Valentina Carnelutti: “Sono e sarò felice di essere off”

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valentina carnelutti2Vuole abitare “panni comodi” – umanamente parlando – ma non ha timore di dire affermazioni che potrebbero risultare “scomode”, magari solo perché molto dirette. Già dai primissimi minuti Valentina Carnelutti si presenta così, schietta, idee ben precise, ma anche tanta curiosità. Dalla formazione poliedrica, dopo aver debuttato in teatro, si è divisa tra doppiaggio, interprete pura (lavorando con nomi importanti, da Marco Tullio Giordana a Theo Angelopoulos) fino a lavori scritti e diretti da lei sia in teatro (ad esempio “Tutta la mia confusione”) che dietro la macchina da presa col cortometraggio pluripremiato “ReCuiem”.

L’abbiamo incontrata alla 53esima Mostra Internazionale del Cinema di Pesaro dove ha rivestito la triplice veste di giurata della sezione Lungometraggi, interprete nel film diretto da Citto Maselli e regista del suo corto.

Hai dichiarato di tenere molto a questo festival. Da giurata e artista come identifichi e cerchi il nuovo nel cinema?

Per me nella definizione di cinema è contenuta la parola “nuovo”. Credo che ogni film dovrebbe avere una propria individualità e indipendenza, una sincerità e franchezza rispetto a ciò che racconta e quindi la possibilità di mostrare qualcosa che altrimenti non esisterebbe e che forse non è già stato espresso. Questo non succede spesso. Quando dico “nuovo” non significa che debba narrare argomenti inediti, penso a Romeo & Giulietta per esempio, è stato messo in scena numerose volte, ma può ancora sorprendere. Non mi riferisco perciò alla fabula, ma a un modo, a una posizione che gli autori possono o meno occupare. Pesaro mi sembra uno di quei festival – e non ne conosco molti con questa qualità – in cui c’è effettivamente la possibilità di vedere un cinema nuovo. Si tratta di un cinema che non è asservito a logiche di potere né a quelle di compiacimento di un ipotetico spettatore – un altro dei difetti che avvelenano il cinema, in particolare quello italiano. Il desiderio di andare incontro a più larghe porzioni di umanità possibili, infatti, riduce significativamente la qualità. È come se si volesse dare da mangiare a cinquecento persone con religioni e diete diverse, andrebbe a finire che si berrebbe un bicchier d’acqua, sarebbe impossibile conciliare tutti. Penso sia un po’ come cucinare: non è detto che ogni piatto sia per tutti i gusti, ma ciascuno potrebbe provare qualcosa.

Sarebbe auspicabile che il cinema riuscisse ad allargare gli orizzonti, mentali e sentimentali, delle persone.

Come si fa?

In parte credo sia difficile per una questione economica. Si realizzano determinati film per soddisfare un certo tipo di economia. Il problema è nel continuare a pensare che il legame tra il “prodotto” cinematografico e l’economia sia diretto. La connessione c’è ed è potente e interessante. Dando vita a film che aprono la mentalità, fanno conoscere certe realtà, o ancora invitano a mettersi nei panni di altri, probabilmente il pubblico viene stimolato, in un certo senso educato. Dando luogo a un mondo di persone un po’ più libere, di conseguenza capaci di portar avanti un certo tipo di economia. Il punto è che non la si vuole portare avanti, è molto più comodo tenere tutte le “pecore” schiacciate sotto a un grande colosso.

Non credi che possa esserci anche un rischio di autoreferenzialità?

L’autoreferenzialità ha luogo nel momento in cui non si ha la consapevolezza della storia del cinema e del linguaggio cinematografico. Quando guardi una serie televisiva becera in cui sono tutti in cucina e senti frasi come: «Amore sto uscendo. Vuoi un po’ di biscotti?» e non parlano di nulla – e mi è toccato dire battute del genere – non è autoreferenziale? Preferisco allora l’“autoriferirsi” di una persona che ha attraversato il mondo per salvare il figlio dalla morte in Siria! Questo se parliamo di film che a malapena possono definirsi tali. Parlando, invece, strettamente di cinema, direi che dipende tutto dalla posizione in cui si mette l’autore, il quale potrebbe domandarsi: «sono onesto e sincero? Ho urgenza di raccontare questa cosa? Riesco a perseguire questa narrazione senza cedere alla tentazione di voler sapere in anticipo se avrò quel tale distributore o quel tale interprete?». Ci vuole una franchezza di fondo. Allora si può parlare di contenuto. Se si ha davvero urgenza di raccontare qualcosa è difficile che si diventi autoreferenziali. L’autoreferenzialità viene dal desiderio di esibirsi e quello non ha a che vedere col cinema.

