L’universo poetico di Marco Luppi. Nutrimento filosofico e civile.

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Scatole di cartone

Così ci lasciamo/con foglie di Walt sul cuscino/che avrebbero potuto diventare d’argento/viste anche solo da un po’ più lontano.
Perché siamo felici fino a quando/abbiamo una solitudine da difendere/e se ci sembra tanto difficile da condividere,/è perché manifestarsi è un po’ come morire.
Amare e odiare sono sentimenti alla pari,/significano riconoscere che si è della stessa pasta.
Nel primo, ci si porta dentro una ferita/sempre aperta,/nel secondo, uno sgradito destino fatto passare/per scelta.
Dovremmo tenere sempre le scarpe ben allacciate/per essere pronti a rincorrerci/e allacciarle a chi vogliamo veramente bene/per consentirgli di potersi allontanare.

Dalla parte della radice

Scrivendo,/i Poeti/raschiano/il fondo/della vita/che lasciano.
Nella massa/volumica/critica/di una goccia,/la chimica/del sentire/una parte/per milione.
Nella cavità/dell’anima/inclinata,/la caducità/diagonale/delle cose.

 

Marco Luppi

da “Dalla parte della radice”, Eretica edizioni, 2016.

Di seguito, la conversazione con Marco Luppi:

Marco LuppiMi ha subito colpita del suo libro (Dalla parte della radice, Eretica edizioni) la dedica, ovvero ‘Alla Fantasia delle Felicità che ho in custodia’. Ho pensato allo stupore dell’infanzia. Vorrei chiederle: per cosa prova ancora stupore?

“Gertrud Kolmar scrisse: ‘Il mio richiamo è leggero, sottile, /tu senti quello che dice, /ma comprendi quello che sente?’ Provo stupore quando incontro qualcuno che comprende ciò che sento. È un discorso incentrato sul sentire proprio e altrui, lo stesso sentire che nello scrivere non vuole darsi pace, non vuole farsi scrivere. È lo stupore per quelle che intendo come ‘lezioni di bianco’: una parola che annulla la precedente e dalla successiva viene annullata. Di contro, ci si rassegna a pubblicare.”

Scrive Pier Damiano Ori nell’introduzione: “… un viaggio interiore e stilistico fra i più complessi nella poesia italiana 2.0 che alterna l’indignazione civile, a volte proprio la protesta, alla riflessione filosofica, dove i due filoni non solo si amalgamano, ma si nutrono e si rafforzano l’un l’altro”. Cos’è per lei il male al giorno d’oggi?

“Pier Damiano è stato molto generoso, tra i primi a dare una possibilità di reggenza alle mie parole e rappresenta per me il fortunato caso in cui il commento supera il testo per il quale è stato scritto. Stessa cosa per le recensioni di Anna Vallerugo, Nicola Vacca, Giulio Maffii, Ippolita Luzzo, Alessandro Vergari, Alessia Bronico, Alessandra Farinola e Marilù Oliva, persone a cui devo molto e che ringrazio. Tornando alla domanda: il non riuscire a superare quello che Salinger ha definito ‘il nostro piccolo schifoso io’. Ho provato a sostenere che non scrivo per evadere ma della mia evasione, dal punto di vista di chi è riuscito a fuggire se stesso. Nulla di più falso. Alla fine mi ritrovo sempre. Questo è frustrante quasi quanto parlare per farsi capire. Da qui la mancanza di empatia diventa un’occasione persa – e non solo al giorno d’oggi – per evitare l’indifferenza. Dovrebbe farci pensare il fatto che tutti si sentano legittimamente esclusi da qualsiasi accadimento.”

Tra le cose che le piacciono figura a pag. 19 ‘Il ricordo del profumo di soffritto che preparava mia nonna’. Facendo un salto nella memoria, agli albori delle sue radici, qual è la prima e più bella immagine che chiudendo gli occhi le sovviene alla mente?

“Il presente. Non ho senso di appartenenza, non sono nostalgico; non trascino nulla dal passato. La più bella immagine è rivolta al presente in cui vale tutto e tutto il suo contrario. La vedo così: come radici rivolte al cielo che non riescono a non essere con chi non c’è.”

Frequenti nella sua poesia i riferimenti letterari e una musicalità che si manifesta appieno nei giochi di parole. Vorrei chiederle, se ci sono state, quali musiche in particolare l’hanno accompagnata duranteimmagine libro l’elaborazione e la scrittura del suo libro d’esordio.

“Dai System of a down a Bach. Del secondo, in particolare, le Variazioni Goldberg interpretate da Glenn Gould (nelle registrazioni giovanili) e le Suite per violoncello solo, interpretate da Pablo Casals.”

Riprendendo un suo verso, quali sono per lei ‘le cose più fragili’?

“L’infanzia. Trovo di fondamentale importanza il senso di fantasia – e quindi di veggenza – a lei correlato. Dopo l’infanzia tutto diventa maschera.”

A cosa sta lavorando attualmente?

“Dopo la pubblicazione sono stato invitato a partecipare a diverse antologie. Il contribuire a questo genere di opere è esperienza molto educativa che aiuta l’introspezione e costringe a mettersi in discussione evitando di ergersi sul proprio ‘io’ (come spesso accade nelle sillogi individuali, che solo se ben riuscite consentono al nome dell’autore di scomparire). Trovo interessante e formativo il confronto su di un unico tema con linguaggi lontani e alfabeti diversissimi tra loro. Al momento sono impegnato nell’evitare presentazioni e reading, convinto che la poesia, quando càpita e quando capìta, si scrive e si legge al buio. Da soli. In silenzio.”