Carducci ateo, Pascoli “sindaco”. I grandi poeti inediti

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Lorenzo_VianiLorenzo Viani è tra gli artisti più importanti e, allo stesso tempo, più bistrattati del primo Novecento italiano. Tra i massimi espressionisti europei, Viani non fu solo pittore ma anche grande e potente scrittore. I suoi libri, ad oggi, son fuori catalogo, per lo più introvabili, se non in qualche biblioteca o su qualche bancarella antiquaria. Ora, però, la casa editrice lucchese Maria Pacini Fazzi ha dato alle stampe “Lorenzo Viani racconta Carducci, d’Annunzio, Pascoli e Puccini. Viaggio letterario nella costa toscana”, una selezione di racconti inizialmente presenti nel libro “Il cipresso e la vite”.

L’artista (“espressionista anche nella scrittura” come fa notare, giustamente, Massimo Marsili nell’introduzione) all’inizio del Novecento portò avanti un suo singolarissimo tour alla ricerca dei luoghi della poesia, un pellegrinaggio culturale, partendo dai luoghi carducciani: Bolgheri e poi la Maulina dove in una “cameretta vedova di mobilia che sembra la botteguccia di San Giuseppe”, con un fiasco di vino rosso “come lanterna”, aveva redatto i suoi primi scritti.

Un vecchio contadino di quelle contrade aveva confessato a Viani: “Nel tempo in cui il Carducci soggiornava qui, i preti non salivano più il Colle. Lui accompagnava i familiari in chiesa ma rimaneva fuori. Eppure io l’ho visto farsi, una sera, il segno della Santa Croce”. Un Carducci inedito, quindi, che non poteva soffrire i primi e spericolati ciclisti (da lui definiti “arruotini impazziti”) e che raccomandava, senza pudore, i suoi studenti.

E Viani proseguiva i suoi racconti, proprio, con l’allievo forse più famoso del Carducci: quel Giovanni Pascoli che un giorno del 1903 aveva intravisto, appartato, in una trattoria di Pisa mentre “mangiando, inseguiva con gli occhi delle chimere”. Questa immagine la confessava alla sorella Mariù, in una visita alla bicocca di Castelvecchio, dopo la morte del poeta. La trovava intenta a scrivere la biografia del fratello mentre trepidava per l’ultimazione dei lavori dell’asilo che lei e il suo Giovannino avevano fortemente agognato. “È un nido – annotava Viani- che Mariù ha voluto cinguettasse vicino alla tomba del grande fratello che tanto amava i ragazzi”.

Pascoli, si sa, era rimasto folgorato dalla Valle del Serchio. Ma con Barga (il castello mediceo che sarà nominato “città” dal duce) aveva avuto un rapporto tormentato. Nel 1905, candidato di una lista, fu il primo eletto “con quattrocentoventotto voti su quattrocentotrentadue votanti”. Ma il giorno dopo era risultato ineleggibile perché, “sebbene cittadino onorario di Barga, non risultava inscritto nelle liste elettorali del comune”. Dopo quel “colpo” si era ritirato in un volontario esilio nel suo “eremo” sul colle di Caprona, dove giungevano i suoi amici accuratamente selezionati. Tra cui il pittore Plinio Nomellini che illustrò i “Canti del Risorgimento” e si recava spesso a casa del poeta per discutere dei primi bozzetti. Quando lo vedeva dalla sua altana spuntare dalla curva, a bordo della sua auto, avvolto in un nugolo di fumo, Pascoli metteva su un “fonografetto” l’inno di Garibaldi. A quel tempo, Nomellini giungeva da9788865505694-195x300 Torre del Lago, dove aveva uno studio, non era il solo: molti erano gli artisti internazionali che erano rimasti stregati da quel luogo, allora, di una bellezza primordiale.

E in quella Versilia che sembrava un Eden selvaggio, alcuni anni prima, era arrivato anche Gabriele d’Annunzio. Viani, all’epoca, lavorava come apprendista da Fortunato Primo Puccini, “Parrucchiere della Real Casa di Borbone”, che lo aveva mandato proprio a radere il Poeta. Il giovane Viani era giunto alla Versiliana “laccata dal sole” con timore e tremore. Il Vate, come era apparso, subito dopo il lavoro, disparve.

Più grande, ormai pittore, sempre in quel luogo magico tra il mare e le Apuane, Viani si era trovato a restaurare alcuni affreschi nella villa di Giacomo Puccini. Una mattina, il Maestro, sempre vestito elegantemente e sempre con un toscano in bocca, gli aveva regalato un biglietto per la rappresentazione di Madama Butterfly a Lucca, al teatro del Giglio. Vi si recò a piedi, percorrendo venticinque chilometri. “Mi sedetti- scrive in uno dei racconti- fra tanta gente vestita di nero, e mi fu chiesto il biglietto almeno una decina di volte. L’uomo non riusciva a capacitarsi che il mio biglietto fosse legittimo”.

Insomma, un libro di aneddoti, curiosità e ricordi che  ha il merito di descrivere empaticamente tutti e quattro questi nostri grandi con pagine che lasciano un segno profondo nel lettore. Quindi è da lodare l’iniziativa della Pacini Fazzi che speriamo sia seguita da una ristampa (se non completa) almeno dei testi maggiori di Viani, assieme ai tanti racconti ancora inediti.