Guidi: “tutto iniziò suonando nei night club in Svizzera”

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Abbiamo incontrato Gianluca Guidi che torna dal 23 marzo al teatro Manzoni di Milano con Serial Killer per signora, che dirige ed interpreta insieme a Giampiero Ingrassia. Un tuffo nella sua carriera tra i ricordi del padre Johnny Dorelli e la cura per rilanciare il teatro italiano.

C’è un episodio OFF del tuo percorso di cui vuoi parlarci?

Ho fatto il pianista nei night, prima in Svizzera e poi a Milano, credo che più off di così non si potesse fare (lo dice sempre sorridendo e con rispetto parlando verso quella fase, nda).

Quell’inizio ti ha lasciato un insegnamento in particolare?

Credo di no, nel senso che per me significava fare il mestiere, io l’ho poi vissuto da sempre nella mia famiglia. Per me era andare a lavorare. Anche a me è capitato di esibirmi in teatri piccoli, come ad esempio lo “Gnomo” di Milano e il nome la dice lunga sul tipo di operazioni che si facevano. Sono scuole di avviamento.

Hai mosso i primi passi nel mondo dello spettacolo proprio come cantante. La tua seconda volta al festival, nel ’90 con “Secondo te”, era anche quella condotta da tuo padre, Johnny Dorelli. Che ricordo hai di quell’esperienza?

Per quanto la memoria mi assista ancora, difficilmente riesco a fornire dei dettagli a distanza di così tanto tempo, ricordo però con piacere il direttore d’orchestra Augusto Martelli, che per me è stato un grande maestro. Essendoci lui della “vita sanremese in sé” ho vissuto molto poco.

Lo dici in relazione alla spettacolarizzazione?

All’epoca lo era anche meno rispetto ad adesso, lo si viveva quasi più ingenuamente.

Quando si è piccoli si ha una certa immagine del proprio genitore. Quanto ha pesato per te, da bambino, il fatto di avere un padre noto?

Non ha pesato, è senz’altro una condizione diversa dalla normalità. La vita rimette sempre tutto in pari, nel bene e nel male.

Da genitore, invece, hai mai pensato di non voler replicare qualcosa che non hai sopportato come figlio?

I comportamenti nei riguardi di un figlio sono istintivi anche perché il proprio figlio non è il prolungamento della tua vita, ma è un’altra vita a cui dai luce e più di te lo fa chi lo partorisce. Non ci sono pregiudizi, quindi, durante la crescita di un figlio, già si rischia normalmente di fare tanti errori.

gianluca_guidi2Sei nato a Milano e vivi a Roma da anni, che differenze riscontri tra le due città?

Milano la amavo moltissimo, poi è diventata una città fatta di banchieri e manager per cui ho cominciato ad amarla meno sotto questo aspetto. La Milano anche un po’ naif, piena di radici, non c’è più; oggi c’è una voglia di Londra non essendolo e alla lunga è un po’ fastidioso. Questa è ovviamente la mia percezione, ho vissuto a Milano fino all’età diciassette anni e ogni volta che torno la vedo sempre più trasformata secondo questa moda del momento, tutti che parlano inglese senza saperlo parlare.

Per quanto riguarda Roma, vivo fuori dalla cerchia cittadina, benché ci vada tutti i giorni, è più provinciale per certi aspetti, ma anche più attaccata a certi modi di vita. Ha moltissimi difetti come tutte le grandi metropoli, in più è la capitale ed è più grande di Milano. Presenta inevitabilmente delle controindicazioni.

È all’ordine del giorno la possibile chiusura del Teatro Eliseo, ma non è l’unico a rischio. Si guarda spesso a Milano come isola felice e si dice che Roma sia in crisi…tu cosa pensi?

Ho letto qualcosa, ma ho bisogno di ulteriori elementi per parlare con cognizione di causa. Quello che posso dire è che siamo passati un po’ tutti dalla condizione di non avere i soldi per produrre e che il teatro era un po’ dimenticato dalle istituzioni italiane. È cosi da anni. Con Barbareschi è capitato di confrontarci, lui conosce molto bene questo mestiere, forse manifestando ancor più enfasi sotto il profilo imprenditoriale negli ultimi tempi.

La situazione teatrale è tragica dappertutto, fatta eccezione per il Piccolo di Milano o l’impegno della Shammah per il Teatro Franco Parenti – e parliamo di realtà sovvenzionate. I problemi di un imprenditore privato sono gli stessi da tempo. C’è un’intenzione chiara di far chiudere il teatro privato. Il nostro problema è che spesso a fare le regole o a gestire determinate situazioni vengono chiamate persone che non sanno cosa voglia dire fare questo mestiere. Avrei capito se a capo dello spettacolo dal vivo ci fosse, ad esempio, un attore come lo stesso Luca o Proietti; invece questi ruoli vengono sempre assegnati a politici che pensano di far neme, ma non conoscendo la realtà sul campo difficilmente adottano la giusta “ricetta”.

Tutto questo degenera di anno in anno, non penso che Milano sia esente da questo, anche a Genova il teatro è diventato un tric. La ricetta è molto semplice, solo che non hanno voluto attuarla. Basterebbe fare un triennio rispetto al prestito bancario, i soldi del Ministero dovrebbero andare nelle casse Enpals così da coprire gli oneri sociali per i lavoratori e questo sarebbe uno sgravio enorme per la compagnia, evitando così i ritardi nei pagamenti. Purtroppo in Italia il teatro è un fenomeno di nicchia, un lusso di cui si può fare a meno e questo perché non lo insegnano nelle scuole.

