Brandi: “Gli uomini hanno paura degli uomini. Il pregiudizio è duro a morire”

0

francesco brandi«Bisogna essere onesti con se stessi». È solo una delle frasi che comunicano quanto l’attore e autore Francesco Brandi abbia il senso della misura. Manifesta, anche solo in questa intervista, di conoscersi molto bene, ma di non smettere mai di scavare in sé e in ciò che lo circonda, il tutto sempre con un tono ironico e auto-ironico. Lo abbiamo intervistato cogliendo l’occasione dell’ultima pièce scritta e interpretata da lui, “Buon anno, ragazzi”, per la regia di Raphael Tobia Vogel, in scena al Teatro Franco Parenti di Milano dal 12 maggio al 1° giugno 2017. Raccontandosi generosamente, Brandi ha ripercorso gli esordi e il percorso artistico e umano.

Hai concluso da poco le repliche di “Buon anno, ragazzi”, che verrà riproposto nella stagione 2017 – 2018, data anche l’ottima risposta del pubblico. Com’è nata l’idea?

Circa un anno fa, dopo “Per strada”, leggendo e ascoltando i discorsi di chi gravitava attorno a me, ho provato il desiderio di indagare i rapporti umani, l’incapacità di parlare e parlarsi compresa la difficoltà nel descrivere i propri sentimenti con le persone che ci sono più vicine. C’è quasi sempre la necessità di un dramma perché avvenga il cambiamento di linguaggio nel relazionarsi con chi ci è caro. Quindi sono partito da un tema generale. Il terrorismo, i terremoti, le grandi sciagure portano a questo mutamento e i media sono molto esemplificativi in questo. È una cosa bella e al tempo stesso terrificante: perché dobbiamo aspettare che ci sia un terremoto o un attentato per trasformare il nostro linguaggio? Sembra che sia molto più semplice realizzare se stessi nello schema dell’insulto e dello scherno piuttosto che in quello dell’affetto e dell’accettazione dei limiti propri e altrui. Gli esseri umani sono molto complessi e non a caso, secondo me, adesso vanno molto di moda gli animali perché la gente trova più semplicità nel rapporto con loro. Bisognerebbe riversare verso il prossimo, la stessa comprensione e il medesimo affetto riversati sugli animali.

Come te lo spieghi?

Credo che ci sia una paura che gli uomini hanno nei confronti degli altri uomini, è come se fosse insita in noi. In questo momento sembra che bisogna avere paura di immigrazione, terrorismo e di tanto altro, di cui, a mio parere, si sta esagerando probabilmente la cognizione. Tutto ciò incide negativamente nella vita di tutti i giorni. Io non faccio teatro sociale o politico, non sono capace né mi interessa attuarlo. Per questo spettacolo, o portato dentro di me tutte queste riflessioni, in una famiglia, con toni comici.

Si verificano anche momenti di commozione e il colpo di scena legato al personaggio dell’ex-compagna Silvia (Camilla Semino Favro), in base a ciò che raccontavi, è un po’ il trauma in questa storia…

Penso sia capitato a tutti che, dopo una perdita di una persona cara o anche solo un allontanamento, si sia scatenato il rimpianto di non aver detto quel determinato pensiero. L’ho sentito dire spesso da altri, ma l’ho provato anche io. È un meccanismo molto semplice e diffuso. Le persone non hanno voglia di trattarsi male o di star nel silenzio o ancora nella paura; vorrebbero vivere i propri sentimenti, ma evidentemente c’è qualcosa che gli impedisce di farlo a vari livelli.

Tu sei padre nella vita, quanto ti ha condizionato nel tratteggiare il personaggio di Giacomo che deve sopperire all’assenza della figura materna (è ben diversa la situazione ovviamente, nda)?

Io sto vivendo una paternità molto gioiosa, comprensibilmente ci sono delle difficoltà quotidiane. Il senso di responsabilità forte c’è anche in me, seppur con una situazione positiva appunto. Appena ti dicono: «arriverà un/a bambino/a», immediatamente la mente cambia. Il rapporto di padre con mia figlia è la cosa migliore che abbia fatto nella mia vita fino a questo momento e spero continuerà ad esserlo. Nello spettacolo ho provato a estendere la difficoltà di rapporti a tutte le relazioni poste in campo, facendole poi esplodere come un detonatore, sempre mantenendo un tono cinico e divertito. Per tre quarti il pubblico non si rende conto completamente di cosa sta ridendo e quando acquisisce consapevolezza, la risata cambia, diventa più dolente.

Come coniughi il rapporto tra scena e parola sia come autore che come interprete?

