Bianca Nappi: “Il circo non è un’arte morta, anzi…”

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Bianca Nappi (foto di Andrea Ciccalè)
Bianca Nappi (foto di Andrea Ciccalè)

«Sono molto curiosa, prima di dire di no a una proposta vado sempre a vedere di cosa si tratta», si racconta così Bianca Nappi e aggiunge «il lavoro dell’attore è fatto anche dell’essere curiosi verso gli altri, i registi, la vita». Forse è anche questo il motivo per cui ha voluto aderire, tra i tanti progetti, ad opere prime (basti pensare all’ottimo “Pecore in erba” del 2015, diretto da Alberto Caviglia).
Durante una piacevole e lunga chiacchierata, l’attrice trasmette proprio questo spirito: un’apertura al dialogo e una voglia di mettersi sempre in discussione come artista e come persona. La parola a lei…

Partiamo dall’ultimo tuo prossimo lavoro in uscita, presentato in anteprima mondiale al Bif&st – Bari International Film Festival, “Taranta on the Road”, opera seconda di Salvatore Alloca. Cosa puoi dirci di Teresa, la manager a cui dai volto?
Non era un film facile in quanto bisognava unire due filoni narrativi: uno di commedia e l’altro un po’ di denuncia sociale e Alloca è riuscito a equilibrarli e incrociarli in maniera buffa e strana nell’accezione costruttiva del termine. Secondo me è questa la chiave di originalità di “Taranta on the Road”. In quest’ottica s’inserisce il mio personaggio, Teresa, che un po’ come tutti gli altri è alla ricerca di un suo posto al sole. I due immigrati tunisini sbarcano perché cercano una possibilità di vita diversa, il gruppo musicale de Gli Evangelisti rincorrono un compimento artistico non ancora trovato. Teresa è una manager musicale un po’ improvvisata e questo mi ha molto divertita. Lei è alla ricerca di una sua realizzazione umana e affettiva.

Da quest’opera si avverte come non sia solo una condizione degli immigrati…
Se si pensa all’uomo interpretato da Giandomenico Cupaiuolo, di cui il mio personaggio si innamora, quasi ha timore di fidanzarsi perché sente di non aver realizzato nulla nella propria vita. Non è un caso che venga raccontata la storia di una band musicale che magari ha le carte in regola per emergere e non riesce. Viene, quindi, messa a tema una difficoltà esistenziale e lavorativa che non è soltanto degli immigrati, per loro può essere più drammatica in quanto affrontano situazioni pazzesche, ma anche gli italiani vivono questi problemi tant’è che i malcontenti nella band nascono perché sembra che non riescano ad essere ingaggiati se non nelle sagre di paese.

Qual è la tua impressione su come si siano evolute le cose in Puglia viste anche le tue origini (è nata a Trani, nda)?
Io penso che negli ultimi dieci anni la Puglia abbia avuto un cambiamento incredibile. È diventata non soltanto una meta turistica, finalmente conosciuta e ambita, cosa che quand’ero piccola non accadeva. In più, anche grazie all’Apulia Film Commission si stanno creando delle nuove professionalità ed è importante per il territorio.

Passiamo agli ultimi tuoi lavori in teatro. Mi ha colpita favorevolmente come lo spettacolo “Tante facce nella memoria” (regia di Francesca Comencini) sulle Fosse Ardeatine abbia ricevuto una buona risposta di pubblico nonostante sia stato programmato al Teatro Parenti di Milano non nella data precisa della ricorrenza…
Sì è molto importante come aspetto, bisogna far memoria al di là della data in cui si celebra quel determinato fatto. Questo è un lavoro con cui giriamo da un po’, l’abbiamo portato anche a Genova in date estive, tocca la memoria civile e politica del nostro Paese anche per questo avverto una responsabilità e sono molto contenta di avervi preso parte.

