Rubino: “Mio nonno mi ha insegnato a non aver paura”

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IMG_0385«La musica stava diventando sempre di più un lavoro e questa cosa non mi piaceva, o meglio, da un lato mi rendeva orgoglioso, ma dall’altro mi stava togliendo l’entusiasmo». Dopo il successo dei due Festival di Sanremo (nel 2013, tra i Giovani, ha conquistato il terzo posto e il Premio della Critica con “Il postino (Amami uomo)”, e l’anno dopo, tra i big, il terzo posto con “Ora” e il Premio per il Miglior Arrangiamento con “Per sempre e poi basta”) Renzo Rubino si stava perdendo nella frenesia del presente. La musica cominciava a non divertirlo («Lo scombussolamento mi ha fatto perdere di vista l’obiettivo») ed allora ha fatto le valigie, ha lasciato Roma ed è tornato nella sua Puglia: «Ho sentito la necessità di vivere le mie origini. A Martina Franca mi sono dedicato a delle vecchie passioni che avevo dimenticato come l’orto, la pesca, la pittura. Ho quindi ripreso a giocare attraverso altre forme di espressione fino a che, ad un certo punto, la musica mi è mancata e son tornato a scrivere». E’ nato così “Il gelato dopo il mare”, il suo quarto disco, arrivato a tre anni di distanza dall’ultimo. Frutto del cambiamento, della voglia e della conseguente capacità di riappropriarsi dei propri tempi, quest’album dalle atmosfere fellliniane raccoglie dodici canzoni che «sono venute fuori spontaneamente, figlie dei tramonti pugliesi, delle giornate passate a disegnare o in campagna a coltivare». Ad anticiparlo il singolo “La la la”, una fantasia di segnaletiche “pop” che passa in rassegna vegetariani e prosciutto crudo, radical chic e tattoo, rock and roll e Lady Gaga, Papa Francesco e Sorrentino, addominali e vizi.

Renzo, in questo brano, una filastrocca in cui è racchiuso il tuo mondo e la tua visione della vita, dici che «sporcarsi le mani è la la la»…
Sì, perché da quando ho iniziato a lavorare a questo disco mi sono reso conto ancora di più che per fare le cose in un certo modo bisogna farle direttamente. Anche per la scelta del video di questo singolo ho deciso di seguire tutto in maniera più approfondita. Trovo che questa sia anche una maniera per essere più vicino all’ascoltatore.

Nella copertina del disco c’è tuo nonno. Ha accettato subito?
Quando gli ho chiesto se gli andava di finire in copertina mi ha detto di sì senza neanche lasciarmi il tempo di finire la domanda. Secondo me non aveva capito bene! (Ride, ndr).
Perché la tua scelta è ricaduta su di lui?
Mio nonno è un signore che è arrivato alla sua età dopo mille acciacchi e problemi fisici con un sorriso smagliante perché è uno che dice che i problemi, la maggior parte delle volte, si risolvono. I suoi micro-vizi, come giocare a carte con gli amici e concedersi il gelato nonostante abbia un po’ di diabete, l’hanno portato ad essere quello che è, ovvero una persona serena e solare. E secondo me era lo specchio per questo disco, che è un racconto che parte da una “sbronza” che diventa soluzione e rinascita.

Da quello che dici hai avuto un ottimo esempio. Qual è l’insegnamento più importante che hai ricevuto da tuo nonno?
Mi ha insegnato a non aver paura di affrontare le scelte, anche quelle più importanti, perché le difficoltà si superano. Tutto scorre: è una concetto molto semplice ma quando lo capisci davvero ti rilassi e comprendi che non bisogna necessariamente correre e sbattere sempre la testa.

Che bambino sei stato?
Un bambino strano. Giocavo tanto da solo, avevo gli amici immaginari. Mi piaceva giocare con un pianoforte che era scordatissimo e aveva solo quattro tasti funzionanti. Nel tempo, con questi quattro tasti, è venuta fuori una canzone. Sono sempre stato sognatore e continuo ad esserlo.

A proposito di sogni, è vero che non desideravi fare il musicista ma l’attore?
Sì. Non mi interessava fare il musicista ma far vedere il mio mondo agli altri. Dovevo trovare un modo per spiegare quello che avevo nella testa e il teatro mi permetteva di farlo. Poi è arrivata la musica, che è sempre stata una passione, e ho provato ad unire tutte e due le cose.

Nel nuovo disco c’è anche un omaggio a Lucio Dalla, “Cosa direbbe Lucio”. E’ stato uno dei tuoi riferimenti musicali?
Lucio Dalla per me è stato e continua ad essere una sorta di papà artistico. Una fonte non solo di ispirazione ma di insegnamenti. Il fatto di cercare la propria unicità deriva dall’ascolto delle sue canzoni. Avevo la possibilità di conoscerlo, sarebbe dovuto venire a vedere un mio concerto, ma qualche giorno prima è scomparso. Questo mi ha fatto soffrire, ma poi mi sono innamorato ancora di più dei suoi brani e del suo modo di essere artista. Ho un vinile sul pianoforte, “Dalla”, ed un giorno, mentre stavo suonando ed ero piuttosto sconsolato, gli ho chiesto come avrebbe raccontato questa sensazione. “Cosa direbbe Lucio” è un suo suggerimento. Non bisogna fare canzoni dove si cerca di essere vicini ai propri idoli. Io in questo caso ho fatto un passo indietro e ho provato a immaginare di scrivere una canzone a quattro mani con lui.

Ai tuoi inizi suonavi in un night club. Che esperienza è stata?
Pazzesca. Ho imparato tantissimo. Essere sul palco e suonare tutte le notti per un pubblico che non viene per te, ma ovviamente per altro, è stata una grande scuola. Lì ho imparato a sentire il pubblico, a capire i momenti e i tempi dello spettacolo. Ad un certo punto, dopo mesi, i clienti venivano non solo per vedere le signorine ma per ascoltare le nostre canzoni.

Il tuo nuovo tour prende il via il 20 aprile dal Quirinetta di Roma con una manciata di date successive a Genova, Firenze, Milano e Bari. Che tipo di spettacolo sarà?
Il live è ciò che più amo, la cosa che più mi rappresenta e che so fare meglio. Lo spettacolo sarà incentrato sul passaggio dalla “sbronza” alla soluzione, sarà fatto di scenografie, costumi e avrò con me una band completamente nuova. Saremo quattro musicisti e suoneremo venticinque strumenti. Ci sarà il nuovo disco e le canzoni vecchie, narrate in un certo modo e con un sound diverso.

A Sanremo ci torneresti?
Per ora no.

Perché?
Sanremo è una mamma. Tornare mi farebbe piacere ma sono nella fase in cui bisogna crescere e camminare da soli.