire legato all’essere forte, invece, ho scoperto che una donna può esser tanto forte e al contempo ugualmente dolce.

Ti sei chiesta come avresti reagito ritrovandoti nella sua stessa situazione (incinta da adolescente, nda)?

Sì mi sono interrogata a riguardo. So che è una scelta tanto personale. Come ha risposto il mio personaggio non so se sarebbe stato il mio modo, forse sì. Ci sono talmente tanti fattori, l’unica cosa  che mi sento di dire è: la scelta sta a noi.

Su ilgiornaleOFF abbiamo avuto modo di parlare di “Socialmente pericolosi” di Fabio Venditti. Cos’ha significato girare un’opera legata a una storia vera e anche così particolare?

L’ho girato subito prima di “Piuma”, sono state delle riprese molto intense per tutti quanti. Ho ammirato tantissimo il cast anche tecnico perché ha dato il massimo in un tempo limitato, essendo un progetto più che low-budget. Sapendo che si tratta di una storia vera avverti una responsabilità in più. Già solitamente devi restituire una verità interpretativa in quanto molti spettatori potrebbero riconoscersi; di fronte a una vicenda accaduta, con persone ancora in vita, tutto ciò è all’ennesima potenza. A me è capitato di conoscere la figlia di Venditti ed è stata un’opportunità per scoprire qualcosa di nuovo. Lei mi ha fatto capire come sia dovuta andare oltre un limite che si presenta quando ci troviamo davanti all’ignoto. Ti arriva un criminale in casa per cui istintivamente pensi: ok mi chiudo in stanza. Molti di noi avrebbero reagito così, è evidente che il “diverso” spaventa, soprattutto quando vengono date certe accezioni da criminale a drogato. Il mio personaggio, dopo un’iniziale resistenza, fa un passo in avanti e si ritrova a contatto con un essere umano, che, al di là delle etichette, è un’altra persona così come lo può essere una ragazza di diciotto anni. Si sviluppa una complicità tra i due, dando luogo a uno scambio tra persone completamente opposte. Tra l’altro a dargli volto era Fortunato Cerlino, il quale mi ha detto delle parole che porterò sempre con me, anche perché sono arrivate al momento e nel posto giusto.

 Non hai provato timore nel girare ai Quartieri Spagnoli di Napoli?

No, poi per quanto riguarda il carcere non avevo scene e so che per i permessi non è stato sempre semplice.  “Socialmente pericolosi” ha girato tantissimo e continua a farlo dal 6 al 12 luglio torna a Roma, al Cinema Farnese. Il 7 lo presento con Vinicio Marchioni, mentre il 10 ci sono Fortunato Cerlino e Michela Cescon.

In uno dei tuoi ultimi lavori, “Arianna” di Carlo Lavagna, veniva affrontato un tema che viene visto ancora come tabù, legato all’identità sessuale. Qual è la tua posizione a riguardo?

Quando si parlò dei matrimoni omosessuali ero felicissima, poi mi son detta: possibile che stiamo discutendo veramente su questo. Esistono talmente tanti conflitti mondiali, nelle città, in famiglia e ci stiamo preoccupando che due persone dello stesso sesso si amano. È definibile un problema, tanto più serio, il fatto che due vogliano sposarsi e vivere la vita insieme? Forse è un mio limite, ma non riesco a comprendere come possa esser definito tale una cosa del genere.

Pensando al tuo percorso, quanto ti ha condizionato – nel bene e nel male – debuttare da giovanissima?

Ho cominciato a quattro anni in uno spot. Quando ti chiedono da bambina cosa vorresti fare da grande, io ho sempre risposto che avrei voluto fare l’attrice poiché mi sembrava che fosse la professione in grado di racchiudere tutti i ruoli che mi affascinavano, dalla scienziata alla pittrice. A conti fatti posso dire che mi abbia solo arricchita, in certi momenti ho notato come possa essere un sacrificio, ad esempio, è il tuo compleanno e sei sul set per cui non lo festeggi oppure ho perso il campo scuola di quinta elementare. Certo sono piccole cose, che durante l’infanzia noti. È il rischio di ogni passione, che sia per una persona o per lavoro, si dà sempre qualcosa un po’ di più di quanto torna indietro. Poi è ancora più bello quando si riesce a unire la propria strada con quella degli altri facendo sì che una mia vittoria è anche collettiva. Io pratico buddismo da otto anni, sono cresciuta con la divisione futuro e c’è una canzone che dice: «e sono sicura che i miei amici vinceranno insieme a me» che riprende proprio questa idea.

La scelta di optare per l’Actors’ Studio come formazione deriva da tua madre (Lidia Vitale, nda)?

Sì, devo dire che per me è stata un’enorme fortuna perché da subito ho potuto incontrare grandi maestri quali la coach Doris Hicks con cui ho svolto e continuo a svolgere delle full immersion sul processo di costruzione del personaggio. Ho da poco fatto anche uno stage con Jack Walser, che è della prima generazione. Mi trovo bene con questo metodo, voglio sperimentarne anche altri, però ritengo chefoto4_daniele-notaristefano l’approccio dell’Actors’ Studio dia molta libertà in quanto ti mette in contatto con te stesso. Permette di esprimere così come sei quello che hai, come puoi, diventando un percorso abbastanza personale. Si è uno strumento organico e in quanto tale non si funzionerà mai allo stesso modo in ogni lavoro che si andrà a compiere.

