Le poesie per il nuovo millennio di Giusy Cafari Panico

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Giusy Cafari Panico
Giusy Cafari Panico

Itaca

Invano cerco
la patria della mia anima,
il luogo nascosto
da dove sono partita.

Si sono affievolite
le voci dell’infanzia
e non sono
abbastanza vecchia
per farle ritornare.
Isola lontana,
che nemmeno intravedo,
circondata da un mare
ancora nemico,
chi mi aiuterà
a raggiungerti?
Chi placherà Nettuno
e le sue tempeste
per riportarmi a casa?

da “Dalle radici al cielo” (Pegasus Edition), 2015.

Migranti

Il mare come un sepolcro di marmo
ripone stracci strizzati straziati
già sepolti non appena salpati
e sulle sabbie e sui moli violati
dal fetore del parente più vieto
zampilla sangue nero e nauseante
che sembra vino andato a male, aceto.

da “Luci di posizione. Poesie per il nuovo millennio” (Mursia), 2017.

Di seguito, la conversazione con Giusy Cafari Panico:

Scrive nella prefazione al suo libro il poeta libanese Hafez Haidar (candidato al Premio Nobel per la Pace): “… Dalle radici al cielo è un viaggio nel cuore di una famiglia radicata saldamente su sani principi e indelebili legami familiari che la rendono simile a un albero maestoso che abbraccia l’immensità con i suoi rami, alla ricerca di luce, speranza ed intenso amore.”

Immaginando un viaggio dalle radici al cielo, dove si colloca oggi la sua casa?
Per tanto tempo ho vissuto un forte senso di spaesamento esistenziale e geografico, avendo radici provenienti da regioni diverse d’Italia, non percependomi appartenente nemmeno a Piacenza, la città dove sono nata e vivo, ma di cui la mia famiglia non è originaria. Ho viaggiato molto, cercando un “richiamo del sangue”, che talvolta ho sentito, specialmente in Abruzzo, rinfrancandomi, ma senza che nemmeno questo alleviasse la mia inquietudine. Ho cercato allora patrie adottive, luoghi che mi facessero sentire a mio agio, ma non trovavo “la mia Itaca”. Alla fine, facendo un viaggio a ritroso “tra le eliche del mio genico corpo e le sottili aure della mia anima”, ho percepito la mia casa madre in un luogo misterioso e infinito, che si può forse chiamare Dio, o comunque l’Origine di Tutto. La mia spasmodica ricerca di radici mi aveva portato a cercare il Cielo. Casa è lì, ma i miei piccoli strumenti di poeta possono solo indicare una direzione, un anelito di appartenenza. Di speranza, anche. Itaca è là.

Le liriche sullo sradicamento degli alberi sono state scritte durante i terremoti dell’Abruzzo e dell’Emilia, due delle sue terre di sangue. Che ruolo ha per lei la memoria?
La memoria è Sacra. Non a caso ciò che differenzia l’uomo dagli animali è la capacità di tramandare le conoscenze. Ogni opera d’arte è un mattone che costruisce l’Io della persona singola e dell’Uomo in generale. I terremoti e le catastrofi naturali che hanno colpito terre e popolazioni a me care mi hanno scosso nel profondo anche in senso simbolico. Siamo in un periodo storico in cui tanti si stanno omologando in un sistema di comportamenti globalizzati, avendo fatto franare le proprie identità e storia. Se non si sa chi si è, non si sa nemmeno chi sono gli altri.


Lei è Direttrice artistica del Piccolo Museo della poesia di Piacenza. Ci racconti di questa “chicca poetica” che non tutti conoscono.

È unico in Europa! Nato dall’intuizione di Massimo Silvotti – poeta, pittore e studioso di filosofia – ospita una collezione permanente delle più importanti riviste poetiche italiane e non, i testi dei più grandi poeti del Novecento. Imperdibile lo scritto di Ungaretti arrabbiato perché non ha vinto il Nobel, una vera chicca di ironia e impeto toscano. La magia che abita questo luogo è indescrivibile, non si spiega solo con la presenza di materiale raro e prezioso. Basti pensare che al Museo si può anche dormire, in un sofa a disposizione di tutti. Ha rischiato di chiudere reggendosi solo sul sostegno dei soci, ma una generosa donazione privata l’ha salvato, per ora.

Non solo poesia ma anche prosa. Tra l’altro, è autrice di pièce teatrali. Come nasce la passione per il teatro e in genere per le scritture altre?
Non riesco a irrigidirmi in una sola forma di espressione artistica. Scrivo in prosa da sempre, è un’esplorazione diversa del mondo, che non è in contrapposizione con quella poetica, anzi mi completa. La mia recente attività nel mondo del teatro e del cinema deriva dall’incontro di anima con mio marito, Corrado Calda, attore e regista. Con lui mi sono cimentata in un nuovo percorso, che mi ha arricchito molto. Vedere le parole che diventano carne nei personaggi, sul palco o sullo schermo, dà una vertigine quasi divina.

Alcune sue poesie sono contenute in Luci di posizione. Poesie per il nuovo millennio (Mursia, 2017), Antologia del Realismo terminale a cura di Giuseppe Langella. Vorrebbe spiegarci cosa si indica con Realismo Terminale?
È nato dalla constatazione del poeta Guido Oldani che gli esseri umani si stanno accatastando nelle megalopoli, circondandosi di oggetti deificati a tal punto che il rapporto uomo e oggetto si è rovesciato a favore del secondo. La natura, vista spesso come nemica, è relegata a un ruolo marginale. I poeti del movimento riscrivono il mondo con nuovi termini mutuati dagli oggetti che ci dominano, soprattutto ipertecnologici, e trattano temi di attualità con il tratto distintivo dell’ironia. La più tipica espressione è la similitudine rovesciata, quella per cui invece di “Sei veloce come il vento” si utilizza “Sei veloce come una connessione fibra”. L’Antologia appena uscita, già oggetto di studi all’estero, è una presa di coscienza di un’avanguardia letteraria che osserva e osservando (come insegna Heisemberg) potrebbe modificare e invertire il processo di disumanizzazione in atto.