Bif&st, buona la prima per Andrea De Sica

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IMG_0913Quando si pensa ai figli d’arte il (pre)giudizio che si ha è di pensare che l’artista di turno abbia avuto la strada spianata. Sicuramente Andrea De Sica avrà avvertito questo peso (il nonno era Vittorio De Sica, il padre il compositore Manuel, la madre è la produttrice Tilde Corsi e lo zio è Christian), non nasconde ovviamente le proprie radici, ma già dal suo esordio dietro la macchina da presa si avverte quanto voglia parlare di sé (a breve capirete perché), cercando, però, la propria strada.

I figli della notte, dopo esser stato l’unico italiano in Concorso alla 34esima edizione del Torino Film Festival, arriva in competizione nella sezione Opere prime e seconde al Bif&st 2017. «L’intento» – ha affermato durante l’incontro stampa il regista – «è quello di stimolare, colpire forte come un pugno nello stomaco, mostrando un modo di vedere il mondo» e, aggiungiamo noi, un particolare mondo che lui ha frequentato e toccato con mano per quanto abbia avuto «un’adolescenza più pacificata» (è autore anche della sceneggiatura e delle musiche originali).
Protagonista è Giulio (Vincenzo Crea), «un diciassettenne di buona famiglia che si ritrova catapultato nell’incubo della solitudine e della rigida disciplina di un collegio per rampolli dell’alta società, una sorta di “prigione dorata” isolata tra le Alpi, dove vengono formati i “dirigenti del futuro”: internet imbavagliato, telefono concesso per mezz’ora al giorno, ma quel che è peggio violenze e minacce dai ragazzi più “anziani”, nell’apparente accondiscendenza degli adulti.

Giulio riesce a sopravvivere grazie all’amicizia con Edoardo (Ludovico Succio), un altro ospite del collegio. I due ragazzi diventano inseparabili e iniziano ad architettare fughe notturne dalla scuola-prigione, verso un luogo proibito nel cuore del bosco, dove conoscono la giovane prostituta Elena (Yuliia Sobol)» (dalla sinossi). I dirigenti del collegio diventano una sorta di occhio del grande fratello, ma non vogliamo rivelarvi oltre di questa storia con cui vi troverete ora a empatizzare – soprattutto quando vengono toccare corde universali, magari per motivi diversi, come i rapporti famigliari o il senso di abbandono – ora a guardare come se vedeste tramite un filtro.

Un punto di forza di quest’opera prima sta nella regia così attenta, curata, meritevole di nota se si tiene conto ancor più che si tratta del primo lungometraggio. De Sica ha dimostrato di avere un’ottima padronanza del mezzo tecnico, indagando lo spazio di quel collegio a tal punto da farci sentire come se lo stessimo percorrendo con quei ragazzi in cerca di se stessi – e non solo. Interessante è il soggetto scelto che, ha sottolineato l’autore, viene trattato pochissimo nel nostro cinema, verrebbe più da pensare a film stranieri come L’attimo fuggente di Peter Weir o il recente Posh di Lone Scherfig (2014).

Se quest’ultimo aveva un taglio più sociale e connotato rispetto anche al luogo in cui si svolgeva il plot (un gruppo di studenti viene ammesso a Oxfors, ma l’occhio di bue è soprattutto sul più esclusivo dei club accademici, il Riot, che accoglie dieci membri), ne “I figli della notte” ci si vuole addentrare nella mente e nell’anima di questi ragazzi che «sono parcheggiati lì e poi magari escono anche peggio di come sono entrati». Un elemento interessante è il desiderio di non volerli far apparire antipatici come spesso i ricchi vengono tratteggiati.

Non è semplice raccontare «un’età così difficile, dove certe scelte diventano quasi di vita o di morte» e, a conti fatti, l’opera riesce a comunicare ciò che c’è dietro questa «vitalità distorta» nonostante gli alti e bassi a livello recitativo e delle migliorie apportabili sul piano della coerenza narrativa in particolare pensando al finale.