Hai avuto esperienze teatrali legate a Save the Children e AMREF. Che ricordo hai?

Sono state altre scuole di formazione per me. Il primissimo lavoro in teatro è stato “Il mago di Oz”, dove facevo un topo – che non esiste nell’originale – e ricordo che mia madre mi disse: «non ci sono piccoli o grandi ruoli, ma solo piccoli o grandi attori». A proposito degli altri due spettacoli che citavi trattavano di guerre, bambini soldato, in uno mi tagliarono una scena, ma questi sono i primi lavori che ti formano. Mi piacerebbe tornare in teatro anche perché ci sono, appunto, sempre tanti imprevisti, non che sul set non accadano, ma stare in scena ti insegna a stare sul pezzo al 100% perché qualunque cosa accade “the show must go on”.

C’è un aspetto artistico che vorresti sondare?

Il lato registico, ma tra molto tempo, raccontando anche delle mie storie scrivendo i soggetti, facendomi, però, supportare da qualcuno di molto bravo. Penso di riprendere a breve la fotografia insieme al pianoforte, che mi è rimasto dentro da sempre e che vorrei ricominciare a suonare. Lo trovo uno strumento magico capace di trasportarmi in mondi e immagini.

Abbiamo una domanda “di rito”. Sei molto giovane, ma c’è un episodio OFF che hai voglia di raccontare ai nostri lettori?

Qualche giorno fa un amico è venuto a trovarmi e ha notato un orsetto bianco, posto vicino a tutte le sceneggiature. Gli ho spiegato che me lo diede il presidente della Berlinale nel 2008 quando andai a presentare “Caos Calmo” (diretto da Nanni Moretti, nda) dicendomi: «ora sei un po’ piccola e l’orso d’oro non posso dartelo, nel frattempo tieni questo orsetto di peluche». Rivederlo mi ha rianimata. Col tempo le nostre aspettative si abbassano perché veniamo circondati da una serie di realtà che possono essere insormontabili, da quelle economiche a quelle interne. L’orsetto mi ha fatto ricordare ancora di più dove voglio arrivare. Voglio tornare a quello sguardo di quando tutto era possibile, con lo stesso spirito.

Tua madre ha dichiarato proprio su ilgiornaleOFF: «il miglior film della mia vita oserei dire che l’ho creato con il rapporto che ho con mia figlia». Se dovessi risponderle, cosa diresti?

(Si emoziona). È vero. Ce l’ho qui davanti (abbiamo realizzato l’intervista nella stanza d’albergo dove alloggiavano a Bari, nda) per cui d’istinto posso solo dire un enorme grazie per avermi dato la vita, crescendomi in circostanze estreme, portando fino in fondo il suo sogno di attrice e incoraggiandomi non a parole, ma con gli atti. Lei per me è un esempio di vita, di attrice e donna.

Hai raccontato di voler andare a vivere a Parigi. Onde evitare fraintendimenti: questo desiderio non nasce dal non amore per questa terra o perché credi che qui non ci sia modo di lavorare?

No, io amo l’Italia, ma amo anche Parigi. A parte che quando mi trasferirò, mi sognerò il cibo nostrano; però penso che sono giovane e viaggiare apre tantissimo la mente. Quando posso lo faccio anche solo con foto1_giulia_bertiniuno zainetto. A ciò si aggiunge l’amore per il cinema francese ed è uno stimolo in più ad andare a Parigi.

Sei molto attenta anche agli aspetti ambientali

Il mondo è come se fosse un po’ casa nostra. Non credo ci sia una dualità tra noi e l’ambiente, se brucia, bruciamo anche noi. Si tratta di un interesse che ho sempre avuto sin da piccina leggendo un libro, “Ecologia a piccoli passi”. A volte piccole attenzioni, senza troppo impegno, cambierebbero in positivo la situazione. Sono anche molto ispirata da Leonardo Di Caprio che continua nella campagna per sensibilizzare il mondo sui problemi ambientali che affliggono il pianeta. Consiglierei a tutti di vedere il suo documentario, “Before the Flood”, che ha messo a disposizione in rete gratuitamente. Invito ad aprire un attimo gli occhi perché ci stiamo auto-distruggendo. Io ho bisogno di avere un contatto con la natura almeno una volta al giorno, purtroppo è limitato ad andare al parco, ma aiuta. Sto vedendo troppe persone che ci stanno lasciando troppo precocemente per motivi naturali, senza contare lo sfruttamento degli animali.

Ci salutiamo con i tuoi prossimi progetti…

Inizio una nuova avventura: un film più pesante e tragico che tratta di bullismo cibernetico intitolato “Like Me Back” per la regia di Leonardo Guerra Seragnoli.

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Foto di copertina: Fabio Lovino
Foto articolo: Daniele Notaristefano – Fabio Lovino – Giulia Bertini