Quell’antica Grecia libertina e omosessuale

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Nell’antica Grecia l’erotismo non aveva limiti! 

Travestitismo, omosessualità maschile e femminile, prostituzione, non rappresentavano un problema, tanto meno un tabù. 

Dalla donna che “cavalca” a quella che fa la “leonessa”, tutte le varianti del sesso orale, le posizioni erotiche classiche, gli incontri sessuali acrobatici… tutte queste scene comparivano ovunque, sulle pareti di casa, sugli specchi in bronzo, sulle lucerne in terracotta, ma soprattutto sulle stoviglie usate per infiammare i convitati duranti i banchetti, occasioni d’incontro dal non improbabile risvolto sessuale. 

Il travestimento, ad esempio, era molto praticato tra i giovani: i ragazzi si vestivano da donna e le ragazze indossavano abiti virili. 

Tutto questo provocava un interesse morboso tra gli spettatori, che venivano sedotti dall’ambiguità degli abiti e da coloro che li indossavano. 

Ad Atene i due tipi di omosessualità erano molto frequenti, ma quella femminile era vista con maggior disprezzo. L’omosessualità maschile, invece, veniva considerata espressione non solo di virilità ma anche di superiorità intellettuale rispetto all’uomo comune. Si poteva amare benissimo uomini e donne indistintamente, in quanto i greci nell’amore cercavano il bello, indipendentemente dal sesso di chi amavano; pertanto amare, donne o ragazzi, era solo una faccia diversa della medaglia.

Il rapporto erotico fra uomini, non era nell’antica Grecia oggetto di una condanna sociale che fosse minimamente paragonabile a quella di epoche successive, non essendo l’erotismo e la sessualità legati a vincoli di procreazione o limitati da precetti religiosi; la morale greca distingueva solo tra attivo e passivo e non tra eterosessuale e omosessuale. Il ruolo attivo era quello dell’uomo libero, colui che dovendo dominare ed educare non poteva farsi sottomettere; quello passivo invece riservato alle donne e ai ragazzi, e pertanto inadatto ad uomini maturi. 

L’adulto (erastes) educava il giovane (eromenos) alla vita e ai valori civici ricevendo in cambio l’amore. Taleunnamed (36) rapporto era regolato dalla morale e dalla legge: il giovane non doveva cedere subito al corteggiamento dell’adulto; doveva dimostrarsi degno di amore e cedere solo di fronte alla dimostrazione che le intenzioni dell’adulto erano serie e non solo sessuali. Spesso i maestri/amanti si univano ai loro allievi nella palestra, passando dalla lotta al rapporto sessuale

Le regole erano molto ferree: fra i dodici e i diciassette/diciotto anni, il ragazzo aveva un ruolo passivo nel rapporto con l’adulto, e solo a venticinque anni poteva assumere a sua volta un ruolo attivo con i ragazzi; in seguito si sposava e poteva continuare ad avere rapporti sia con fanciulli sia con donne “libere”. 

Considerate che esisteva, poi, un vero e proprio culto dei glutei, insieme all’uso di afrodisiaci e di falli artificiali biodegradabili, come l’olisbokollix, il dildo-grissino in pasta di pane, fatto su misura. Le donne si intrattenevano anche con l’olisbos (in greco olisbein significa “infilarsi, scivolare dentro”): un fallo artificiale di circa 15 centimetri, con un’anima in legno foderata di cuoio imbottito.

Ed avevano rituali alquanto bizzarri praticati in casi di adulterio: “Al marito tradito veniva riconosciuto il diritto di sodomizzare l’adultero, anche pubblicamente” spiegano alcuni studiosi. “Alcune volte, la penetrazione poteva avvenire anche in forma simbolica. La parte lesa, per infliggere la sua vendetta, poteva anche utilizzare un ortaggio”. Questa forma di giustizia era praticata sia a Roma che ad Atene. Se ne fa menzione anche nelle commedie di Aristofane e di altri autori.

Per quanto riguarda gli afrodisiaci, pare che in antichità si utilizzasse un prodotto a base di escrementi di topi che aveva la capacità di inibire l’erezione maschile… una funzione inversa a quella del Viagra! L’unguento veniva utilizzato dai maschi troppo focosi, bisognosi di un qualche “calmante”. All’inverso, pare che il rimedio più consigliato per le migliori prestazioni sessuali fosse un grande consumo di lattuga, anticipando l’opinione di molti sessuologi contemporanei…preso appunti? Inoltre gli organi sessuali degli animali, offerti in sacrificio agli dei, venivano essiccati, polverizzati, cotti nel vino col miele e utilizzati per procurare eccitamento! 

Nelle isole greche come quella di Lesbo le donne restavano per gran parte dell’anno senza i loro uomini, impegnati nelle guerre e nei commerci: questo favorì l’omosessualità femminile. Saffo educava fanciulle nobili nella ristretta cerchia del tìaso, una sorta di associazione femminile in cui le ragazze entravano a farne parte prima del matrimonio e dove trascorrevano un periodo d’istruzione e preparazione alle nozze; poi, una volta sposate, si separavano dal gruppo.

Esisteva, poi, la concubina, spesso straniera, con la quale l’uomo greco viveva senza sposarla. Dal punto di vista dei doveri era parificata alla moglie, ma non godeva di alcun diritto. 

Infine l‘etèra, una donna che, pur concedendosi a pagamento, sarebbe impreciso definire prostituta. Le etère erano infatti donne colte, spiritose, abili nella conversazione ed anche ottime consigliere, che conoscevano la musica, il canto e la danza. La maggior parte delle etère riceveva gli uomini nella propria casa durante il giorno, mentre la sera partecipavano alle riunioni maschili (simposi), dove le mogli e le figlie non erano ammesse. In questi banchetti si mangiava, si beveva, ma soprattutto si dava soddisfazione allo spirito e al corpo. La loro formazione comprendeva anche le delizie della camera da letto, con varie posizioni utilizzate, in piedi, con ingresso sia “anteriore che posteriore”, faccia a faccia sulle sedie, diverse varianti di fellatio e sodomia. 

Un simposio poteva essere una tranquilla riunione filosofica o un’orgia sfrenata! 

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A questo si aggiunga che per i rapporti davvero occasionali, gli uomini avevano a disposizione vere e proprie prostitute (pornai), che esercitavano in casa e per strada, ed erano considerate a livello infimo nella scala sociale. Una variante meno convenzionale per la prostituta era la chamaitype, dove, consenzienti, venivano letteralmente “sbattute a terra” e possedute.

Per gli antichi, però, non si trattava mai di pornografia: all’epoca il sesso era mostrato senza pudori, vissuto liberamente ed in modo molto disinvolto.

Luciano di Samosata (II sec d.C.) così descrive un’etèra

“Prima di tutto è curata ed elegante. E’ allegra con tutti, ma non ride fragorosamente … Sorride in maniera ammaliatrice, poi tratta gli uomini con abilità, senza ingannare quelli che le fanno visita o che la portano a casa loro, né si offre senza essere sollecitata. Nei banchetti a cui viene portata fa attenzione a non ubriacarsi… E a non buttarsi sul cibo in modo indecente. Parla solo se necessario, non ride dei commensali, guarda solo colui che l’ha pagata. Per questo la desiderano tutti. Quando è il momento di andare a letto con lei non si mostra né troppo disponibile, né indifferente, cerca solo di rendersi gradevole al suo amante e di conquistarlo”.

Una vera e propria arte di seduzione…