Il destino di quel mare che parla siracusano nei quadri di Tranchino

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Tranchino 3Sogni e miraggi sono quelli che prendono vita nelle opere dell’Artista siracusano Gaetano Tranchino, che, nato nel 1938, ha acquisito un’esperienza creativa ultra cinquantennale. Le opere del Maestro sono visionarie e oniriche e sembrano rifarsi a paesaggi interiori, rielaborati in modo totalmente personale, come usciti da un sogno notturno o da un ricordo sbiadito e incorniciato da un’atmosfera di certo extraumana.

Sarà forse per questo che i colori non sono mai pienamente limpidi? Proprio perché provenienti da una dimensione che non fa parte della dimensione quotidiana, derivati dunque da un universo che non può essere visto in modo pienamente concreto e reale e dove i soggetti, che sembrano rifarsi in parte alla gigantografia boteriana, vivono di una luce propria? Può darsi. Si tratta di figure deformate che ci fanno pensare all’espressionismo, che attraverso i loro tratti curvilinei ci raccontano un mondo che non può che esistere nella mente dell’Autore.

A volte qui emerge la natura più ironica e paradossale di Tranchino, che per esempio si ravvisa nel lavoro “Cavallo Bianco”, dove un uomo elegantemente vestito tiene l’animale, mentre una donna gli passa dietro in carrozza, forse a sua insaputa. In “Cavalcata sulla città” si presenta ancora la tematica del cavallo e con essa stavolta la natura più elegante del Maestro, che propone come soggetto il corsiero bianco montato da un uomo vestito in nero – i protagonisti sono forse rappresentanti del Bene e del Male con qualche riferimento al mito dell’aurigaTranchino 2 di Platone? -, mentre volano sopra una città che si presenta con una prospettiva a volo di uccello. Negli “Arabeschi” troviamo invece la natura più oscura di Tranchino, che qui utilizza una scelta cromatica tetra, marrone e sanguigna, che ci conduce verso la dimensione infernale e dell’incubo e dove le “teste a manichino” ci ricordano De Chirico. Altre opere, come “Siracusa” o il trittico “Insieme” sono più distese, dove l’Artista ci fa comprendere come egli concepisca la “veduta”, rappresentandola con la sua particolare tecnica che mette insieme la stilizzazione della realtà e la precisione miniaturistica. A proposito di “Siracusa”, dove il pittore si confronta con un altro soggetto a lui caro, quello della nave, lascerei la parola a Leonardo Sciascia, che di lui scrisse nel 1986: “Nei quadri di Tranchino (vi sono) del mare, delle navi che sembrano emergere dal fondo marino, cariche di escrescenze e incrostazioni, dei marinai confitti nell’immemore stupore. È piuttosto, a far pensare a Conrad, la presenza di un destino, del destino”.

Un destino che Tranchino ci presenta tramite le sue profonde visioni, che non possono fare altro che emozionarci e farci sognare.