Anche al Festival di Animavì – Festival Internazionale del Cinema di Animazione Poetico, diretto da Simone Massi (dal 12 al 16 luglio a Pergola), – sarò in giuria. Ne sono contentissima, è un altro festival per cui vale questo ragionamento. Chi si mette a realizzare un film disegno dopo disegno non può che amare quello che sta facendo, dopodiché il fruitore può apprezzare o meno. Gli stessi film del Concorso di Pesaro non mi sono piaciuti tutti allo stesso modo, ma tutti sono accomunati da onestà e precisione di intenti, che per me sono dei valori, purtroppo sempre più rari.

Durante la kermesse è stato riproposto “Le ombre rosse” di Citto Maselli, un po’ uno spartiacque nel tuo percorso professionale. Riprendendo i contenuti del film, a distanza di anni, credi che avrebbe senso ricreare le Case della Cultura?

Rilancerei domandando a cosa corrisponderebbe oggi una Casa della Cultura. Credo che la cultura alfoto del fotografo del festival momento soffra di individualismo e solitudine, le persone producono “cultura” da sole, dialogando con i mezzi di comunicazione. Mi sembra che si sia perso uno degli aspetti più straordinari di quello che erano le case della cultura, che certo avevano tanti difetti, ma mettevano a frutto la facoltà delle persone di interagire. Oggi lo si fa sui social network, ma non è la stessa cosa. Mettere il corpo in uno spazio insieme a un altro corpo è fondamentale. È anacronistico pensare a una casa della cultura come quelle oggi, bisognerebbe, però, riflettere su delle forme di dialogo più accessibili nella vita di ogni giorno, dalle scuole ai festival. Sarebbe bello che ci fossero degli spazi fisici dove le persone si potessero incontrare; anche se oggi c’è una gran paranoia per gli attentati che finisce per incrementare la mancanza di aggregazione.

Il tuo personaggio aveva una battuta molto diretta: «siamo franchi, guardiamoci in faccia» invitando a essere onesti. Se dovessi rilanciare adesso quelle parole, a chi le indirizzeresti?

A tutti, a partire da me stessa. Credo che la quantità di bugie che diciamo nell’arco di un’unica giornata sia superiore alla quantità di affermazioni vere che comunichiamo nello stesso lasso di tempo. Io provo a farlo con me stessa da un certo tempo e mi è cambiata letteralmente la vita. Sono più felice. Smettere con le bugie determina una franchezza nei rapporti e quindi la possibilità di rispondere molto più facilmente sì o no. Se si può dire di no a qualcosa che non ci piace o che non funziona resta molto più spazio mentale e fisico. Adottando quest’approccio anche nella creazione si producono opere sensate. Se si chiedesse a un regista per esempio: «sii franco, vuoi davvero quella persona per interpretare quel ruolo? È la tua prima scelta?», piano piano si scardinerebbero delle dinamiche, lasciando aria pulita per lavori urgenti, necessari. Questa franchezza dovrebbe partire già dal «come stai» e dalla relativa risposta, compreso «male» se si sta male.

Sì ma quanti pongono la domanda «come stai?» non per formalità, ma perché interessa davvero?

Quanti non lo so, ma quando si inizia a rispondere la verità, è facile fare il conto di chi resta.

Tra i tuoi ultimi lavori annoveriamo “La pazza gioia” di Paolo Virzì e “Lasciati andare” di Francesco Amato. Certo abbiamo esempi illustri come Moretti, pensando, però, ai titoli recenti, credi che il nostro cinema si stia interessando di più all’analisi? In fondo, più o meno largamente, vi si fa riferimento…

Entrambi i lungometraggi citati non affrontano l’analisi in quanto tale. Forse c’è una necessità di mettere a fuoco i disagi che si fanno sentire sempre di più nella nostra società.  

