Nelle cose semplici, che ignoriamo, stanno crollando le fondamenta del nostro tempo

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Se c’è una falla va tappata. Se non c’è sicurezza e c’è molta paura, non ci si può adattare al terrorismo. Se un genitore dà uno schiaffo ad un figlio sbaglia ripetutamente, è per il suo bene, non per violenza gratuita. Se la nave affonda, ci si mette al lavoro per salvare vite. Se qualcuno uccide brutalmente una persona, in maniera lucida e “razionale” deve ottenere una pena certa. Se qualcuno viene indagato per corruzione, non potrà più candidarsi alle elezioni.

Banalità? La litania della semplicità. Recitata come un Rosario, ci salverà dalla fine. Perché nelle cose semplici inizia e finisce il tutto.

Non bisogna vedere Hegel ovunque. Ad alcuni appare come la Madonna di Fatima, forse anche a me, quando ho gli occhi iniettati di sangue, e mi scoppiano i capillari, irroratissimi e arrabbiati, dall’odio accecante che nasce dalla cronaca. Vedo Hegel, e non solo lui, e cerco di spiegarmi il perché di tante cose. Accadimenti dalla cronaca dell’attualità, giornalisticamente, perché chiamarla realtà è impossibile. Per due motivi: per il suo tasso di assurdità, tanto che viene da pensare che sia tutta una grossa presa in giro (dalla banca per musulmani della Appendino, alla misurazione delle vongole, ai ponti che crollano uno dopo l’altro, ai continui casi di corruzione che avvelenano l’Italia) e perché la realtà, ormai, non esiste più.
Esiste una sua replica, una sua proiezione; una sua immagine, una sua intenzione, basata su una vita desiderata e virtuale, strillata e sintetizzata. Esiste la cronaca dell’attualità, in un momento di distacco totale dal buon senso, di troppi, di tanti. Perché la realtà non è solo un processo di stasi spazio temporale. È una condizione generale e generalizzata, che coinvolge valori morali, teoricamente inestirpabili (dal pudore, al senso di responsabilità), sentimenti, volontà e, al contempo, comprende tutti quanti, sempre e in ogni momento. L’attualità è l’immediatezza del presente. La realtà è una condizione di continuità complessa. L’attualità accade, la realtà si costruisce. Essa si presta a delle condizioni che ne modificano l’essenza, dalla realtà aumentata a quella virtuale, proprio per la sua mutevolezza.

L’attualità ed il suo story telling – come amano definirlo ora – sono figli del politicamente corretto, quello che va, bastardamente, a modificare i massimi sistemi partendo dalla semplicità, non si accontenta di essere ideologia, vuole essere Credo, continuo e totalizzante. E per farlo, ha capito che non deve modificare immediatamente il “grande” (l’operato dei governi, dell’economia, la politica estera, le grandi idee, la capacità di penetrazione e d’influenza delle religioni) ma deve partire dal piccolo, dal semplice per arrivare ad un “grande” che poi sarà incontestabile e legge per tutti (nei rapporti degli individui con loro stessi, insinuando il dubbio, facendo credere che la moralità e la visione che finora li ha cresciuti sani e umani, consapevoli e battaglieri, sia fuori tempo e fuori luogo; inoltre, nei rapporti degli individui con altri individui).
Di conseguenza, il racconto, la narrazione, lo story telling dell’attualità, tramite l’azione immonda di alcuni media e di gruppi di potere, dovrà sostituire la realtà. Il politicamente corretto, tramite un’indegna operazione di modificazione dell’attualità, di trasformazione della realtà in uno strumento di controllo, vuole impedire che un genitore dia uno schiaffo ad un figlio che sta sbagliando continuamente e che rischia di mettersi seriamente nei guai, bollandolo come violenza inaccettabile, impedisce alla giustizia di condannare decentemente e certamente degli imbecilli, interpretandolo come un abuso che ci priva della libertà , o di difendere se stessi e chi si ha vicino – inquadrando questo aspetto come un eccesso inutile che denota una forma di inciviltà, che spesso ha a che fare con il pregiudizio, magari razziale – in nome di un semplicissimo e spontaneo principio. Quello che muove tutti verso un bene condivisibile. Come difendersi, lavorare.