Ha ancora senso tenere aperte le scuole di teatro con giovani che, forse, si illudono?

Sono i giovani che sognano di andare a X Factor o a MasterChef. Fare l’attore è avere rispetto per il teatro. Ritengo sia cambiato molto l’approccio alla professione, i venticinquenni di oggi non sanno neanche chi sia Walter Chiari e questo è un problema dei giovani, i quali si illudono di poter fare questo mestiere senza sapere chi era Marcello Mastroianni ed è gravissimo. Se non si ha la consapevolezza di un po’ di passato, è impossibile costruire il futuro.

Avevi già diretto e prodotto Serial killer per signora. La messa in scena che porti al Manzoni dal 23 marzo in cosa si differenzia?

Son trascorsi diciassette anni per cui era impossibile riproporre lo stesso spettacolo, in quel caso poi era calibrato su attori di talento, ma non di grandissimo richiamo. Questa ripresa ha un respiro più importante.

Di questo testo hai curato la traduzione e l’adattamento (con Gianni Fenzi), la regia e sei co-protagonista con Giampiero Ingrassia. In questa commedia musicale viene trattata anche la spasmodica ricerca di successo e di attenzione mediatica. Cosa ne pensi?

Non mi sono mai preoccupato di questo.

Come artista hai l’“incubo” del viale del tramonto?

(con la battuta pronta che lo contraddistingue, nda) Speriamo che venga presto, se mi danno la pensione, io ci vado serenamente.

Il personaggio interpretato da Ingrassia usa la caccia a questo killer a cui dai volto tu per dar lustro alla sbiadita carriera attraverso una gara senza esclusione di colpi. Tu vuoi essere un vincente o un corridore?

Si corre per far bene il proprio lavoro e portar avanti gli impegni. Non ho mai vissuto una competizione, infatti non sopporto tanto i programmi di cucina o canori “giocati” su questo. Non amo molto le formule, nel senso di dinamiche di queste trasmissioni perché credo siano devianti per chi si dovesse approcciare a questo mestiere, però comprendo che la nostra professione sia stata ormai deviata.

Colpiscono queste parole perché è innegabile che spesso si sente parlare di competizione, sei tu che vivi questo lavoro in quest’ottica…

Chi la vive diversamente ha compreso male gli approcci che dovrebbero regolamentare questo mestiere. Oggi è mutato tutto, è più un apparire che essere, ma non sono io il “Don Chisciotte” che cambierà il mondo, ma nemmeno il mondo cambierà me.

Ne avete accennato con Giampiero Ingrassia durante la conferenza stampa di presentazione della stagione 2016-2017 del Manzoni di Milano. Nello spettacolo viene trattato anche il tema dell’amore molesto. Cosa ne pensi, tenendo pure conto del femminicidio?

Va assolutamente condannato. Purtroppo viviamo in un tempo non sanissimo.

serial killer guidi ingrassia boa ridottaPensi che il teatro possa aiutare a sensibilizzare sul femminicidio?

Se ti vengono a vedere sì, ma a parte tutto credo che ciò che vedi in teatro sia meno forte di ciò che puoi vedere al telegiornale.

Non credi quindi al teatro che fa fare la catarsi?

Catarsi è una parola molto impegnativa….

Mi sembra di avvertire un po’ di disincanto

Dagli Anni ’60 a oggi quanti tipi di disgrazie ci sono state? E quante onde anomale abbiamo subito? Se ci fosse stata la catarsi a quest’ora staremmo tutti nel giardino dell’Eden e invece le cose continuano a peggiorare.

Credo che possano essere utili quelle persone che, avendo sofferto, vogliono portare la propria testimonianza, ma questo lo dico pensando ai giovani, ammesso che ci siano ancora ragazzi che abbiano voglia di capire cosa gli accade intorno (e lo dice con apertura, nda). Quest’estate, ad esempio, ho incontrato una ragazza che aveva preso dei cristalli (droghe, nda) per la prima e unica volta nella sua vita, il che ha avuto come conseguenza la perdita di diversi organi. Lei, oggi, va in giro per le scuole a raccontare ciò che le è accaduto.

Perché fare teatro allora?

Noi facciamo storie frutto della creazione artistica.

Sì ma anche con connessioni con l’attualità…

Raccontiamo delle storie indipendentemente dall’attualità, altrimenti Shakespeare, Molière non li faresti più. Purtroppo oggi si tende a dimenticare il passato e a pensare che si parte da adesso, non è così, il futuro si costruisce considerando ciò che c’è stato.

Per quanto riguarda i giovani apri spiragli?

Certamente se vengono a vedere un mio spettacolo o anche quando sono in scena con Giampiero Ingrassia e riusciamo a incuriosirli sulla nostra professione, devono trarre loro le conclusioni. Non puoi “pilotare” anche quello.

Si sottolinea spesso, negli ultimi tempi, come siano venuti a mancare anche i grandi registi teatrali. Non senti la responsabilità di passare un mestiere alle giovani generazioni di attori?

Certamente, ma, senza voler generalizzare troppo, diciamo che non interessa più a loro, vige più il desiderio di diventare famosi.

Prima di salutare i nostri lettori, ti chiedo: hai un rimpianto che vuoi rivelarci?

Un rimpianto no, ma un piccolo sogno sì: realizzare una regia lirica, magari partendo dalle opere  di Rossini. Per il resto posso ritenermi soddisfatto di ciò che ho fatto ed è accaduto.