Andrea Pezzi: “Web star e TV, un binomio pornografico”

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IMG_2850Andrea Pezzi è una di quelle persone, brillanti e curiose, con la quale è piacevole confrontarsi su più fronti, con una vita piena di esperienze diverse tra loro, unite da un tratto comune: la costante necessità di trovare nuove sfide da affrontare. Andrea Pezzi: un inquieto che non vuole permettersi il lusso di sedersi e perdere tempo, ma che ne ha trovato per rispendere ad alcune domande.

La partenza è obbligata e banale: Andrea e la televisione. La tua è stata un’esperienza lunga e molto fortunata, sei stato uno dei volti principali di MTV: cosa ti è rimasto, di positivo e di negativo, di quel tratto di vita?
Quando penso alla mia esperienza televisiva non provo nessun sentimento negativo né dell’amaro in bocca, anzi: ho amato moltissimo farla, la Televisione. La lezione più grande che mi ha lasciato è la capacità di gestire il rapporto con gli altri: il fatto che, attraverso la notorietà e l’attenzione che essa ha riversato su di me, io e la mia vita fossimo diventati qualcosa che finiva per riguardare altre persone – è una situazione che ti porta ad affrontare le tue insicurezze e che può finire per essere un “acceleratore di schizofrenia”, se non sai centrarti. Devi confrontarti con te stesso e io ho dovuto farlo quando ero molto giovane, visto che ho deciso di lasciare, almeno mentalmente, il mondo della Televisione a 28 anni con la fine dell’esperienza a MTV, anche se il distacco fisico è stato più lungo.

Mi viene spontaneo un paragone con le nuove webstar: sono spesso giovanissime, qual è la tua opinione? Credi ci sia diversità nel modo in cui loro affrontano l’invasione della privacy?
Penso sia molto diverso. Negli Anni ’90 il rapporto con il pubblico era più astratto e allo stesso tempo più d’impatto, mediato dalla percezione che di te si creava nei mass media stessi e che da essi veniva amplificata; oggi le social media star hanno un contatto diretto col loro pubblico, che può anche essere un rapporto con moltissime persone, ma è un rapporto diretto con ogni singola persona che decide di entrare in comunicazione con te e così la percezione che formi di te stesso non ha l’effetto amplificato che c’era negli Anni ’90.

Torniamo un attimo sul rapporto col proprio seguito sui social media: come vedi la questione dei troll/hater e come valuti la battaglia contro di essi? Penso ad esempio a personaggi come Selvaggia Lucarelli, che hanno preso a cuore questo tema e ci impegnano molto tempo.
Io credo che anche troll e hater, in realtà, siano persone che cercano un contatto con la celebrity che attaccano; certo, lo cercano in modo scomposto, magari maleducato (se non peggio), ma sempre sul bisogno di contatto si finisce. Sul come mi rapporto a loro: quando avevo tempo e voglia, cercavo un contatto privato per capire il motivo dell’astio e a volte ci ho trovato storie che davano un senso a quell’odio, magari storie anche patetiche o di disagio, ma che davano un motivo allo sfogo becero. Adesso che non ho più né voglia né tempo, ho imparato ad apprezzare la funzione “blocca contatto”: soluzione veloce e soddisfacente. Parlando di donne che vengono insultate sui social: ecco, non mi sentirei di consigliare a mia figlia di provare un contatto con un hater, perché voi donne siete più vessate e non credo ci possa essere una spiegazione a insulti di genere. Capisco quindi certe battaglie, soprattutto per l’educazione ai tempi dei social media, ma credo che siano “in salita”. La funzione “blocca contatto” è più sbrigativa.

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Restando sulle webstar, pare sia di moda portarle dentro ai format televisivi: cosa ne pensi?
È un modo della televisione per posizionarsi dentro al mondo dei social media, attraverso le condivisioni sulle varie piattaforme delle webstar stesse. È un modo improprio di usare il mondo dei social media, perché il linguaggio è diverso e diverse sono anche le leggi di mercato che reggono i due mondi. Per me il mondo social media è più immediato, più vicino alla radio, più diretto, più nudo, quasi “pornografico”.

Veniamo all’Andrea Pezzi imprenditore, il tuo presente. È stato difficile venire accettato nel ruolo di imprenditore, venendo dalla televisione?
Io sono da sempre un curioso: cerco continuamente di imparare per migliorarmi come persona più che come personaggio televisivo o imprenditore. Quando ho capito quali erano le regole della televisione, quando sono diventati semplici e lineari i ragionamenti e i problemi del mondo televisivo, allora hanno smesso di essere interessanti e motivanti per me. Quando una cosa non cambia, soprattutto quando non mi pone di fronte a nuove sfide e possibilità di evolvere, io la lascio. L’imprenditoria mi ha posto sin dall’inizio davanti a nuovi progetti, davanti a un gioco che non sapevo giocare e questo per me è stato da subito stimolante, mi ha dato voglia di cimentarmi con me stesso e con questo mondo. Io considero l’impresa e l’essere un imprenditore come un modo per imparare qualcosa di nuovo, mentre per altri è un ruolo di facciata o un lavoro meccanico e ripetitivo: voglio essere al centro operativo dell’impresa, non essere una figura di copertina con cui presentare l’impresa di altri, come accade spesso, ad esempio, con le celebrity americane, che approcciano i campi più disparati, ma spesso solo come frontman dell’ingegno di altri. Venire dalla televisione, poi, non è stato un problema, perché non mi sono lasciato definire da quello che ho fatto in precedenza, ma vivo la mia curiosità umana come spinta a provare cose sempre nuove, sfide sempre diverse. Se ne avrò forza e capacità, magari un giorno smetterò di essere imprenditore e affronterò nuove strade, chissà – non lo escludo.

L’ultima domanda: sei uno dei primi in Italia ad aver capito il valore del digital marketing legato ad un brand. Secondo te dove sta andando questo settore?
Credo che il digital marketing sia arrivato al punto in cui divorerà se stesso. Mi spiego. Già oggi, attraverso degli algoritmi, è possibile valutare come un prodotto, un brand venga recepito, se venga o meno apprezzato e sempre grazie ad algoritmi si possono calcolare le ricadute economiche in modo preciso. L’avvento dell’economia digitale e delle intelligenze artificiali sta rendendo questi lavori altamente automatizzati, al punto che presto, forse, gli addetti stessi al settore potranno, in buona parte, essere soppiantati da programmi informatici. Data economy, machine learning: sono prospettive che mi preoccupano, perché prevedono, in un certo lasso di tempo, la sostituzione del lavoro umano col lavoro automatizzato anche oltre i classici campi della robotica di cui già si parla, anche se ancora troppo poco. Sono movimenti epocali che aprono a domande anche filosofiche, sulla società a venire. Ma… credo di star divagando.