Tognazzi: “darò vita al sogno di mio padre”

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L’attore, figlio di Ugo, inizia a fare le sue scelte: “basta salotti, si fa sul serio”.  E torna a Velletri per raccontare “l’amore del padre per questa terra”…

Gianmarco Tognazzi è uno di quegli attori che non ha bisogno di grandi presentazioni, il suo cognome parla per lui. Figlio di Ugo Tognazzi e di Franca Bettoja, fratello di Ricky, Thomas e Maria Sole, ha mosso i suoi primi passi nel cinema alla tenerissima età di 6 anni nel film L’anatra all’arancia di Salce. Da allora 60 pellicole cinematografiche e più di quindici lavori televisivi. Oggi, a 43 anni da quel debutto, inizia a tracciare un primo bilancio della sua vita, tra famiglia e territorio, carriera e passioni. Con un bellissimo leit motiv che accomuna tutta la sua vita: il ricordo e il grande amore per il padre.

Oggi la tua vita, quella che esula dai ciak televisivi e cinematografici, si svolge in campagna, a Velletri: tra cantina e progetti culturali, qui porti avanti un grande progetto: raccontare Ugo.

Sono nato in campagna, e qui ci sono stato fino a 18 anni;  poi sono scappato, come accade a tutti i ragazzini alienati da questi luoghi. Dopo 25 anni sono tornato a riprendere le redini de La Tognazza Amata, in quel luogo in cui mio padre avrebbe voluto aprire un ristorantino, e che invece oggi ospita l’Associazione Culturale “Amici di Ugo Tognazzi”, con cui cerco di fare la promozione della figura di Ugo sotto il profilo culturale, enogastronomico e culturale.

Cosa c’è di Gianmarco in tutto questo grande progetto?

Tutto. Perché non voglio che sia  un semplice “altarino”, altrimenti il ricordo stesso diventa brutto. Gli input filosofici sono i suoi, dal primo all’ultimo. Poi l’azienda risponde ad altre logiche, quelle di mercato, a cui bisogna adeguarsi. E a gestire il tutto siamo solo in due: io e mia madre.

Seguirai quindi il sogno di quel “ristorantino” di papà?

No, è troppo. Sono tifoso del Milan, sono attore, sono tornato a vivere lì: non vorrei sembrare come quello che vive in funzione della sua figura. Certo, con l’associazione culturale cerco di far capire l’importanza che il territorio aveva per mio padre, a livello culturale ed enogastronomico, con corsi tecnici e attività ludiche e ricreative. Tutto quello che c’è ora l’ho portato avanti con mia madre: con tutte le follie italiane che ne conseguono, riuscirci è un miracolo. Lo sto facendo per amore, quello di mio padre per questa terra. Voglio che le associazioni culturali dei Castelli Romani interagiscano tra loro, perché c’è un potenziale culturale che non viene adeguatamente sfruttato.

Ugo Tognazzi tra i fornelli
Ugo Tognazzi tra i fornelli

Qual è il contributo invece degli altri Tognazzi?

La campagna non va avanti con la lontananza, ma con il sudore di chi la abita. Loro hanno fatto altre scelte. Eppure la mia famiglia si è sempre contraddistinta per un modo di essere, che parte da un insegnamento involontario che nostro  padre ci ha dato: la condivisione, lo stare insieme agli altri, ma soprattutto una onestà di fondo, innanzitutto con se stessi, che è stato il grande motivo per cui mio padre è sempre stato visto come una persona accessibile da chiunque, anche da chi non lo conosceva. Ad ogni modo Ricky è molto più abile di tutti noi ai fornelli: se ci mettiamo in cucina mi fa un culo così; Maria Sole, invece, è la più esperta di ristoranti; io della terra.

Allora un progetto insieme mi sembra obbligatorio

Perché no, ma abbiamo tre famiglie con tre locazioni diversi. Con un fratello in Norvegia. Poi ovviamente spesso ci vediamo, o a casa di uno o a casa di un altro. Abbiamo un rapporto stretto, ho sentito la loro fiducia in quello che ho fatto, ma a volte capita che non ci si senta per mesi. Ma questo non significa nulla.

Che rapporto hai con la televisione?

Ottimo, ogni volta che faccio una cosa fa il 30% di ascolto, quindi direi bene.

Ma fortunatamente non frequenti i “salotti” dell’ambiente.

In campagna puoi frequentare le vigne, non i “salotti”. Sono stato un ragazzo mondano quando ero “uccel di bosco” e pensavo solo alle signorine, prendendo schiaffi a sinistra e destra. Il cretino l’ho fatto per 18 anni, poi si conosce la donna giusta (ndr, Valeria Pintore), fai dei figli (ndr, due), e torni a vivere in campagna.

Gianmarco, ti abbiamo visto recentemente in teatro con “Americani ” di Mamet all’Eliseo di Roma ma un tuo successo delle scorse stagioni “Nemico del popolo” di Ibsen non ha avuto nessuna ripresa.

Purtroppo, nonostante l’abbiamo rimesso in piedi al Sala Umberto, non ha trovato distribuzione  nell’anno successivo. Sono ragioni che non dipendono né da me né dalla produzione. Forse più che altro da un sistema teatrale “nel pallone”: se uno spettacolo che è stato amato all’unanimità, da pubblico e critica, non prosegue, possiamo solo parlare di mistero, ma non è il primo e non sarà l’ultimo. Queste logiche illogiche mi sfuggono…