The Aliens, in scena l’amore per la musica e per Bukowski

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IMG_0184Silvio Peroni continua la sua indagine nella drammaturgia contemporanea inglese e americana. Dopo aver colpito in particolare con “Cock” di Mike Bartlett, durante questa stagione sta impastando le mani nell’umanità descritta da Annie Baker con due prime nazionali. Dal 10 al 19 marzo è stato in scena al Teatro Verdi di Milano “The Flick” (per cui la Baker vinse il Premio Pulitzer), dal 21 al 26 marzo, invece, è stata la volta di The Aliens al Teatro dei Filodrammatici nella traduzione curata da Monica Capuani.

«Puoi pure non crederci ma c’è della gente che attraversa la vita con molto poco attrito o angoscia. […] è una morte facile, solitamente nel sonno. puoi pure non crederci ma la gente così esiste. anche se io non sono uno di loro. eh no, io non sono uno di loro. Non ci vado nemmeno vicino a essere uno di loro però loro sono lì e io sono qui». Scriveva così Charles Bukowski in “The Aliens” e sono queste parole che vengono proiettate sul muro di mattoni in cui si svolge la storia, anzi sarebbe meglio dire lo spazio abitato dai nostri protagonisti.

Il luogo non-luogo è il retro di un bar. Quando le luci cambiano, ci appaiono Jasper (Jacopo Ventuiero) e KJ (Giovanni Arezzo), paralleli, nella stessa posizione e divisi solo da un tavolo. Le loro sedute sono sedie e cassette di plastica. Passano alcuni istanti prima che uno dei due inizi a parlare. A guardarli – superficialmente – li si giudicherebbe con l’opinione che molti hanno dei giovani di oggi (scansafatiche e/o mammoni), ma la drammaturga americana prima e questa compagnia ora sono riusciti ad andare affondo di quello che è l’humus giovanile, tematizzando non solo il limbo che si vive anche a trent’anni – con echi quasi da male di vivere montaliani – senza, però, esser distruttivi né didascalici.

I due interpreti – a cui si aggiungerà un terzo personaggio, Evan (un Francesco Russo in parte), a suo modo chiave – rendono ottimamente il sottile climax di questi caratteri, con battute che arrivano, a tratti, con un’ironia tagliente e al contempo così naturale che quasi ti schiaffeggia mentre sei lì che, in platea, sorridi. «Nel loro mondo privato entra Evan, un giovane ragazzo che è stato da poco assunto come cameriere del bar. Evan è un giovane timido, sessualmente inattivo, fuori dal mondo, naif con l’angoscia adolescenziale. Lentamente, decidono di insegnargli tutto sulla vita, ma dalla loro prospettiva…» (dalla scheda).

In The Aliens si percepisce tutto l’amore per la musica (cantano con un graffio disperato che sa essere pure vitale), così come quello per Bukowski da cui questi ragazzi si sentono descritti, a tal punto da far loro quel linguaggio così crudo e realistico, che non aveva paura di tratteggiare la bruttura e le debolezze umane. «Sono un pezzo vivente di un posto di pezzenti», dice a un tratto uno dei due. Nello spettacolo si percepiscono soffi di vita, ma anche di morte, ma gli spettatori non ne devono avere timore, c’est la vie – come si direbbe – e il tutto arriva con il tono dolce-amaro ben equilibrato in una pièce che non fa sconti.

L’augurio è che questo spettacolo possa essere ripresentato presto. A voi scoprire, in teatro, a cosa sono destinati questi giovani.