Lo dico spesso agli interpreti con cui lavoro: io non sono uno scrittore, sono un attore che scrive, il che è ben diverso. Sono una persona che vive soprattutto del palcoscenico per cui scrivo sempre in base a un’ipotesi di messa in scena. Ho cominciato da ragazzino. Sono appassionato di calcio e quando avevo dodici anni avere la pay-tv era un lusso non previsto, per cui ascoltavo per radio e per anni mi sonfoto-da-buon-anno-ragazzi scritto i riassunti delle partite per come le immaginavo. A questo si sono aggiunte la passione per la lettura e la letteratura e l’aver iniziato già dal liceo a far l’attore. Mi piaceva l’idea di raccontare delle storie. Il mio percorso è particolare perché ho intrapreso il percorso d’attore (inteso più come professionista) a vent’anni e a trentatré ho potuto metter in scena i miei primi testi. È ciò che più mi piace, ma non è semplice vivere solo di quello. Il cinema è certo una passione, anche se nell’ultimo periodo è andato scemando.

Pensando alla situazione teatrale attuale a Roma, dove hai vissuto, la condizione è ancora molto complessa e delicata. Da teatrante ti sei chiesto come se ne può venire fuori?

Io credo che il teatro sia l’espressione di come sta una città. Guardando la situazione dei teatri romani si comprende come sta la capitale; guardando quelli milanesi ci si rende conto di come, invece, sia eccezionale. C’è una vitalità incredibile, offerta dai teatri più grandi a quelli più decentrati. Non so come se ne esca. Io son andato via da Roma ormai quattro anni fa, dopo avervi vissuto per molti anni – compresi momenti bellissimi. La amo e la amerò per sempre. Viverci, però, è un po’ diverso.

Accennavi che non si riesce a vivere solo di teatro, più globalmente si riesce a campare ancora di arte?

C’è chi riesce a viverci benissimo col teatro. Intendevo dire che ci vuole una certa continuità, magari realizzando spettacoli tutto l’anno com’è capitato anche a me in questa stagione ed è un privilegio. Nel nostro Paese la figura dell’artista e, in particolare, dell’attore è bistrattata. Parte tutto da scuola e insegnanti, i quali, però, vengono visti come “serie b”; invece l’arte e la cultura dovrebbero essere al primo posto. Vivere in un Paese che ha storicamente considerato la cultura come qualcosa “di sinistra” è un problema. La cultura non è di sinistra o di destra, è e basta e deve arrivare a chiunque. Il teatro è immaginato da alcuni come un interesse che possa attrarre pochi. Quello che voglio fare coi miei testi è arrivare a tutti. La sfida è portarlo a più gente possibile senza abbassarne il livello né ergersi sul piedistallo. Ho visto di tutto in scena, compresi i grandi maestri, apprezzando anche rappresentazioni molto distanti dal mio mondo. Purtroppo talvolta è sottinteso un piedistallo, molti artisti realizzano dei lavori dicendosi “noi siamo su un piano sopra, voi venite a vedere queste opere meravigliose”. Non penso sia un atteggiamento giusto, ci sono solo alcuni grandi che potevano e possono permetterselo, arrivando a fare anche qualcosa di popolare basti pensare a Strehler.

Forse anche per questo si può riconoscere un filo rosso tra i tuoi testi: non hai mai descritto dei vincenti, ma più delle persone comuni in cui lo spettatore potesse riconoscersi…

Io ho sempre descritto dei perdenti perché lo sono io. Anche quando ho dei successi personali, casomai vinco una sfida con me stesso, non con altri. Io sarò sempre da quella parte.

Hai raccontato in passato come nel paesino d’origine, Legnago, ti sentissi soffocare. Pensi che col tempo sia mutata la visione nelle piccole località e degli abitanti rispetto a chi vuole intraprendere percorsi artistici?

Sono sicuro di aver fatto bene nell’andar via dal mio paese natale in quel momento perché non potevo esprimermi. Dovevo andare in una realtà più grande che mi concedesse più tempo, spazio e anche anonimato. Nel paesino di 20.000 abitanti ci si conosce tutti e ogni volta che torno mi sembra sempre di uscire nel cortile di casa. Negli anni ho maturato un rapporto molto buono con quel posto, prima lo detestavo, ora lo adoro e ci torno sempre volentieri. È cambiata la mia percezione di Legnago, non penso sia accaduto il contrario.

Tornando alla svolta professionale che tu stesso sottolineavi, si può dire che il Parenti sia stata e sia un po’ una “casa teatrale” per te. C’è ancora possibilità di creare fucine artistiche?

Non lo so, io ho avuto questa fortuna. A me è capitato tutto per caso. Quello che è accaduto col Parenti è una specie di miracolo. Io ho deciso di far l’attore non per vocazione, mi sembrava che fosse un mestiere in cui si lavorasse molto poco. Da quando son venuto a Milano, dove mi son trasferito perché ho avuto una bambina e quindi anche in quel caso è stata una scelta del destino, il cambio di città, ho incontrato il Franco Parenti. Ho cominciato da “Il malato immaginario”, uno spettacolo in cui io sono rinato perché come attore ero “morto”. Né cinema né tv mi chiamavano più, avevo realizzato dei lavori abbastanza buoni, ma mai andati bene perché quando fai dei ruoli da protagonista che non vanno bene a livello numerico, sei morto perché non ti chiamano più. Col malato immaginario ho riavuto una possibilità come essere umano e attore perciò sarò sempre grato ad Andrée (Ruth Shammah, la direttrice, nda) e alla sua struttura. Quel ruolo mi ha fatto trovare qualcosa che non credevo di avere e ho scoperto il palcoscenico che è diventata la mia vita anche perché non avevo alcun sacro fuoco. Quel mondo ha tirato fuori me stesso. Ho avuto la possibilità di lavorare con dei grandi, in più ho trovato finalmente un amico attore, Francesco Sferrazza Papa, e non mi era mai capitato prima. È bravissimo come interprete, in più ha un Un-matrimonio-pupi-avaticarattere stupendo e in Italia è un limite perché un attore di quella portata, ma con un carattere mite, non egocentrico, non viene premiato come dovrebbe.