La cronaca della modernità: costruire il grande racconto dell’attualità, smontando accuratamente ciò che contribuisce alla creazione di una lucida realtà, basata sulle volontà degli individui. Magari spacciando tutto per il Progresso di un mondo evolutissimo.

Semplicissimo e spontaneo, segnatevi queste parole, futuri arcaismi.

Ed ecco i tre casi di cronaca che testimoniano questi ultimi, miseri, giorni.

Non difendete la vostra ragazza dal branco (Emanuele Morganti, 20 anni. Massacrato dalle spranghe albanesi nel centro di Alatri. Nove contro uno. Voleva difendere la ragazza da un attacco di schifosa eccitazione, da una imbecille rigurgito di adolescenza, la stessa che genera il bullismo)
Non chiedete soldi dopo un mese di lavoro (Per battere la disoccupazione, bisogna lavorare gratis, disse a Linkiesta.it il sociologo De Masi: “Nel nuovo libro “Lavorare gratis, lavorare tutti” Domenico De Masi propone che i disoccupati irrompano sul mercato del lavoro offrendo la propria opera gratuitamente, in modo da portare a una redistribuzione dell’occupazione”)
Non reagite se vi entrano in casa di notte (serve fare esempi?)

Lo dice l’attualità, lo rappresenta la realtà dei nostri giorni. Quella da cui ci si è completamente distaccati, per chi passivamente ne subisce gli effetti, per chi, attivamente, sfiora l’impazzimento, perché ancora lucido, mentre legge tra le pieghe incancrenite di un mondo stupido, affrettato ed incosciente. Allo sbando.

In questo marasma, c’è chi vede ovunque Hegel, mentre è al bagno, che gli passa la carta igienica, che fluttua e si srotola, velo dopo velo, o mentre sistema sotto il materasso il pesantissimo piumone, come una lastra di piombo, quello che ti vale due mesi di palestra. Presenze, assenze, miracoli. Riflessioni sopra le cose. Sopra a tutto. E si ragiona sugli ismi del nostro tempo, cercando di capire come mai l’Europa vada così in basso, l’Occidente così a fondo, gli uomini così alla deriva, cosa regoli effettivamente quest’epoca, quanto influsso abbiano i populismi, se già esistano, come pensa Veneziani, o se siano un parto della contemporaneità; lo facciamo tutti. Tutti abbiamo una soluzione sopra le cose, per fortuna, come sintomo di una vitalità che non s’arrende al nichilismo. E mentre battiamo i tasti del portatile, ragionando su come il Lepenismo e il Trumpismo possano salvare il mondo dalla speculazione disumana del Progresso, o sui rapporti che intercorrono tra Assad e il resto del mondo, non sentiamo quel rumorino, come lo squittio d’un topo. Lo sentite? Intorno a voi, un crac delicatissimo. Arriva, dura qualche secondo e poi si spegne. Se lo sentite, allarmatevi; se non lo sentite, vi prego, acutizziate il vostro udito. Perché prima ancora di finire quella giusta riflessione sulla politica estera, sul conservatorismo, sui Maestri d’un tempo e sui profeti dell’oggi, le fondamenta della nostra realtà scricchiolano. L’attualità e la sua mole di catastrofica passività, rischiano di soffocare la realtà e la sua vitalistica capacità di essere attiva e costruita. Quella con cui si può reagire agli eventi, e che si può provare a costruire (magari a nostra immagine e somiglianza).

Continuando a comprare stock di 10mila matite a settimana, senza un senso apparente, e magari facendo passare tutte le spese folli di un inviato all’estero, per spese aziendali, anche il giornale più florido e solido fallisce stupidamente o quantomeno incappa in gravissime difficoltà finanziarie.

