Anzaldo: “In Italia molti attori vivono sotto la soglia di povertà”

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IMG_3262Non ha neanche trent’anni ma ha già lavorato con i più grandi registi italiani. Attualmente, Giovanni Anzaldo, è nelle sale cinematografiche con il film “Non è un paese per giovani”, dove interpreta il ruolo di Luciano, un ragazzo che con un suo amico decide di abbandonare l’Italia per inseguire il sogno di aprire a Cuba un locale con il wi-fi. Off lo ha intervistato l’attore lanciato da Il capitale umano di Paolo Virzì, che in questi giorni è anche al Piccolo Eliseo di Roma con “L’Isola degli schiavi”.

Giovanni, ci racconti un episodio OFF della tua carriera?
La mia carriera è Off. È una carriera in un sottopalco. Le volte in cui ho avuto l’opportunità di recitare in grandi teatri o in pellicole di successo è perché accanto a me c’erano dei nomi, ovvero delle persone che facevano vendere lo spettacolo o distribuire un film. Detto questo, di episodi off ne ho a bizzeffe. Cene con delitto, dove poi insieme ad un amico cambiavo la trama del giallo incasinando il tutto; monologhi recitati da sbronzo, mi pagavano in alcol, ogni giovedì sera in un locale di Torino e tanto altro ancora. Il massimo credo di averlo raggiunto nella macelleria dei miei genitori quando, durante uno dei miei tanti ripensamenti su questo mestiere, mi ero deciso a continuare l’attività di famiglia, ma nel frattempo preparavo provini facendo avanti e indietro dalla cella frigo.

In questi giorni ti stiamo vedendo al cinema nel film Non è un paese per giovani. Ci racconti il tuo personaggio?

Luciano è un cameriere, stanco di essere sfruttato dai suoi principali: i “fratelli agonia”. E’ impulsivo e sognatore. I suoi genitori sono degli intellettuali, sempre nel giusto (ma questo non si vede nel film), perfetti. Lui, al contrario, è uno che sbaglia sempre. Non sa come raggirare quel muro che la vita gli ha messo davanti e, nell’impossibilità di scavalcarlo, decide di schiantarcisi contro. La paura d’essere imperfetto lo spinge a fare cose avventate, come finire a fare incontri di lotta clandestini.

Ci racconti un aneddoto legato alle riprese del film?
Mi sono allenato per dieci giorni con degli stunt cubani. Ci allenavamo in una specie di magazzino pieno di polvere. Era tutto autentico, vero. Spesso lo erano anche le botte. Basti pensare che mi sono preso un pugno durante un ciak. Mi sono ustionato su una terrazza durante l’ultimo incontro del film. Fare scene di combattimento è eccitante: la gente urla intorno a te, le combinazioni studiate in palestra devono essere fatte rapidamente, con intenzioni vere, perché farsi male è un attimo.

Quale vorresti fosse il messaggio che, attraverso questo film, arrivasse al pubblico?
Vorrei che questo film riuscisse a commuovere. Vorrei si potesse ridere e piangere senza troppe pippe intellettuali. C’è bisogno di pancia, a mio modo di vedere. Ognuno poi tragga le proprie conclusioni. Il messaggio recepito dipende da chi lo riceve, sarebbe stupido pretendere che ce ne sia uno solo. Il film parla di giovani che vanno via da un Paese per cercare fortuna, per scoprirsi, rischiare. C’è chi ce la fa e chi no. Questa è la storia. Non è una proposta di legge, è un film.

A te è mai capitato di pensare di abbandonare l’Italia?Anzaldo con Sara Serraiocco e Filippo Scicchitano
Sì, qualche volta ho pensato di abbandonare l’Italia e di andarmene in francia per esempio. Ma sono pauroso. Codardo e fortunato perché spesso il lavoro mi ha trattenuto qui.

Come nasce la tua passione per la recitazione?
Ho sempre voluto fare l’attore, da che ricordo. Da piccolo vedevo i film in televisione e volevo essere uno di quelli che dicevano cose e venivano guardati da tutti. Forse poi ho perseguito questa strada perché pareva brutto a dodici anni cambiare sogno e dire : da grande voglio fare l’archeologo. Forse sono finito a fare questo mestiere (per ora) per ostinazione. Col tempo ho capito che questo è un mestiere- seppure bellissimo- ma un mestiere, non un sogno.

Quando hai capito che la passione per la recitazione potesse trasformarsi in un lavoro?
Quando sono entrato nella Scuola del Teatro Stabile di Torino ho capito che forse poteva diventare il mio mestiere. Recitare otto ore al giorno, sei giorni su sette per tre anni, ti fa capire che quello che hai scelto non è una fantasia, ma qualcosa di molto concreto.

Quanto è difficile fare l’attore in Italia?
Recitare in Italia è denigrante. Non parlo per me che finora ho avuto fortuna, ma parlo di tanti giovani e non giovani attori che vivono nella precarietà assoluta, sotto la soglia di povertà, con meno di dieci mila euro l’anno, senza una continuità lavorativa, con progetti che saltano all’ultimo, prove non pagate, repliche pagate pochissimo dopo sei mesi. Mediamente un attore guadagna 1500 euro lordi per due mesi di lavoro(tutti i giorni, senza orari). Questi sono i cachet. Non quelli milionari di pochi eletti. Gli attori vivono così. Conviene fare cinema, ma anche quello ormai è un settore verso il baratro.

Se non avessi fatto l’attore?
Avrei fatto il barista.

Giovanni Anzaldo con Ippolita Baldini e Stefano Fresi
Giovanni Anzaldo con Ippolita Baldini e Stefano Fresi

Attualmente stai lavorando anche a teatro…
In questo periodo sono in scena con L’isola degli Schiavi. Regia di Ferdinando Ceriani con Stefano Fresi, Carlo ragone, Ippolita Baldini, Carla Ferraro. Poi sarò a Torino per un luungo progetto con lo Stabile di torino che mi vedrà coinvolto ne “il nome della rosa”. Poi, spero cinema. Io aspetto.

In futuro come ti piacerebbe vederti?
Tra dieci anni mi piacerebbe girare un mio film, ma anche prima. Ne ho già scritto uno. Ho girato un corto prodotto da Raul Bova “Sullo stress del piccione”, ora ne sto scrivendo un altro insieme al regista e attore Luca di Prospero. Mi piacerebbe insomma essere sempre più Off, se “off” significa essere indipendenti e autonomi grazie alla propria fantasia.