Pietro Sermonti: “Sento ancora la presenza di mio padre”

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IMG_1908Ogni giovedì sera, su Raiuno, lo vediamo nei panni di Alessandro Ferraro, il protagonista principale della fiction “Tutto può succedere”. Pietro Sermonti, attore romano che continua mietere consensi sul piccolo e grande schermo, si è raccontato a OFF in occasione della conferenza stampa della serie in cui divide il set con Alessandro Tiberi e Camilla Filippi. E tra una riflessione e l’altra sul suo lavoro, Pietro ci ha confessato che tipo di rapporto oggi lo leghi ancora all’amato papà Vittorio, rinomato scrittore e dantista, scomparso qualche mese fa.

Pietro, ti stiamo vedendo su Raiuno nella seconda stagione della fiction Tutto può succedere, dove interpreti il ruolo di Alessandro…
In questa nuova stagione, Alessandro Ferraro di sicuro svelerà alcuni suoi lati inediti, trovandosi ad affrontare una serie infinita di ostacoli della vita, tentando di aggirarli e scoprendo di volta in volta nuove cose che lo riguardano.

Cosa ti piace di Alessandro?
Quello che amo del mio personaggio, apparentemente solidissimo e pacato, è che come  tutte le persone che hanno una quota di controllo solidissimo sul proprio impianto nervoso e sulla propria anima, ad un certo punto perde pezzi. Nella prima serie, per esempio, perde pezzi perché scopre che il figlio ha la sindrome di Asperger mentre nella seconda serie succederanno altre cose che lo sconvolgeranno.

Quanto somiglia la famiglia di “Tutto può succedere” alla tua reale?
In realtà, questa famiglia è lontanissima dalla mia reale, anche se, devo ammetterlo, questa famiglia “finta” ha avuto un ruolo fortissimo nella mia vita, specialmente nell’ultimo periodo. Lo scorso 22 novembre ho perso mio padre e loro, i miei colleghi, ci sono stati: mi sono stati vicino come fratelli, come una vera famiglia. Ed è proprio in questi momenti della vita che si capisce chi c’è davvero e chi, invece, non c’è.

Sei d’accordo con chi sostiene che recitare, spesso, rappresenti una terapia?
Sul lavoro che faccio, mi sono posto tante domande, soprattutto quando mi sono ritrovato a lavorare tre giorni dopo la morte di mio padre. Lui è morto il 23 novembre e io sono tornato a lavorare il 27, un lunedì mattina. Sento ancora la sua presenza e il suo smodato senso dell’umorismo anche post mortem.

Tu e tuo padre eravate molto legati?
Avevamo un legame fortissimo. Mio padre, oltre ad aver scritto tanto, mi ha lasciato centinaia di registrazioni con la sua voce. La mattina in cui avevo deciso di tornare sul set dopo la morte di mio padre, prima di andare al lavoro, mi sono svegliato e mi sono messo ad ascoltare quelle sue registrazioni. Risentendo la sua voce, ho cominciato a piangere come una fontana e quando è arrivato il momento di andare a lavorare, mi sono messo gli occhiali da sole per nascondere le lacrime e sono salito in quella che pensavo fosse la macchina che mi avrebbe condotto sul set.

E poi cos’è successo?
Poco dopo ho notato che la persona che era venuta a prendermi, e che era alla guida, aveva una strana tuta grigia con una striscia rossa ed era un signore che sembrava Marx, che a un certo punto è scoppiato a ridere. Ero entrato nella sua macchina per sbaglio ma non avevo idea di chi fosse. Anche io, a quel punto, ho cominciato a ridere talmente forte, da sentirmi quasi male dai crampi. Nel frattempo la persona che era effettivamente passata a prendermi, guardava da lontano la scena sbalordito e divertito. Il fatto che io quel giorno sia passato dalla disperazione più nera ad un allegria fortissima, mi ha fatto credere e pensare che ci fosse la mano di mio padre su di me. E credo proprio questa esperienza, prima o poi, credo che la racconterò da regista.