Abbandonati e dimenticati. Riflessioni su storie di testimoni di giustizia

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L’Italia e la cultura della legalità.

Il Procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, lo dice senza mezzi termini: “I cittadini di Lamezia non hanno più alibi, devono fidarsi di noi!” Gratteri rilascia questa dichiarazione a margine della conferenza stampa in cui sono stati illustrati i dettagli dell’ennesima maxi operazione anti-‘ndrangheta a Lamezia Terme, con 52 persone arrestate, affiliate o comunque collegate alle cosche Cerra-Torcasio-Gualtieri. Smantellata una rete di interessi che vanno dal traffico di droga, a quello delle armi, alle collusioni con la politica locale e per finire alle estorsioni. Soprattutto in quest’ultimo ambito è da interpretare il messaggio di Gratteri.

Rocco Mangiardi
Rocco Mangiardi

Nei giorni in cui si ricorda il 25º anniversario della strage di Capaci, il procuratore capo di Catanzaro invita alla denuncia, ad azzerare la macroscopica differenza tra i fatti accertati in termini di intimidazioni, minacce e attentati verso commercianti e imprenditori e le denunce da parte degli stessi su tutto questo: un numero prossimo allo zero. Nessuno, infatti, denuncia. Ecco perché Gratteri oggi con fervore invita a fidarsi delle istituzioni. È proprio a commercianti e imprenditori che il procuratore si rivolge. Ora è necessaria una sentita premessa: Nicola Gratteri è degno di ogni stima e fiducia. Chi scrive gli affiderebbe senza esitazioni la cosa più cara, il proprio figlio. C’è però un problema, a cui purtroppo Gratteri non può rispondere semplicemente perché non è sua competenza. Nel giorno, infatti, in cui gli elicotteri delle forze dell’ordine attraversano ancora una volta il cielo di Lamezia, uno di quegli imprenditori coraggiosi, uno di quelli che non ha avuto bisogno di aspettare l’invito delle istituzioni per denunciare, lancia un drammatico segnale. Rocco Mangiardi, da qualche anno, è un testimone di giustizia. Uno di quelli che non ha esitato, durante un processo in tribunale, ad indicare col dito mandanti ed esecutori delle estorsioni che ha dovuto subire. Grazie a questo, sono state condannate diverse persone affiliate alle cosche dominanti di Lamezia. A causa di questo, Rocco Mangiardi vive sotto protezione, con la scorta. Ma succede che per ben due volte, nel giro di poche settimane, qualcosa non funzioni nel programma di protezione.

Mangiardi, che gira per l’Italia a raccontare con coraggio la sua storia di ribellione alla ‘ndrangheta, in due circostanze viene “dimenticato” in un aeroporto. Qualche settimana fa, per due ore è rimasto senza tutela nell’aeroporto di Bergamo. Questa volta, invece, per ben dodici ore, è rimasto da solo, vulnerabile, indifeso, alla Malpensa. Un fatto di una gravità estrema. È lo stesso Mangiardi a raccontare su facebook quanto accaduto: “La tutela per i piccoli testimoni di giustizia come me è ormai diventata un optional: stasera sono arrivato nell’aeroporto di una grande città alle ore 23:30 da un’ora e mezza attendo, ma al momento non si intravede ancora nessuno! Due volte nel giro di qualche settimana, iniziano a farmi pensare”. Come detto, Mangiardi aspetterà alla Malpensa per ben undici ore una scorta che si presenterà solo attorno alle 10.30, direttamente nel luogo in cui Rocco doveva intervenire in una manifestazione. Luogo che Mangiardi, da solo, senza tutela, ha dovuto raggiungere in taxi. Perché la scorta, che peraltro qualche mese fa quasi lo Stato gli toglieva, lo ha dimenticato in aeroporto. Dimenticati. Abbandonati. La storia dei testimoni di giustizia, a volte, diventa anche questo. È il caso di Francesco Paolo, che dopo aver denunciato la camorra della provincia di Caserta, disse: “Ho fatto il mio dovere e ho perso tutto. Non mi pento di aver denunciato un atto criminoso, ma mi pento di essermi fidato dello Stato”.

Perché la burocrazia gli ha fatto perdere ogni bene, ogni avere. Oltre all’uscita dal programma di protezione. E sempre in Campania, esemplare la storia di Luigi Leonardi, altro testimone di giustizia. Luigi per anni ha subito estorsioni, arrivando a pagare 4mila euro a settimana ai vari clan del napoletano. Dopo aver subito varie violenze fisiche e psicologiche, dopo essere addirittura stato sequestrato per un giorno intero in uno scantinato delle Case Celesti di Secondigliano, decide di denunciare. Grazie anche alle sue testimonianze, in un primo processo vengono condannate in via definitiva 81 persone. In un altro, invece, solo tre su dieci. Qui nasce il problema: lo Stato infatti “dimentica” il processo precedente, con tutte quelle condanne, e si sofferma solo sul primo grado di giudizio del secondo filone investigativo. Secondo i parametri, aver fatto condannare solo tre camorristi su dieci, per estorsione e sequestro di persona, non basta per fare di una persona un testimone di giustizia; secondo i parametri, Luigi Leonardi, deve essere invece considerato un collaboratore di giustizia. Un pentito. Come Brusca.

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Un etichetta che lui, incensurato e che mai è stato indagato per qualsivoglia reato, respinge con sdegno. Al punto da ricorrere al TAR prima e al Consiglio di Stato poi. Per lui, si muovono De Magistris e Salvatore Borsellino, il fratello di Paolo. Al momento, però, e nonostante il parere del consiglio di Stato, Leonardi è ancora considerato un collaboratore di giustizia: “Guglielmo, se non cambiano le cose io esco dal programma di protezione. Preferisco farmi uccidere dalla camorra e non dallo Stato” mi ha detto Luigi non più tardi di qualche ora fa. Ecco. La risposta che cerco io, ma prima di tutto cercano questi testimoni di giustizia, è proprio questa, e non ce la può dare Gratteri, che fa già nel migliore dei modi il suo lavoro: perché accadono queste cose? Perché tutti i testimoni di giustizia si sentono come “limoni spremuti e poi gettati”? È vero che per lo Stato è più importante un pentito rispetto ad un testimone di giustizia? Denunciare è fondamentale. Ma lo è anche non far mai sentire solo o abbandonato chi, il coraggio per una denuncia, riesce anche a trovarlo.