Mia madre è psicanalista, ne conosco e io stessa ho fatto un lavoro di analisi, non credo che sia stato realizzato ancora in Italia un film su che cosa è la psicanalisi. Si possono raccontare dei pezzi, ma l’analisi mi sembra una cosa talmente impalpabile e fatta di elementi così minuti e difficili da condividere, che si compongono in maniera indecifrabile… che non riesco a immaginare come potrebbe essere esaurita in un unico film. Potrebbe essere interessante realizzare un film su un analista o forse mettere a fuoco un caso…

C’è un episodio OFF del tuo percorso artistico e umano che hai voglia di condividere coi nostri lettori?

A me sembra di esser sempre off e underground, ogni tanto emergo. Ma mi sento più off che on. Certo mi è capitato di fare dei film come “La pazza gioia” o “La meglio gioventù” che hanno avuto successo, ma anche in quei casi ero sempre un po’ off . Nel film di Virzì non sono sul manifesto, non sono nelle foto, non ero alla conferenza stampa a Cannes perché le protagoniste sono altre. Per “La meglio gioventù” è accaduto lo stesso, a Cannes non c’ero e hanno consegnato il Nastro d’Argento a tutto il cast femminile ma a me no ed è stato un fatto importante che ho scoperto dopo, nel tempo. Il Nastro d’Argento crea punteggio, innesca una logica di reference system – al di là delle qualità – per cui ti richiamano a lavorare… io ho lavorato “senza punteggio”, insomma “OFF”.

Credo che sia importante riuscire a mantenere un’identità che si rinnova e che per questo sia capace di contraddirsi perché si cambia e se uno è onesto in qualche modo resta “off”, il contrario significherebbe compiacere una serie di cose che, per me, oggi sono inaccettabili. Ad esempio l’anno scorso ho accettato di fare una serie televisiva pensando che ci fosse qualcosa di interessante; purtroppo mi sono accorta che non era così, ormai ero dentro e l’ho fatta (per non venir meno all’impegno professionale, nda). Cavalcare quel lavoro in termini di immagine o riconoscere di aver fatto un errore di valutazione, finisce per determinare una modalità on o off. Preferisco vivere una vita in cui mi sento umanamente comoda, che a volte corrisponde a una scomodità fisica, magari andando a girare un film in India, sotto la pioggia, nel fango, in tenda, ma contenta. Quello è off. Ma in verità io sono sempre on! Accesa!

A proposito di tuo padre (Francesco Carnelutti, nda), è stato proprio lui a farti esordire in teatro nel 1989. Hai un ricordo che vorresti raccontarci?

Valentina+Carnelutti+66th+International+Vencie+L93Sq2i-upTlPosso raccontarti un episodio accaduto in teatro che è stato fondamentale per il senso di fiducia di cui si ha bisogno per fare questo mestiere di attrice. Quando avevo credo ventisette – ventotto anni, lavoravo già da una decina d’anni, ero in scena con uno spettacolo che aveva anche un registro comico. Mio padre era in sala e l’ho sentito ridere al momento giusto, avvertendo la sua risata prima di tutte le altre. Questo ha potenziato la fiducia in me stessa, ero riuscita col mio lavoro a “ottenere” da lui una reazione incontrollata. È stato molto importante nella mia vita, come credo ogni padre nella vita dei propri figli, sia i padri che ci sono che quelli che sono assenti.

In merito ai prossimi progetti potresti accennarci qualcosa sui film conclusi, uno con Silvio Soldini e l’altro con Andrea Segre, e sul tuo lungometraggio d’esordio?

Nell’ultimo di Soldini (intitolato “Il colore nascosto delle cose”, nda) ho un ruolo minuscolo, ma è stato stupendo lavorare una giornata su quel set. Ne “L’ordine delle cose” di Segre forma, contenuto e modalità coincidono, è un lusso quando accade! Per quanto riguarda la mia opera prima, sto scrivendo, ma non voglio parlarne.