C’è una reazione del pubblico che ricordi particolarmente?
Facendo la tournée abbiamo anche realizzato degli incontri con vittime del fascismo e del nazismo. L’eccidio delle Fosse Ardeatine non è l’unico, è diventato così noto perché è accaduto a Roma e si è trattato di una strage urbana; ma sono avvenuti fatti simili anche in Umbria e in tantissimi altri posti, in cui parenti di ebrei o partigiani son stati fatti sparire da un momento all’altro. La cosa che mi ha colpita tanto di questo spettacolo, al di là dell’esperienza col pubblico e del valore civile e artistico, è stato proprio l’entrare in contatto con una realtà che non pensavo fosse così estesa. Quando abbiamo fatto riunioni con associazioni di parenti di vittime dell’antifascismo, è stato interessante scoprire quante persone siano state toccate da questa tragedia, parlavano con le lacrime agli occhi di ciò che è accaduto al nonno o a un altro parente stretto nonostante siano trascorsi cinquant’anni. Questo è sintomatico di come la tragedia si sia chiusa, per fortuna, storicamente; ma restano gli strascichi. È questa consapevolezza che mi fa sentire un senso di responsabilità molto forte quando sul palco interpreto Marisa Musu (medaglia d’ argento al valor militare per la Resistenza, nda).

Sempre al Parenti sei stata in scena con “Some Girl(s)” per la regia di Marcello Cotugno. Cosa pensi della dinamica tra i sessi che Neil LaBute riesce a tratteggiare?
Per me è un autore geniale, un uomo che ha, nello scrivere, un’acutezza e una sensibilità particolarissime. “Some Girl(s)” l’abbiamo fatto per quattro anni in lungo e in largo. Ha avuto sempre un grande successo perché, in qualche modo , è una fotografia di quello che le relazioni sono diventate o stanno diventando, dove la differenza tra fare bene e fare male è sempre meno precisa. Al centro della storia c’è un uomo che non vuole crescere e reincontra le sue quattro fidanzate in cerca non si sa bene di cosa. La messa in scena è quella di quattro relazioni tutte segnate dalla mancanza di sincerità soprattutto sua per cui è un testo molto duro sul maschile contemporaneo.

Davi volto alla donna appassionata, quanto ti rispecchi in lei?
È una pièce divisa in quattro quadri dove ogni donna rappresenta un sentimento. Il mio quadro è legato all’amore trasgressivo e passionale. Tyler è molto fragile e nasconde questo aspetto attraverso un atteggiamento spregiudicato, io, invece, la comunico. Lei è un po’ più ingarbugliata rispetto a come sono io; però è un personaggio bellissimo. LaBute riesce ancora una volta a raccontare come a volte delle donne che sembrano indifferenti ai sentimenti, in realtà si manifestano così perché cercano di celare il proprio bisogno di essere accettate ed è bello che tutto ciò fuoriesca dalla penna di un uomo.

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Tu l’hai frequentato molto come autore… (la foto della Nappi allo specchio è stata scelta come cover del libro “Trilogia della bellezza” curato dallo stesso Cotugno, che raccoglie alcune opere di LaBute, nda)
Sì mi piace molto perché lo trovo geniale nei temi che sceglie di trattare e come lo fa. Lui mette sempre in scena degli eventi quotidiani portandoti a delle riflessioni molto più grandi e questo, a mio parere, appartiene alla drammaturgia contemporanea.

Dato il tuo ultimo riferimento, cosa pensi della drammaturgia contemporanea italiana?
Come sappiamo, non ce n’è tantissima e i teatri non danno molto spazio a quella nostrana. Mi capita di assistere a spettacoli da testi originali italiani, che gravitano spesso in circuiti cosiddetti off, dove capita di vedere lavori anche più interessanti rispetto ai circuiti maggiori, però, appunto, non arrivano quasi mai al grande pubblico. A me sia come regista che come autore teatrale piace moltissimo Mattia Torre, che forse è uno dei pochi ad essere riuscito ad affermarsi su più larga scala. Ce ne sono molti altri che possono essere degni di nota, ma non trovano spazio. La domanda che si pone è se questa nostra drammaturgia non lo trova perché non è valida o perché non c’è la voglia di investire e rischiare?

