Alessandra Racca e i Consigli di volo per bipedi pesanti

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Da “Consigli di volo per bipedi pesanti” (Neo Edizioni,2016) di Alessandra Racca:

LEGGERE
Mi piace quando il mondo parla
nelle parole dei libri
il linguaggio delle vite degli altri
e della mia insieme
mi fa sentire come il ramo del glicine
intrecciato al ramo grande
qualcosa che dal basso sale
radicato e costante
conosce le stagioni
gli inverni
e le fioriture viola
che fanno ombra
e il buon odore
di certa bellezza

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PROPOSITO DI DIETA
A questo mondo voglio
essere più leggera:
già regge troppo peso
Voglio dimagrirmi il passo
qualche chilo per ogni piede
Lo voglio sgravare
poggiare l’essenziale

Consigli di volo per bipedi pesanti è il titolo del suo più recente libro di poesie. Si tratta di un inno alla leggerezza da intendersi come invito a liberarsi dei pesi che a volte ci mettiamo addosso e ci affliggono. Ci racconti questa ‘leggerezza’ del suo scrivere.
“La leggerezza è percepibile perché esiste il peso. Per me il concetto di leggerezza che dà corpo a questo libro ha a che fare con il percepire il peso dell’esistenza e provare ad osservarlo ponendosi dall’altra parte. Credo sia un modo di guardare che in qualche maniera mi appartiene ma che ho anche scelto nel tempo o forse, più che altro, un’aspirazione, un tendere a. Sul concetto di leggerezza ha detto molto Calvino nelle Lezioni Americane in modo bellissimo. La sua lezione sulla leggerezza è qualcosa che cerco sempre di fare mia”.

Mi è piaciuta molto, tra le altre contenute nel libro, la ‘serie dei muri’, componimenti dedicati ai muri in senso letterale. Vorrei chiederle quali sono per lei i muri invisibili, quelli che, culturalmente parlando, una volta alzati impediscono di vedere bene.
“Sono stata recentemente in Spagna, dove ho lavorato con altri artisti di quattro nazioni europee alla costruzione di uno spettacolo che riguarda appunto questo, i muri. (Alessandra Racca è una dei due rappresentanti italiani scelti per il progetto europeo La poesia cammina per le strade, ndr). È stata un’esperienza molto forte, che mi sta facendo ulteriormente riflettere su questo concetto. Ciò che penso è che i muri possono essere molte cose, possono essere protezione, limite da superare, possono definire e anche difendere, quando occorre, non sono per forza negativi e spesso sono necessari. Un muro è un muro, siamo noi esseri umani che diamo ai muri significati e funzioni. Io credo che i muri di cui lei parla, i muri che separano, dividono, aggrediscono, sono quelli che negano la possibilità. Quando si dice ‘la realtà è questa e basta’ e si vuole, tramite una barriera, impedire, negare che altro possa essere o accadere, venirci incontro. Si crede in questo modo di difendersi e semplicemente si nega la vita, che sempre scorre, cambia e ci cambia, che lo vogliamo o no. In Consigli di volo per bipedi pesanti ci sono poesie che trattano di questo, ma anche altre che guardano ai muri in altro modo. Penso che una delle cose più belle che possiamo fare per noi stessi e per gli altri è dirsi spesso ‘E se?’. I muri per me sono un simbolo di questo ‘E se’. Sono il limite con il quale sempre ci si confronta, che talvolta va superato, altre accettato”.

La sua scrittura è a tratti piuttosto ironica. Sto pensando, solo per fare un esempio, a ‘serie bambina o il mondo è mio’. Che ruolo hanno l’ironia e l’auto-ironia nel suo vivere quotidiano?
“Sì, è vero, uso molto l’ironia e l’autoironia. Sono figure retoriche, certo, ma anche posizioni esistenziali che consentono di non sprofondare nelle cose e soprattutto in se stessi. Mettono una distanza. Costringono a un piccolo spostamento. Il fatto è che la vita è una cosa così seria che non mi pare il caso di renderla anche seriosa”.

Lei è appassionata di poesia ‘ad altra voce’. Ci racconti dei luoghi più originali, so che ce ne sono, dove ha letto poesie ad alta voce.
“Ho letto una volta in canoa e quest’anno su una barca, nel Museo della Marineria di Cesenatico, un’esperienza bellissima”.

Il tema del corpo è fortemente sentito. Ne tratta in questo suo più recente libro, ma anche nei previ. Che rapporto ha Alessandra Racca con il suo corpo, come lo riassumerebbe in un verso improvviso e improvvisato?
“Ecco come riassumerei la questione del perché parlo spesso del corpo: nel mio corpo prendo corpo”.

Qual è il suo rapporto con il suo territorio d’origine, come ha influenzato la sua scrittura?
“Amo Torino, le sue case di ballatoio, le colline, le montagne che la circondano, ho capito di amarla profondamente. È una città che non grida la sua bellezza, sorride senza darlo troppo a vedere. Sta lì, protetta e attraversata da fiumi, fra pianura e alture, chiara, signorile e popolare, sobria ma piena di mercati, lineare ma dinamica. Per risponderle, credo di aver assorbito dai luoghi da cui vengo il linguaggio e poi associo a Torino una certa ironia e un certo rigore. Sì, a volte penso di assomigliarle un po’, ma è chiaro che c’è sempre un gioco di rispecchiamento con i posti in cui viviamo che forse è più immaginario che reale. Comunque è un gioco che è bello fare”.