Mazzamauro: “Fu Fellini a portarmi da Fantozzi…”

2
194

“È morta anche la mia giovinezzaFantozzi, l’unico uomo che abbia amato”. Con queste parole, Anna Mazzamauro, l’indimenticabile signorina Silvani della saga di Fantozzi, piange amaramente la scomparsa di Paolo Villaggio. 25 anni di umanità e carriera insieme. In questa intervista cult racconta i suoi esordi e ci parla di Fantozzi

Anna, noi iniziamo sempre queste chiacchierate chiedendo di raccontare un episodio OFF della carriera…

Ma come! Invece di fare amicizia, di entrare nei meandri del mio animo, mi violenti così dicendo “raccontami un episodio”…e io ti dico: non ho nessun episodio da raccontarvi (ride)

…partiamo da quando recitavi in bagno Via col Vento

Io non rinnego niente e nessuno. Magari potessi rifare ancora Fantozzi. Ma da ragazzina io dicevo sempre “da grande io farò Via col Vento. Da grande io sarò la nuova Rossella O’Hara”. E devo confessarti che io da ragazzina, siccome i miei genitori erano in allarme per questo mio voler fare l’attrice da grande, ce l’ho nel dna, ero costretta a recitare di nascosto la notte in bagno; forse per questo sono diventata un cesso di donna (ride); al di là degli scherzi, recitavo sempre la scena finale di Via col Vento quella in cui Grant la lascia e lei gli corre appresso. “Che farò senza di te?” e il lavandino mi rispondeva “Francamente me ne infischio” e gorgogliava paurosamente

Hai avuto degli inizi con dei sogni molto ambiziosi che poi sei riuscita a realizzare perché al di là di Fantozzi tu sei un’attrice strepitosa che fa un teatro, per certi versi, impegnato e hai portato sulle scene delle tematiche molto forti ed interessanti…

Mi fa piacere tu riconosca questo perché sai, è pieno di imbecilli o di quelli che non alzano il culo dal divano, dove sono seduti in mutande senza neanche le pantofole, che vedendo Fantozzi non si scomodano ad andare a teatro perché dicono “ma tanto lo vedo qua in televisione, ma sì, che sarà mai…”. L’etichetta di comico mi limita, mi disturba un po’. Io faccio di professione l’attrice non il comico; perché devo fare il comico di professione, nel senso antico della parola, del ‘600, laddove i comici, cosiddetti, andavano con le carrozze nei vari castelli dai ricchi che in cambio delle recite offrivano uova, tacchini, polli e via cantando. Adesso non è che sia cambiato poi tanto; le uova me le danno sode ma sempre uova sono…
In quel senso accetto il termine “comico”. Ma adesso comico è quello uscito da certe trasmissioni orripilanti e che vive di gloria per una stagione, però abusa del termine stesso e quindi va nei teatri togliendo lo spazio agli attori veri.

Ripeto, mi fa piacere tu abbia fatto questa sottolineatura

Anna Mazzamauro, la strabiliante signorina Silvani, e Paolo Villaggio durante le riprese di "Fantozzi"
Anna Mazzamauro, la strabiliante signorina Silvani, e Paolo Villaggio durante le riprese di “Fantozzi”

…ma anzi, se me lo permetti ti faccio un complimento pubblico perché, oltre al personaggio della signorina Silvani, a teatro hai portato delle vere opere commoventi, dall’interpretazione di Anna Magnani ad altri intensi monologhi, come quello dedicato alla madre di Melania Rea, ad esempio. È giusto che si conosca un Anna Mazzamauro per molti insolita

Tutto sommato, il pubblico distratto che riconosce in me soltanto e soprattutto la signorina Silvani mi offre un’eterna giovinezza, per cui io posso avere, nonostante non abbia più vent’anni, questa freschezza d’immagine e meravigliare la gente che magari per sbaglio imbocca al teatro e vedendomi dice “Ah! Ma allora sa recitare”…Te possino ammazzà (ride)…
Però questo mi rende giovane. Se tu riesci a meravigliare la gente sei ancora giovane.

Cosa ti ha spinto a dedicare un monologo alla madre di Melania?

Il fatto di essere madre e di aver provato e provare, purtroppo tuttora, un dolore così grande. Un tragico dolore che non ha confine. La morte di un figlio deve essere qualcosa di inenarrabile, di fronte al quale qualsiasi altra sofferenza scompare. Perdere un figlio in maniera così violenta poi…c’è dentro la grecità, l’impossibilità di raccontarlo; io ho tentato di raccontarlo attraverso le parole di una donna che entra in una macelleria, una persona normale, prende la borsa della spesa e incontra il quotidiano dove soltanto vedere un animale massacrato dal coltello del macellaio le ricorda tragicamente la figlia. Quindi inizia un monologo/dialogo col macellaio che tenta di attutire il dolore di questa madre e lei dice: “mia figlia non era un animale. Come si fa ad ammazzare in questo modo?”. E poi quando il macellaio le dice: “dimenticare no, ma forse perdonare…”, lei rimane un attimo ferma e pensa: “sì, io lo perdono (l’assassino ndr). Ma prima lo guardo. E poi l’accido. L’agg a vedè come ‘na lumaca che sbava sangue a terra”.
Non si può parlare di perdono quando ti hanno massacrato una figlia. Che cazzo di perdono vuoi da me. Mi devi far capire perché. Una domanda che mi turba il sonno, il cibo, la vita, il rapporto con gli altri: perché tu ti sei permesso di fare a pezzi una figlia come un animale.