Ti sei data una risposta?
Credo siano un po’ vere entrambe le cose. Certo penso sempre che quando qualcosa è meritevole, poi trova sempre un modo per far parlare di sé; ma è anche vero che in Italia non c’è una cura per i propri talenti come accade, invece, in altri Paesi. Sicuramente ci sono dei problemi economici che non lo permettono, investire sui nuovi autori può anche comportare di non recuperare subito l’intera cifra; chiaramente se si rappresenta un testo classico con determinati nomi di richiamo hai la certezza di avere un certo tipo di riscontro economico. Il discorso è complesso e non me la sento di “prendermela” solo con le istituzioni, senz’altro ci sono delle mancanze in generale. Viviamo in un Paese che, ad esempio, potrebbe vivere solo di turismo eppure quotidianamente non ci occupiamo delle bellezze che ci circondano. Io anche quest’anno son stata testimonial del FAI che realizza delle iniziative reali per il nostro patrimonio artistico. Grazie a quest’esperienza ho notato quanto abbiamo che non valorizziamo. Al di là delle istituzioni, esistono i cittadini, quindi, se tutti nel loro piccolo iniziassero ad essere un po’ più attenti alla bellezza da cui siamo attorniati – dall’opera d’arte al teatro o al cinema – allora qualcosa cambierebbe. Le leggi servono, ma non bastano. Io non credo molto nell’assistenzialismo, non si può pretendere soltanto dallo Stato. Certo deve offrire delle possibilità, ma deve essere pure il singolo a mettersi in moto diventando dispensatore di cose positive.

Certo, però, continuano a non esserci ruoli femminili importanti in scena o sullo schermo, a parte delle eccezioni…
Credo che ciò sia nella drammaturgia in generale, anche se qualcosa negli ultimi anni sta cambiando basti pensare alla minor stereotipizzazione dei personaggi femminili. Io sono un’ottimista di natura, odio il disfattismo e le lamentele su ogni piano. Per esempio io ho realizzato una serie che andrà in onda la prossima stagione televisiva. S’intitola “Sirene”, scritta da Ivan Cotroneo e Monica Rametta, per la regia di Davide Marengo. È molto intelligente e divertente come fiction e i personaggi femminili sono tanti e importanti. Qualcosa sta accadendo. Il cambiamento artistico è lo specchio di un cambiamento culturale, è sempre un po’ l’arte che diventa specchio della vita. Man mano che le donne riescono a ritagliarsi degli spazi più importanti, tutte le forme artistiche lo esprimono a loro volta.

C’è un aneddoto del tuo percorso, anche sui tuoi inizi, che hai voglia di condividere coi nostri lettori?
Il primo spettacolo che ho fatto e lo ricordo con tantissimo piacere è stato “Clerks” tratto dal film di Kevin Smith. Il tutto è nato tra un gruppo di amici, la regia era di Andrea Bezziccheri che poi è diventato un artista e pittore affermato. Ricordo le prove fatte quando potevamo e il debutto al Colosseo di Roma, considerato molto off. Lo spettacolo andò così bene che da una settimana di programmazione si passò a un mese.

Ti sei formata alla Scuola di Beatrice Bracco, che ricordo hai di lei?
È stata per me la madre spirituale e artistica, una donna che mi ha insegnato tutto quello che ho imparato su questo mestiere fino a oggi. Ho studiato con lei per tre anni, facendole poi da assistente per un anno condividendo così tante cose. Una frase che diceva spesso, colpendomi, negli anni ho capito cosa intendesse, è: «un bravo attore è un bravo essere umano». Inizialmente uno potrebbe vederci una sfumatura buonista, ma non è così. Lei intendeva dire che un bravo attore è un essere umano consapevole, aperto, vigile, sensibile, più capace di vivere il presente e trovo che sia vero. L’evoluzione personale corrisponde anche a quella artistica.

Da giovanissima hai avuto anche la possibilità di lavorare col Circo Togni…
È stata un’esperienza breve in occasione di un progetto speciale in cui hanno scritturato degli attori inserendoli nel loro classico spettacolo circense. Non penso che il circo sia un’arte morta, anzi è molto viva, magari deve evolversi anche rispetto all’uso degli animali. Quel lavoro mi ha permesso di notare la serietà di tutti i circensi, mi ricordo gli acrobati dai dodici ai quattordici anni che si dedicavano con una serietà e una dedizione incredibili, fanno un lavoro difficilissimo in cui rischiano ogni giorno di morire e lo hanno ben a mente.

Ci salutiamo coi tuoi prossimi progetti…
“Taranta on the Road” è stato accolto molto positivamente e quindi la distribuzione sta cercando la collocazione giusta per cui uscirà prossimamente. Durante la stagione televisiva 2017 – 2018 verranno programmati il film diretto da Marco Tullio Giordana, “Due soldati”, e “Sirene”. Riprenderò anche “Tante facce nella memoria” sicuramente tornando a Roma.