Lavia il terribile, il genio che Berlusconi non riuscì a sedurre

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gabriele lavia

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L’aneddoto su Silvio Berlusconi raccontato da Gabriele Lavia svela il carattere di entrambi. Nel 1978 inizia la gestione Fininvest del Teatro Manzoni di Milano, il salotto buono della prosa. La prima stagione è irripetibile, anche se poi ce ne saranno altre da segnare negli annali. Inaugura Lavia con “Amleto”, ed è un clamoroso successo. Berlusconi che vuole il meglio gli propone la direzione artistica. “La pensavamo all’opposto, ma era molto seducente, come poi ha dimostrato in politica. Mi metteva a disposizione soldi per le produzioni, la casa, la benevolenza del suo entourage… Ci vedemmo in teatro, gli dissi no. Lui sorpreso mi chiese perché no. Gli risposi che il boccascena era molto basso, anche la graticcia era bassa. Lui mi guardava perplesso. Salimmo sul palco, vede? indicai, è basso. Lui ancora non capiva. Gli chiesi: lei sa cosa c’è sopra la sua testa? Mi rispose di no. Spiegai che sopra la testa di ognuno di noi c’è il destino, lei vorrebbe il suo destino quattro metri sopra? No, mi concesse lui. Neppure io quando vado in scena voglio il destino tanto vicino. Ci salutammo. Il mattino seguente all’alba mi telefonò in albergo: maestro ho fatto un sopralluogo, ha ragione lei, il boccascena è basso, ma purtroppo sopra c’è un cinema e non possiamo sfondare il soffitto. Vede dottore! gli dico io soddisfatto. Ma posso far scavare la platea aggiunge lui, se accetta abbasso la platea e il palco. Non me la sono sentita. Devo però ammettere di essere rimasto colpito da quella forza”.

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Inizia così tra gli applausi, l’incontro al “Manzoni Cultura” dove viene presentato il bellissimo libro fotografico di Tommaso Lepera a cura di Anna Testa che ne ripercorre la lunga carriera, Lavia il terribile, (Manfredi editore, pp.312, euro 39). Edoardo Sylos Labini conduce l’intervista come fosse il play maker, alza la palla e Gabriele schiaccia. Ne esce una sorta di lezione che andrebbe portata a memoria. “Il teatro è semplice, lo hanno già inventato” chiosa Lavia con un motto che esprime un sentimento reazionario nel senso più nobile del termine, di che reagisce 9788899519353_0_0_300_80contro le inutili sperimentazioni che hanno ammorbato questo mondo dagli anni Sessanta, “il teatro alternativo è alternativo al teatro”, “se vai a vedere uno spettacolo e non lo capisci è colpa del regista”, e lo dice un mito della sinistra che però preferisce i greci ai moderni sperimentalismi, al teatro radicalchic che è frutto di ostentazione culturale, perché tutto in fin dei conti è già stato scritto e Amleto non è altro che una variazione di Oreste, un intreccio – padre, figlio, zio, fantasma – su cui poi hanno lavorato Cechov, Strindberg, Ibsen… e come aveva arguito Pirandello nel “Fu Mattia Pascal” tutta la differenza fra la tragedia antica e la moderna sta “in un buco nel cielo di carta”. Appunto Pirandello, siciliano come lui. In queste settimane Lavia gira l’Italia con un adattamento sopraffino de “L’uomo dal fiore in bocca”, che riempie i teatri: “è l’unico ad aver inventato una cosa unica, che non si può scrivere una seconda volta – dice – i “Sei personaggi in cerca di autore” sono il non plus ultra della drammaturgia”. E nel grande racconto c’è spazio per l’infanzia, la Catania della guerra, Lavia pur sembrando un ragazzetto è nato nel 1942, il padre che lavora in banca, un gruppo di teatranti che chiede ospitalità in casa sua per le prove degli spettacoli, il piccolo Gabriele che in un angolo, zitto, assorbe il mestiere, il primo libro imparato a memoria, “Il Cyrano de Bergerac”, la necessità della famiglia di spostarsi per lavoro, il dilemma se a New York o a Torino, e infine la scelta Torino, “segno inequivocabile che i genitori non possono che incidere in modo sbagliato sulla vita dei figli”.

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Se fossero andati a New York i Lavia, Gabriele sarebbe Al Pacino, restando in Italia è Lavia, il che non è poco. Da Torino parte per vedere Strehler al Piccolo e il suo mitico “Galileo” del 1963. “Rimasi sbalordito, non ci sarà mai più nulla di simile in teatro”. Non è chiaro se quella è la scintilla, certo che Lavia fa un lungo inciso sul suo maestro, con cui lavorerà nel decennio successivo, che i politici d’Italia dovrebbero imparare. Strehler, nella Milano devastata dalle bombe, ha il compito – sostenuto dall’allora sindaco Greppi – di rifondare una comunità con il teatro, che viene prima o in contemporanea delle case, degli ospedali, delle fabbriche: “è questa la sua funzione fin dagli albori, quella di formare cittadini della polis, perché il teatro, dalla parola “thea”, è il luogo dello sguardo, gli spettatori guardano uno sguardo che li guarda e in questo triplice specchiamento avviene la comprensione della verità, che non a caso secondo i greci è “a-letheia”, cioè la cosa s-velata, cioè appunto la cosa che succede dietro il velo, dietro il sipario”.

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La lezione sul teatro finisce con la nozione di “steresis”, di “privazione”, tanto cara ad Aristotele, perché le cose possono provenire dall’essere, ma anche dalla privazione dell’essere, così il legno privandosi della sua legnosità può diventare un tavolino, e l’attore – quando ci riesce – privandosi di sé diventa il personaggio. A cena, Lavia privandosi di Lavia spiega “L’infinito” di Leopardi, non sta insegnando, né recitando, si sta divertendo, e i tre sbigottiti che lo ascoltano e finalmente hanno capito il senso della siepe che il “guardo esclude”, dicono in coro, ma andrebbe trasmesso in tv, farebbe il doppio di Benigni. Dopo cinquanta anni di spettacoli, ipotizzando ogni anno 200 messe in scena per 1000 spettatori, fanno 10 milioni di fortunati che hanno goduto con Lavia dal vero del vero teatro. L’audience di una serata di Sanremo, ma meglio.