Il carattere sembra che faccia tanto in questo settore…

Io ho un bruttissimo carattere, sono uno stronzo e non ho nessun problema a dirlo, ma è qualcosa che ho imparato perché paradossalmente serve per difendersi. Certo non ho mai mancato di rispetto ai miei colleghi, ma ho un carattere e questo equivale spesso ad averlo pessimo, in particolare nel mondo della recitazione. Essere così, mi ha salvato non da me stesso in quanto vivo male molte cose, ma dagli altri e dal fallimento.

C’è un episodio OFF che hai voglia di condividere coi nostri lettori?

Mi son sempre capitate delle cose eccezionali in contesti non facili o apparentemente non stimolanti e cose assurde in quelli importanti. Non ho mai fatto il cameriere né altri mestieri simili (lo dice con rispetto per questi lavori, nda), i miei genitori mi hanno sempre appoggiato (e con la leggerezza che lo contraddistingue aggiunge) anche troppo. Ho sempre vissuto con serenità la parentela con mio zio (Silvio Orlando, nda), per me è uno dei più grandi attori della storia e non lo dico io, ma la storia. Ha realizzato dei lavori stupendi, non gli ho mai chiesto raccomandazioni per questo lavoro, ma solo consigli e di parlar di tutto. Lui mi ha insegnato tantissimo, vivendo con serenità questo legame, anche se mi rendo conto di abitare in un Paese che mi ha quasi costretto a nascondere la parentela come se fossi nipote di Riina. Io sono molto orgoglioso di essere nipote di Silvio Orlando perché è una persona e un attore meraviglioso. La recitazione è femminile, è una donna eccezionale e difficilissima. C’è gente che può dar del tu alla recitazione perché è entrata in contatto, Silvio è tra questi e ce ne sono davvero pochi da noi. Io sono ancora al voi. Poi se tutti pensano che sia un raccomandato è un problema loro, non più mio.

È un dato di fatto che purtroppo dilaga il pregiudizio e non è semplice scalfirlo…

Impossibile direi. Quando diventerò Francesco Brandi e non il nipote di Silvio Orlando sarà già un risultato. Non per me ovviamente, visto quello che ho detto prima, ma per la percezione altrui. Io come essere umano preferisco essere il nipote di Silvio Orlando piuttosto che Francesco Brandi, ti rende molto più sereno (sempre col suo humor con cui lancia frecciate molto franche).

Visto quanto ti sei raccontato sinceramente, avviamoci alla conclusione con un’altra domanda molto diretta: c’è un aspetto di te che credi non sia stato ancora colto?

Ti rilancerei io: dimmi se c’è un aspetto di me che è stato colto, io temo quasi nulla. Al cinema – tolto Avati – ho fatto e vedo che mi vengono ancora proposti provini per sfigati, diversamente abili, drogati e quella è l’immagine – in termine di ruoli – che si ha di me. Io non sono affatto così. Diciamo che è stata colta la mia particolarità fisica, ma questo sin dalla nascita. Credo di avere tante altre cose da dire e grazie al teatro, chi è venuto a vedermi, si è accorto di questo e mi fa ben sperare. Io ho iniziato a far l’attore tre anni fa, questo è quello che sento dentro. Gli altri tredici certo sono accadute delle cose, che, tolte lefoto-da-per-strada dovute eccezioni, forse potevano accadere a tutti.

Ci salutiamo coi prossimi progetti…

Riprendiamo “Buon anno, ragazzi” e “Delitto e castigo”, la tournée de “Il malato immaginario”, portiamo “Per strada” a Roma e Napoli. Adesso mi riposo trascorrendo del tempo con la mia bimba, l’unica persona al mondo che è riuscita a farmi apprezzare l’estate. Sono contento perché prima quando concludevo un lavoro e c’erano tre – cinque mesi di nulla davanti, era un inferno, non mangiavo, non dormivo. Nessuno può capire quello che c’è dentro la vita di un attore quando non fa l’attore. I primi sette mesi a Milano ero solo perché la mia compagna lavora tutto il giorno, mia figlia non era ancora nata e guardavo il soffitto a trentadue anni. Non mi chiamava più nessuno. Tutti mi dicevano di far qualcos’altro (come lavoro), ma non si capisce quanto possa essere un “colpo di pistola”. So che non è facile da spiegare il dolore che c’è dietro. Mia figlia ha “risolto” questo, è la cosa più bella che mi sia capitata, poi per fortuna le cose stanno andando bene anche lavorativamente.