Marzio Pieri. Dalla musica alla letteratura, in viaggio fino a Verdi

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Statene certi, un libro musicologico così non l’avete mai letto. E l’unicità di questo libro è data esclusivamente dal suo autore: Marzio Pieri, fiorentino, classe 1940, ex docente di Letteratura italiana presso l’Università di Parma.

1_pieriIl nome di Marzio Pieri è uno dei capisaldi dell’italianistica: sua è, infatti, la monumentale edizione critica, nel 1975, dell’Adone di Giovan Battista Marino. Ed ecco il primo dato: Pieri è uno dei massimi studiosi viventi del Barocco letterario. A questa competenza, affianca la sua grande passione: la musica e, in particolare, Giuseppe Verdi. Una passione che sfociò, nel 1977, in Viaggio da Verdi, «una passerella fra due mie predilezioni: il Barocco e Verdi», e, nel 1981, in Verdi: l’immaginario dell’Ottocento con la prefazione del grande direttore d’orchestra Gianandrea Gavazzeni.

Ci fu, poi, un terzo libro, scritto da Pieri ormai quarant’anni fa, ma mai pubblicato. Quel libro vede, ora, la luce e si intitola Palinsesti Verdiani (Ut Orpheus, pagg. 232, euro 27,95). Un testo ripescato, rivisto e aggiornato che si presenta subito nel panorama editoriale musicologico, come dicevamo in apertura, come una rarità.

Basta sfogliarlo – ma bisogna gustarlo quasi come un liquore o un vino d’annata o un sigaro stagionato: questo libro va assaporato, lasciato anche decantare (se il caso), riga dopo riga, pagina dopo pagina – per accorgersi della pasta con cui Pieri modella i suoi “palinsesti verdiani”: una lingua doviziosa e una scrittura sontuosa, ipnotica, soverchiante, squisitamente barocca. Prendete questo passo, per esempio: «Invece che romanzi, il giovane Verdi fulmina ballate. Invece di quadroni, dipinge scene di genere. Un “immaginario” trasportabile, commutabile, per le pareti del salotto. Un Sàlgari avanti lettera. Castellane, fieri duchi, cripte, boschi, navigli, battaglie. Una sincronia del mirabile storico. Se un occhio di donna piange, il brillìo della lacrima può girar d’infilata sù fino al raggio d’una mezzaluna pacioccona e romantica».

O anche questo passo (più musicologico): «All’opera verticale, “gotica”, di Donizetti, che negli annilb029 dell’aurora verdiana aveva toccato una misura pressoché infallibile, se ne sostituiva un’altra, geometrica, quadrata. Il gran gesto patetico, l’avventarsi dei ritmi e delle danze, il furore e la terribilità – programmatici – di Verdi, hanno troppo spesso nascosto, come una superficie ribollente, una vegetazione avventante e fosca, questa geometria delle strutture».

Tutto è barocco, in questo testo: è un fasto e opulente affresco dell’universo verdiano attraverso l’analisi delle sue opere, delle trame e dei personaggi. Si inizia con la giovanile Alzira, opera «americana» di Verdi; poi l’Oberto di San Bonifacio, «opera sùbito estrema»; Un ballo in maschera; la poco frequentata Un giorno di regno; I Lombardi alla prima crociata, «un’opera al quadrato» e il periodo “dopo Lombardi”; Giovanna d’Arco, «una specie di Grand Opéra nostrano». E poi avanti fino ai classici della Trilogia (Rigoletto, Trovatore e Traviata), La forza del destino, il Don Carlos, l’Otello, il Falstaff.

Insomma, un libro preziosissimo, una perla rarissima che – per dirla con il primo amore di Pieri, Giovan Battista Marino – desta «maraviglia».