In questo la giustizia italiana spesso non ci aiuta perché leggiamo troppo spesso di vittime di femminicidio che lasciano tutti noi con un sgomento tale che poi assistere ad opere come quella che hai portato sul palco è testimonianza di una commozione ed una riflessione certa

Cosa bisognerebbe perdonare? Cosa significa perdono?

Torniamo alla tua carriera. Ai tuoi inizi. Tu negli anni ’70 hai fatto una scelta coraggiosa. Sei diventata impresaria di te stessa e hai aperto il Carlino…

…ma per favore, ma perché mi ricordi queste cose? (Ride).

È vero che hai proposto a chi lavorava in quello, che era un ex locale notturno, di diventare donna delle pulizie di quello che poi sarebbe stato il tuo futuro teatro?

Io ho preso questo locale notturno e l’ho trasformato poi in teatro. Però mentre gli operai lavoravano dall’altra parte del locale c’erano ancora tre puttane tre che continuavano a fare il loro lavoro. Allora mi sono armata di coraggio, ho spalancato le porte e ho parlato con queste signore: una era leggermente sorda, una aveva un dente solo davanti, non sorrideva mai e un’altra era appoggiata sempre al pianoforte perché era claudicante. Feci la crocerossina…convinsi queste tre signore a venire a fare le pulizie dall’altra parte, la mia…
Come s…pazzavano loro, insomma…

E se ti dicessi “signorina Mezzamauro” cosa mi rispondi?

FellOni, o meglio, Fellini. Devo a Fellini Fantozzi perché l’aiuto regista di Fellini, Maurizio Mein, si è ricordato di me, di un episodio in cui Fellini voleva per forza che io, essendo molto giovane, doppiassi una signora di novant’anni nel film Roma, al che io, in maniera carina, dissi “chiedo scusa ma io non posso essere capace di doppiare una signora di quell’età” e allora lui: “diciamo che lei, signorina MEzzamauro, non è capace…”. Non me l’avesse mai detto. Io lo guardai e gli dissi: “Dottor FellOni, mi hanno detto che lei in famiglia ha un’attrice che sicuramente per età è più giusta” – naturalmente alludevo alla moglie – “se lo faccia fare da lei il doppiaggio”. Andai via sbattendo la porta. Allora Mein si ricordò di me quando cercavano dei mostri parlanti per Fantozzi

Paolo Villaggio, Plinio Fernando e Anna Mazzamauro, oggi
Paolo Villaggio, Plinio Fernando e Anna Mazzamauro, oggi

C’è una cosa che non rifaresti di tutto quello che hai fatto, a parte il film Champagne in paradiso che so che non è uno dei tuoi film preferiti…

L’unica gioia, in quel film, fu quella di conoscere Albano.

Un lato di Albano che non conosciamo e che tu puoi raccontarci?

Io ho intuito la creatura che è in lui. La creatura vera, non solo intelligente, con la bella voce, quello mi interessa meno; mi interessa molto di più il senso di umanità che lui esprime, comunque e ovunque, e che non credo sia mai cambiato dal momento in cui è nato in quella Puglia meravigliosa che io amo moltissimo. Averlo conosciuto, anche se giusto per il tempo del film (che ho cancellato dai ricordi), è stato un grande piacere; credo di essermi innamorata di Albano, per carità, in senso letterario, in senso universale, come autore, per quello che trasmette, per quello che vuole regalare agli altri. Lo amo per le cose che anche io sento.

Tu sei innamorata?

No, perché il mio compagno è morto. Non sono più innamorata.

E non ti senti più innamorata di nessuno?

No, solo del teatro. Non voglio più essere innamorata perché la morte ha cancellato il senso dell’amore che purtroppo appartiene soltanto alla vita. Non me ne frega un cazzo di essere innamorata del ricordo. Io desidero avere ancora il rapporto che avevo col mio compagno.

Perché, visto il tuo impegno teatrale e le battaglie che tu hai sempre portato avanti dal palcoscenico, nessuno ha mai utilizzato la tua generosità a scopo benefico o sociale?

Questa è una domanda che mi sono fatta anche io. Purtroppo, anche in questi rapporti col sociale bisogna o far parte di un clan o essere raccomandati o avere delle amicizie particolari. È una cosa che voglio comunicare. Le persone cosiddette normali, beate loro, quando vedono in televisione, a teatro qualcuno prendere una posizione chiara, di contrarietà o solidarietà, non si rendono conto che c’è sempre qualche amicizia o qualcosa di politico che permette di farli parlare in nome di determinati principi che dovrebbero essere molto più elementari, comuni.

Perché nessuno mi hai detto “vuoi partecipare ad una serata in cui si parla contro lo stupro delle donne?” questione che, ad esempio, porto in teatro da una vita?

Come mi saluterebbe la signorina Silvani?

Sei una merdaccia schifosa!

 

 

2 Commenti

  1. L’ho sempre molto apprezzata,è una delle poche

    molto brava e simpatica.

  2. Anna Mazzamauro ha rivelato di essere una grande attrice fin dai film con Villaggio. Essere anche comici è una facoltà di pochissimi veri attori. Totò lo ha dimostrato ampiamente.

Comments are closed.