Allora non bisogna lasciarsi distrarre dai nuovi, fantasmagorici dettami del Progresso che spingono verso la collettività, compatta, monocromatica. I figli vanno sempre e comunque educati secondo un criterio d’amore e d’intelligenza, mai troppo bastone, mai troppo carota, che fornisca gli strumenti per essere, senza che qualcuno si sostituisca a loro. Cosa genera il male? E il bene? Il rispetto va insegnato, la capacità di difendersi, anche. E difendersi di fronte all’estremo male è giusto. Il lavoro si paga e se non si merita si va a casa. L’ingiustizia esiste e va saputa gestire, attivandosi per azzerarla con gli strumenti che dovrebbero essere di tutela, siano essi giudiziari, siano essi umani. Gli individui hanno bisogno di spazio per regolarsi. Uno spazio che li salva.

In buona sostanza, il complesso tessuto umano delle cose semplici (anche e soprattutto quello dei valori di riferimento) vuole essere strappato, in nome di un’elevazione culturale asettica, di problemi più grandi, di un mondo migliore degli altri che ci hanno preceduti (e che ci hanno consegnato il sapore dell’infinito, il gusto dell’eternità, tra una guerra che fondava una Nazione, e un Rinascimento). Si sta spostando il punto di vista per commercializzare. E le cose semplici non servono più. Mettere ordine al caos, anziché generare altro caos, è un paradigma che non serve più.

Questo e molto altro alla base; poi parleremo, cari Padoan e Gentiloni, dell’Italia che merita di stare nel gruppo di testa (e non di culo) dell’Europa a due velocità, così progredita da poter schifare Dio ed ogni forma di umanità residua. Poi, in estasi, andremo a fare la cronaca di quante volte Hegel si faceva l’ovetto sbattuto a colazione.
Prima di esplorare i massimi sistemi, bisogna chiedersi cosa non va nelle cose semplici. I piccoli tasselli del mosaico, le particelle essenziali, il nucleo del pensiero e della quotidianità. Nella semplicità dell’educazione, dei rapporti tra individui ed altri individui, nella moralità più spicciola, nei valori più vicini ad uno stare al mondo che non sia semplicemente regolato da un sogno utilitaristico, nel coltivare lo Spirito, si reggono le fondamenta di qualsiasi universo. Le cose semplici,  che ci stanno sfuggendo, quelle che, talvolta, rappresentano la soluzione più efficace, o il fallimento di una grande azienda. Laddove si disintegrano amori e amicizie, rapporti di lavoro o società. Nell’ispirazione del Novacula Occami di Guglielmo da Occam, laddove a parità di fattori la spiegazione più semplice è da preferire, laddove non è necessario moltiplicare i fattori più del necessario.

Ma tornare a riflettere, a respirare
Prima di sistemare le tegole del tetto rovinato, bisogna controllare quelle grandi e spaventose crepe che ci sono sui pilastri delle fondamenta. Lì sta accadendo qualcosa di irreparabile? Viene da chiedersi.

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Emanuele Ricucci, classe ’87. È un giovanotto di quest’epoca disgraziata che scrive di cultura per Il Giornale ed è autore di satira. Già caporedattore de "IlGiornaleOFF", inserto culturale del sabato del quotidiano di Alessandro Sallusti e nello staff dei collaboratori “tecnici” di Marcello Veneziani. Scrive inoltre per Libero e il Candido. Proviene dalle lande delle Scienze Politiche. Nel tentativo maldestro di ragionare sopra le cose, scrive di cultura, di filosofia e di giovani e politica. Autore del “Diario del Ritorno” (2014, prefazione di Marcello Veneziani), “Il coraggio di essere ultraitaliani” (2016, edito da IlGiornale, scritto con A.Rapisarda e N.Bovalino), “La Satira è una cosa seria” (2017, edito da IlGiornale) e Torniamo Uomini (2017, edito da IlGiornale)